Memorial Device

Parabola di una band post-punk

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Prof. Bad Trip, Comix - Frame da un fumetto degli anni Novanta.

È con grande gioia che OperaViva Magazine presenta una succulenta anticipazione dal libro di David Keenan, musicista, critico musicale, collaboratore di The Wire e grande narratore e affabulatore. Si tratta di Memorial Device. Un’allucinata testimonianza orale della scena post-punk di Airdrie, Coatbridge e dintorni. 1978-1986 (traduzione di Matteo Camporesi e Lorenzo Mari) in uscita in questi giorni per le neonate Edizioni Double Nickels.

Ecco allora un doppio festeggiamento: per la traduzione del libro e per la nascita della casa editrice Double Nickels, di stanza bolognese, con alla guida due tra i molti protagonisti della scena musicale cittadina e non solo: Chiara Antonozzi, collaboratrice di editori indipendenti e non, quindi Matteo Cortesi, tra i fondatori del formidabile blog musicale Bastonate, sulla ribalta per un decennio. Il loro obiettivo è quello di mettere in connessione musica e letteratura, a partire da scritti di musicisti che hanno intrapreso l’attività di scrittura, non solo di brani musicali.

Memorial Device è il primo libro in uscita: una storia verissima, immersa nella provincia di Glasgow nei primi anni Ottanta post-punk, di una band falsissima, mai esistita, eppure simile a mille altre esistenti. È l’occasione per tuffarsi in un viaggio, provinciale e universale al contempo, nei frammenti stroboscopici di ventisei capitoli a volte deliranti, spesso poetici, quasi sempre pieni di strabordanti eventi, incontri, passioni, dentro un’accelerazione continua di immaginario e visioni, sospesi in un futuro passato, certo anteriore, tra festa permanente – i nostri anni Ottanta party-giani, avrebbe detto il fratellone di tutti noi Pier Vittorio Tondelli – e una fuga entropica nel fallimento – Fail Again. Fail Better. Allora, entriamo in questa anticipazione del fulminante capitolo 12: «All’epoca eravamo al confine fra lo spaventoso e lo stimolante. Che bella situazione!» Cin cin edizioni Double Nickels, buona vita! Ce n’è bisogno per noi tutte e tutti. E vi aspettiamo per la prossima.

Peppe Allegri

***

Mi sono trasferita ad Airdrie quando avevo sedici anni, appena uscita da scuola e con la testa piena di profezie, delle quali alcune si sono realizzate, altre si sono avverate in modi che non avrei mai potuto prevedere, e altre ancora incombono tutt’oggi su di me non tanto come una spada di Damocle, che come sa qualsiasi idiota simboleggia il pensiero, la riflessione, fondamentalmente la divisione, ma più come un’ascia, un’ascia non affilata che minaccia con i suoi colpi di dare al futuro la stessa forma del passato, una forma indefinita, una massa informe, una cosa piena di arti e tentacoli e piedi che vanno in tutte le direzioni e dalla quale, se sei fortunato, riesci a districare un singolo filo, un unico spaghetto, un triste cordone ombelicale, un pelo pubico arricciato, in grado di dimostrare che quel passato era tuo, in principio.

Siamo andati a vedere una zingara, quello me lo ricordo. È successo al Gala Day di Calderbank. Si trovava proprio in fondo al campo da calcio, al limite estremo del paese in un campo accessibile solo passando da uno stretto marciapiede accanto a una strada trafficata in cui le macchine ti coprivano di polvere e i rovi ti si impigliavano alle calze e dove una volta io e mio nonno abbiamo trovato nel terreno delle impronte di piedi enormi, simili a quelle del Bigfoot o dell’Abominevole Uomo delle Nevi.

A causa di varie superstizioni, per non dire di un impegno collettivo a rendere il futuro pieno di sofferenza come il passato, gli zingari non potevano accamparsi dentro ai confini del paese, ed erano stati relegati a questa terra di confine, l’unico posto dove divertirsi in città una volta all’anno e dove, pur scandalizzando i nostri genitori, molti di noi ragazzi finivano nel tardo pomeriggio, facendosi strada fra le bancarelle allineate lungo la strada principale, i pasticcini Tunnock’s, i vecchi barili di whisky stracolmi di mandarini, le bancarelle con i modellini di aerei, gli stemmi, i coni gelato, l’odore di cioccolata e formaggio e hot dog e i cieli azzurri con piccoli sbuffi di nuvole simili alle scie di vapore lasciate dalle moto acrobatiche e nell’aria l’odore di polvere da sparo e benzina e falò, e in lontananza i puntini colorati e sfocati che erano ragazzi sulle moto che salivano sulle colline baciate dal sole estivo così vicino che ti arricciava i capelli e li schiariva e poi c’erano giovani mangiafuoco disposti intorno al perimetro del campo da calcio che bevevano benzina e facevano danzare le fiamme sulla lingua e mentre passavi accanto a loro ti squadravano come se fossi una possibile candidata per il sesso, per il matrimonio, per un rapimento, per un futuro completamente diverso.

Io e Remy siamo andati al Gala Day per molti anni ma doveva essere il 1979 e sono sicura che fosse quell’anno perché è stato lo stesso in cui ho lavorato come volontaria a una mostra dell’ASTRA, Association in Scotland To Research into Astronautics, che si svolgeva all’Airdrie Arts Centre e ho appena controllato la data in un libro e tutto corrisponde.

Per tutto l’anno precedente avevamo fatto congetture sulla cartomante seduta nel banchetto a strisce bianche e rosse simile a quello per gli spettacoli di burattini e che aveva, non sto scherzando, la pelle verde o quasi e scherzavamo sul fatto che fosse solo un busto, una testa e delle braccia che si muovevano grazie a fili e composti chimici e ovviamente eravamo innamorati all’epoca o almeno quanto era possibile esserlo a quell’età, e ci sfidavamo per misurare l’entità del nostro amore. Mi ameresti se io fossi solo un cervello in un barattolo? mi chiedeva Remy. Ma certo, rispondevo. Darei il bacio della buonanotte al barattolo, lo coprirei con una coperta e lo metterei sul mio comodino per addormentarmici accanto. E se io non volessi dormire? chiedeva lui. Se volessi leggere? Sistemerei un libro davanti a te, dicevo, poi cercherei di indovinare quanto ci metti a leggere due pagine e girerei quelle seguenti. Ma se fossi stanca, mi chiedeva, se calcolassi male i tempi? E comunque, come farei a leggere senza occhi? In quel caso leggerei io per te, dicevo, sperando che tu possa sentirmi. Dicono che l’udito è l’ultimo senso che se ne va, diceva lui. Ma forse vale solo se ci sono delle orecchie.

Vedevamo la zingara che ci guardava dall’altra parte del campo, La Testa Senza Corpo la chiamavamo, e avevamo con noi il nostro cane, be’ non era proprio il nostro, era un enorme pastore tedesco di nome Judy che apparteneva a qualcuno in paese ma andava da Remy tutti i giorni quando lui era giovane e passava le giornate con lui prima di tornare dai suoi padroni per la notte e c’è una famosa foto di noi quel giorno, famosa almeno per me, in cui siamo tutti e due seduti, appoggiati al lato di un capanno, con Judy imponente sopra di noi come un gigante benevolo uscito da una favola per bambini, che potrebbe benissimo essere Anna dai capelli rossi da quanto ne so, visto che il tempo se ne frega di tutto.

Credo che la foto l’abbia scattata il padre di Remy. Sì, era un tipo diverso dagli altri, in modo piuttosto letterale, alla fine, ma non gli importava nulla delle chiacchiere di paese o dei benpensanti e secondo me era un uomo coraggioso nonostante fosse allampanato e macilento e avesse la faccia sempre sfatta, come se quando ti guardava stesse fissando il sole e certo, anni dopo ho letto il saggio che l’ha fatto licenziare, quello sul destino, e ho pensato a quella fotografia e a come catturi un momento a cui è possibile fare ritorno in continuazione con la mente quindi forse aveva ragione ma non saprei, le foto ti fanno credere a qualsiasi cosa.

Non so chi abbia avuto l’idea di farci predire il futuro. Sai come un concetto ti cresce un po’ alla volta dentro la testa, e qualcosa che prima sembrava spaventoso diventa uno stimolo, poi un piacere e alla fine ti suscita indifferenza? All’epoca eravamo al confine fra lo spaventoso e lo stimolante. Che bella situazione! Vorrei che il mondo degli adulti fosse ancora terrificante e sconosciuto. Ma ora non riesco nemmeno a ricordare cosa ci ha detto, che cosa ridicola, quindi non ho modo di dire se si sia avverato, il che potrebbe essere un bene, anche se credo che in fin dei conti si siano avverate più previsioni per Remy che per me. Ricordo solo che ci siamo fatti strada verso di lei attraversando questa linea invisibile che separava gli zingari da tutti gli altri e poi siamo tornati indietro. Questo lo ricordo benissimo. Cosa sia successo nel mezzo è un grande vuoto nella mia testa. L’unica altra cosa che riesco a ricordare è che abbiamo comprato uno di quei kebab piccanti che vendevano da una roulotte, con sopra un peperone verde intero e la focaccia piena di polpette, lattuga, salsa e formaggio. Non avevo mai assaggiato un peperone verde in vita mia e sapevo che se solo mio padre avesse potuto vedermi, sporgendosi dal cielo, avrebbe scosso la testa in segno di disapprovazione, e questo ha reso il tutto ancora più delizioso e doloroso.

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