Nel giorno dell’addio

Su Rimbaud

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Nan Goldin, Rise and Monty Kissing, New York City, (1980).

Continua a creare inquietudine il nome di Arthur Rimbaud. Quel Rimbaud (nato a Charleville il 20 ottobre 1854 e scomparso a 37 anni a Marsiglia) che in un pugno di anni ha saputo riscrivere per intero le forme e le visioni del fare poesia. Quel Rimbaud che sarà celestiale attacco eversivo alla realtà borghese del suo tempo e straordinario fautore di un’assoluta modernità. Quel Rimbaud dio della mitologia (come lo nominerà Stephane Mallarmé) che è continua contraddizione salvifica, ebbrezza dell’abitare il mondo nel completo sconvolgimento delle sensazioni, allarme di una condizione esistenziale che va cambiata (e che a suo modo Rimbaud sfiderà, ben oltre la metafora, nel suo viaggiare verso l’Africa o sul Mar Nero).

E proprio in questi giorni è tornata alla ribalta la sua profonda testimonianza del sensibile a causa di un rifiuto. Un rifiuto che ha qualcosa di clamoroso per quanti cresciuti nell’ossessione Rimbaud (con una consunta copia delle sue “poesie” per anni poggiata sul comodino preferito e amatissima lettura/viatico che ha accompagnato una miriade di generazioni traghettandoli dall’antico mondo dell’adolescenza fino al maldestro, pragmatico, piccolo mondo moderno.

Quelle poesie scrutate e scavate nel profondo e vissute fino a sentire come proprie le parole del “primo poeta punk” nella bella definizione di Patti Smith). Tutto questo perché Rimbaud, ancora una volta, non potrà “ritrovare” il suo Paul Verlaine nel Pantheon della loro Parigi dove il padre dei Poèmes saturnien nel 1871 accolse come protégé il suo “angelo in esilio”. Ebbene sì. I due poeti (scandalosi e irriverenti) legati da un amour fou fatto di poesia, tradimenti, assenzio, pistole, passione e incantesimi (una storia ben raccontata in Total Eclipse diretto da Agnieszka Holland nel 1995) continueranno ad esser puniti dalla distanza. E, soprattutto, dalla pruderie della “vecchia scassata borghesia” (nel racconto musicale di Roberto Vecchioni). Il fatto è ora noto. Nonostante una corposa sommossa d’opinione di un folto gruppo di scrittori francesi guidato da Jean-Luc Barré (editore e biografo rimbauldiano) giammai si realizzerà il loro obiettivo di “unire” (definitivamente) le spoglie dei due amanti, in un simbolico abbraccio post-mortem, al Pantheon. E così Arthur resta nelle sue Ardenne nel cimitero di Charleville-Mezières e Paul nel quartiere parigino di Batignolles. Il Presidente Macron, nel rispetto degli eredi di Rimbaud, ha detto No! Con un “Non posso oppormi alla volontà manifestata dalla famiglia del defunto (…) il Pantheon ospita le personalità il cui pubblico impegno s’identifica con la trasmissione dei valori della Repubblica”. Insomma, bravi poeti. Bravissimi. Geniali. Tutto quel che volete. Ma troppo maudit. Troppo scandaloso il loro amore. E quanta amarezza echeggia dietro questo rifiuto “istituzionale” verso “l’autentico dio della pubertà” (per André Breton).

Perché Rimbaud ha insegnato a liberarci da tutte le falsità sintomo di una corruzione dell’anima, ha saputo indicare la perdita di ogni polarità umana tramutandosi in veggente, ha donato la forza di poter riacquistare, grazie al paradosso e alla provocazione, la bellezza (per poi ingiuriarla e schiaffeggiarla). Perché la potenza di Rimbaud non è mai retorica e riproduce sempre il grido necessario di chi ha compreso la banalità dei convenevoli della società. Al di là del “naturale possibile”. La sua domanda «conosco la natura? Mi conosco?» che egli formula nella Stagione all’inferno sembra, in proposito, quanto mai vicina. Sempre attuale. Sempre scritta sulla pelle. E così eccolo Rimbaud vivo per sempre. E come scrive Roberta Bisogno: “Nella sua precocità furono raccolte tutte insieme le suggestioni che non vissero, però, il tempo di invecchiare. L’animale che i suoi occhi espressero sempre, il tormento delle belve che intorno lo conobbero, gli fecero dire con disgusto, che il tormento più grande fu vivere, che la crudeltà non ebbe il nome di natura, bensì di società borghese. Ed essi fuggirono senza mai comprendere se egli fu preda o predatore, gazzella o leone, lasciandolo, persino nell’ultimo appuntamento col suo corpo, al funerale, vuoto, solo, nel silenzio fatto dai fiori, fatto da Charleville, da “mother”, e dalle verità di Isabelle.”

Ma Rimbaud nel tempo un “posto” nella memoria infinita lo avrà. Sempre e per sempre. Purtroppo non accanto a Paul. Perché quell’unione “sconcia” non si avvera ancora. Ma in tanti continueranno ad osannare quel ragazzo così ideale, volatile, materialista, profanatore autentico, fuoriclasse dalle scienze comportamentali “ortodosse”. Così vero da sembrare mai esistito, e così dolce, fiabesco, ribelle, da indurre in sospetto qualsiasi angelica inquisizione per il bene della comunità. Ci sarà sempre chi amerà non solo la sua “chiarezza del verbo” (Leo Ferrè) ma anche la sua dissolutezza, il suo delirio, la sua follia. Il suo procedere poetico screziato dalla rivelazione, la sua notevole fluidità-effervescenza che diviene poesia (donandoci “l’ingresso nell’inaudito” per dirla con Jean-Luc Nancy che sovente riecheggia di AR come ci indica Daniela Calabrò). La sua mente premonitrice di modernità (Alberto Abruzzese legge in Rimbaud l’annuncio di “una molteplicità della produzione in serie”).

La sua tensione al pensiero (Massimo Villani ci invita a rileggere l’autore del Battello ebbro a partire dall’interpretazione di Martin Heidegger del suo Rimbaud vivant del 1972 per cogliere “l’anelito della poesia a farsi filosofia, teosofia, preveggenza ieratica, salto nell’ignoto”1). Ma soprattutto quello che continua ad affascinarci, e tanto, è il suo rifiuto delle regole della serietà (come c’insegna l’incandescenza d’aver “17 anni”). Per questo, e per tanti altri motivi, il subisso esistenziale di questo per sempre giovane poeta è amatissimo. E ancor oggi un popolo di rimbauldiani post-mediali & post-human, commedianti fin-de siècle & bizzarri mitomani in fiamme, decadentisti & pragmatici hanno parte di cuore a lui legata.

E un domani davanti alle dogane celesti nel giorno dell’addio (quando ci chiederanno dei nostri amori) grazie a Rimbaud saremo ancora una volta pronti a bere birra e limonata attraversando “verdi tigli lungo la passeggiata” e ridendo di bellezza feroce…

Note

Note
1Massimo Villani, Ed è ancora la vita, introduzione a Rimboldiana. Ovvero un poemetto in movimenti e immagini, di Alfonso Amendola, edizioni Area Blu, 2013.

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