Siamo noi a far ricca la terra

Insieme alla luna, alla vita, all’abbondanza. Per Claudio Lolli

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E quanto amore si lascia fuori dagli autobus
Guarda le cicche, le sigarette
Portate via da questa pioggia insistente
Buttate via da queste vite distratte –
Io ho lo sguardo perduto
E le costole rotte
Claudio Lolli, Il Grande Freddo 

Insieme alla luna, alla vita, all’abbondanza. Per Claudio Lolli, è il titolo di una iniziativa che si tiene venerdì 18 gennaio al circolo Ritmo Lento di Bologna (Via San Carlo 12, a partire dalle 18:30). Partecipano Viviana Vacca, Paolo Capodacqua, Luca Bonaffini , Felice Del Gaudio, Danilo Tomasetta, Diego Protani.

Quando ascolto Claudio Lolli penso ai pescatori di coralli. I pescatori di coralli hanno la capacità di raccogliere vite che, come il mare insegna, sono spesso disarcionate, sballottate, dannate. Baraonde umane che fanno crescere un amore per gli altri, tanto che risulta difficile parlare di sé senza un «lui, loro, tu o lei». I pescatori di coralli sono spesso uomini di terraferma come Claudio Lolli o Gian Maria Testa, il capostazione di Cuneo che ne condivide il passo e modula la voce nel raccontare viaggi struggenti, tenerezze lontane e occhi non negati al pianto. Quando penso a Claudio Lolli mi viene in mente lo sguardo di Gian Maria Testa, uno sguardo ricco e calmo, che non fugge dal vedere ma quasi si ammala nel vedere. Esiste il lavoro artigianale del cantautore: lavoro di estrema cura sulle parole, di cesellare sulle rime, una pulizia di aggettivi affidati alla successione regolare dei verbi, dei sostantivi e dei pronomi. Claudio Lolli, che intraprese battaglie infinite con le case discografiche per poter ottenere il prezzo imposto sui suoi dischi, l’autore di Michel e Aspettando Godot che ha fatto della coerenza l’abito di una vita, se n’è andato senza fare rumore ad agosto, quando «si muore di caldo e di sudore. Si muore ancora di guerra non certo d’amore», proprio nei giorni del dramma di Genova, in cui risuona ancora attualissima la frase «si muore di stragi più o meno di Stato», all’epoca riferita a quella dell’Italicus.

Questo Lolli sapeva fare, far risplendere il fuoco della poesia dal ghiaccio, dal Grande Freddo che sfida e stende il senso del tempo o di quello che resta. Il tempo, questa variabile tremenda, che ha gelato tutto quello che ci è caro: gli affetti, gli ideali, gli amici, le speranze. Un gelo che ci ha trasformati, tutti, in prigionieri politici. Siamo agli arresti, ma come prigionieri politici, attenti a ogni spazio libero per sovvertire un presente diseguale, questa realtà diseguale che non ci appartiene e da cui non saremo mai soddisfatti. La suite del Grande Freddo (Premio Tenco nel 2017) è il capolavoro di Lolli dai tempi degli Zingari Felici, quello del 1976. E da qui le storie che abitano le stanze del poeta: la donna che ama e la donna che amiamo, il cinema muto, le canzoni degli altri cantautori, i sogni, i morti e i cani, che forse sono migliori di noi ma che non sanno sognare, gli autobus e le fotografie sportive, i partigiani, altrettante storie per parlare ancora di una storia d’amore. Una storia d’amore in cui la musica ogni tanto accompagna, ogni tanto narra essa stessa quando la voce di chi racconta distilla i racconti da passare di orecchio in orecchio. Otto canzoni di cui una sola non è di Lolli, ossia Sai com’è – la lettera postuma del partigiano Giovanni alla moglie Nori, musicata da Marino Severini- mentre Soldati condivide con Lolli la musica di Prigioniero politico e Tomasetta è autore della musica di Gli uomini senza amore.

Claudio Lolli ricorre al titolo di un celebre film di Lawrence Kasdan che divenne metafora dell’intero decennio Ottanta. Il grande freddo, però, non è solo lo spunto per un nuovo ritratto generazionale agrodolce, venato dalla malinconia e dal disincanto. È soprattutto un condensato positivo di racconti di vita, nato sui tavoli grezzi di un’osteria, laddove a Bologna «si prendono le decisioni». «Iniziammo a chiacchierare di calcio – ha raccontato Lolli – fuori nevicava, faceva freddo. Mi venne in mente quel film di Kasdan e cominciai a raccontarlo. Tutti erano interessati, chiedevano precisazioni, raccontavano esperienze di carcere e di sopraffazioni. Tutte quelle chiacchiere si devono trasformare in qualcosa di meno effimero.» Tutto il disco è giocato sul contrasto tra il freddo di fuori (specchio dell’indifferenza della società attuale) e il caldo di questa combriccola di amici, rifugio intimo, familiare, che Lolli ha voluto estendere agli stessi musicisti, recuperando il nucleo degli Zingari Felici: Danilo Tomasetta (fiati) e Roberto Soldati (chitarra), entrambi appartenenti al Collettivo autonomo musicisti di Bologna.

Come nei disegni dell’artista salentino Enzo De Giorgi – il tratto di Lolli resta leggero, senza cedere mai alle facili lusinghe del cinismo e della polemica politica, anche quando deve fare i conti con la fine di un’utopia collettiva di cui è stato protagonista e cantore. «Il fatto è che non sogno più e dovrei». Anche se la vita (così come la morte) «ha una guida sportiva», Lolli canta sempre con voce soffusa, carezzevole, dissolvendo quel grande freddo che «si può sciogliere solo con le lacrime dei nostri furori». E 400000 colpi , in cui l’omaggio a Truffaut diviene il pretesto per una riflessione sulla solitudine, «da soli come quando arriva al mare Jean Pierre Léaud».

È il primo di una serie di personaggi disillusi, che devono fare i conti con questa condizione di isolamento: il combattente di Sai com’è , Gli uomini senza amore a passo di bossa nova, il Prigioniero politico e le donne omaggiate con l’ironica Principessa Messamale, che riporta alla mente i lampi lirici di Anna di Francia, confermando l’abilità di Lolli nel saper descrivere come pochi l’universo femminile, in questo caso, attraverso le forme di una prostituta che ha messo la sua intera esistenza al servizio degli altri.

E poi la combriccola lolliana radunata nel suo bunker, la sala d’incisione, a osservare un Raggio di sole chiedendosi se si riuscirà mai a sconfiggere il grande freddo: perché nessuno, come Lolli sa che non ci sono mai risposte definitive, ma che se «è vero che non ci capiamo, che non parliamo mai in due la stessa lingua», non c’è altra via d’uscita che recuperare i sentimenti perduti: «Ricordo non solo la guerra e il terrore/ in quei campi in montagna/ ho visto dei fiori», dice una strofa.

Ho ascoltato ancora l’ultimo album di Claudio Lolli Il Grande Freddo insieme al libello della vita di Gian Maria Testa, Da questa parte del mare, un viaggio nelle biografie dei migranti. Bisogna avere occhi, cervello e coraggio da spendere per queste vite coperte «di sassi, di stracci, di vetri». Babasunde, che ha perso il suo nome. Una ragazza intirizzita che cammina verso la stazione. Rrock Jakaj, violinista di Scutari. Jean-Claude Izzo, commosso dall’ascolto di una canzone di Murolo. E poi Tinochika detto Tino, che si è aggrappato con tutto se stesso allo sguardo di una donna. Tino riesce a sentire soltanto la carezza dello sguardo: di fatto, pur nella brevissima distanza, la donna è irraggiungibile. Ci sono le vacanze fra le isole di questo mare che qualcuno, traducendo in anglo-toscano, considerava maldestramente «our», ma invece è di tutti, anche di coloro che, con la loro presenza muta sorvegliata dalla polizia, di fatto incarcerata, vorrebbero disturbarle le vacanze. Da questa parte del mare c’è la terra. Per Gianmaria è la sua terra, la terra lavorata per secoli nel flusso calmo delle stagioni, la terra che dà vita e futuro. Per Claudio Lolli quella terra da riprendere insieme alla luna, alla vita e all’abbondanza. Ogni canzone è un racconto di movimenti di popoli e di radici che non sono catene ma sguardi lunghi.

E in fondo al mare, in fondo al mare profondo
Ci lascio il canto mio che non consola,
Per chi è partito e si è perduto al mondo
In fondo al mare, in fondo al mare profondo

Un vasto meridione del mondo a cui apparteniamo e che ci fa incontrare e sfiorare come in una piazza affollata. Da un lato della piazza a una sponda che sembra un muto giaciglio; notti sveglie e gelate. Come Gian Maria, Claudio Lolli ci ha raccontato le onde che ha visto, i forestieri per scelta e per forze di causa maggiore, un coro umano che diventa canzone. Da questa parte del mare ci siamo noi, c’è l’Europa, c’è il passato; dall’altra parte si trovano loro, l’Africa, forse il futuro. Sul punto di rottura o d’incontro l’avamposto della disperazione o della speranza, a seconda delle prospettive. O una piazza a Bologna. Le guerre non dichiarate sono fredde, la politica è fredda, le onde del Mediterraneo sono freddissime. C’è morte in giro. Ma «la ginestra profuma comunque, però. In qualsiasi deserto» direbbe Lolli. Da questa parte di terra, intensamente, continuiamo a raccontare una nuova storia.

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