Territà

Una lettura geografica di «Landness»

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Giovanni Anselmo, Entrare nell'opera (1971).

Per la Meltemi editore è appena uscito il volume di Matteo Meschiari dal titolo Landness. Una storia geoanarchica. Qui pubblichiamo una recensione al volume ricordando che l’autore presenterà il libro in occasione di BookCity con Paolo Cognetti e Laura Pariani, alla libreria Verso di Milano sabato 19 novembre alle ore 18:00.

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2 novembre 2000. L’ultima volta in cui tutti gli esseri umani in vita del pianeta si trovavano sulla Terra. Da quel giorno in poi infatti c’è sempre stato qualcuno a bordo della stazione spaziale internazionale. Quale inizio migliore per un’idea attorno all’opera Landness, no? Molti anni fa qualcuno mi disse di non cercare la verità, un concetto-trappola da borghesia da salotto, bensì l’intensità. È il come e il perché del come, più che il cosa, che dobbiamo ricercare. Landness cos’è? Un saggio, un romanzo, un volume accademico intanto è qui.

Nell’adesso-qui del deserto senz’anima della geografia italiana, della saggistica italiana e sì, della poesia italiana. Altra cosa, Diamond scrive in un suo saggio che a fronte della geografia della Terra-pianeta, probabilmente nessun personaggio storico, anche il più importante, il più rivoluzionario, ha giocato un ruolo determinante dal punto di vista della situazione politica, sociale e culturale globale attuale. È come se la Terra in quanto paesaggio reale, nella sua cioè dimensione carsica, nel suo essere oceano, palude, prateria, pianura fertile, fiordo, altipiano, costa, scogliera insieme, fosse lei a dettare il passo della traversata universale della specie umana, dall’inizio alla fine. C’è un fatto però, come tutti sanno, in Italia qualcuno lo sta scoprendo solo adesso. Questo fatto si chiama Antropocene. Ed è fortemente ironico come il momento in cui l’umanità diffusa prende coscienza dell’esistenza della Terra combaci con la morte di fatto della geografia come disciplina. Cosa fa allora Meschiari? Semplice. Scrive Landness. Appunto. Ma cosa è Landness allora?

Va bene la semiotica della post-verità, la teoria delle stringhe, il principio di indeterminazione, le fragilità filosofiche, i computer quantistici e la grande cecità. Davvero. Ma a questa domanda dovremmo pur rispondere. Ecco. Cosa è Landness? Landness è la risposa. È la risposta all’Antropocene manifesto. È la risposta geografica alla morte della geografia. La risposta terrestre al problema della Territà. La risposta sacra alla lotta sul sacro nell’immaginario dell’adesso-qui. È un kit, Landness, uno tool cognitivo complesso ed essenziale allo stesso tempo. Landness è l’altrove necessario per abitare il presente e il futuro della Terra e dell’umanità. Landness è la rovina delle rovine, lo junkyard nel deserto, il Tempo che pensa lo Spazio che pensa la Terra. Landness è come una guida per cacciare gli spettri. Landness è un biglietto di sola andata per la cosmologia ossia l’unica destinazione possibile una volta fuggiti dal crollo.

E se questo gioco linguistico, perché forse lo è, e anzi io sarei d’accordo a definirlo tale, vi ha stancato, e allora mi accoderei anch’io a questa insoddisfazione, anch’essa diffusa, per la retorica vuota filo-accademica, allora io rilancio. Il punto infatti è come al solito la domanda. Il punto infatti non è chiedersi cosa sia Landness per Noi, noi lettori italiani del 2022. Il punto è chiedersi cosa è Landness per chi lo leggerà fra dieci anni, venti, forse già cinque. «Un modello atemporale del Tempo potrebbe forse emanciparci dall’ossessione progressista per il futuro, potrebbe farci vedere il dopo in termini di possibilità, non di risultato» scrive Meschiari. Pensate allora di leggere questo in una sporca periferia di una città del sud o del nord Italia fra vent’anni, quando l’acqua corrente arriverà alle palazzine una volta ogni due tre settimane, quando l’idea di società civile sarà un’insidia più della siccità.

Meschiari mette in Landness tutto sé stesso, svelato, ctonico appunto, stavolta sul serio. Una delle menti più brillanti in quello che è il lungo e largo lago secco salato della produzione culturale italiana. Nell’Antropocene manifesto, nell’Italia che si accartoccia, si inonda, smotta e si brucia, che si muove alla cieca verso un futuro di ricordi, Landness è l’unico libro da leggere, inalare e poi mettere dentro il carburatore dell’immaginario. Attraverso le visioni, gli incubi e i passi di sangue di geonarchici e scrittori che sembrano dell’altrove del passato ma non della storia, Meschiari ci scuote dagli stilemi anestetizzanti e comunque scaduti – qualora qualcuno voglia ancora anestetizzarsene lo sappia – di un certo modo di intendere la parola e l’immaginario. Landness è un libro verticale. Landness ti lancia senza paracadute contro la superficie del mondo. Tu atterri come un supereroe che ha i poteri per cinque minuti, senza schianti fatali, ma poi i cinque minuti passano e sei da solo nel paesaggio della Terra. Immaginatevi lì. Precipitati. E lì che fai? Lo smartphone dice che non c’è campo. Forse dietro il crinale c’è un villaggio. Forse lungo la costa, se cammini per otto ore, arrivi in una struttura alberghiera per ricchi turisti assetati di scatti panoramici da postare. Ma tu sei lì solo. Hai fame, hai sete, senti un po’ freddo. Capisci che il paesaggio non si guarda ma si cammina, non si ritrae ma si pensa e si racconta. Come su un’isola vulcanica, la mappa dei sentieri non ti restituisce la reale fatica necessaria per uno o per l’altro ma solo la loro lunghezza in linea d’aria, come se tutto fosse piatto e invece non lo è proprio e te ne accorgi presto. Allora pensi che quello che stai vedendo su google maps è come un selfie sui social. Horror vacui. La paura a cui tutte le paure si riducono. Il vuoto che tutta l’arte, il vaneggiare e l’amare tenta di riempire. Ma quando sei da solo in un paesaggio, in un pezzo di mondo che non è il tuo, che ti è alieno e a cui tu sei alieno, senza prenotazioni, senza biglietti di andata né ritorno, la storia è un’altra.

Questo fa Landness. Ti riporta a un qualcosa che è stato prima e che sarà dopo. Come un geoanarchico, potrai sentire la solitudine, psicologicamente intesa, essere da solo, fisicamente, oppure potrai essere solitario magari, sottratto o autosottrarti, esiliato, autoesiliarti, eliso. Ma Landness ci dice dell’uomo e del suo inestricabile essere Terra. L’essere umano è Landness, come sostantivo e come attributo. Questo è ciò che ci dice. E lo sarà anche quando, se arriverà in tempo, ci sarà un tecnologia tale da permetterci di colonizzare altri pianeti. L’umanità è Landness. È l’uomo a essere terraformato. Non siamo noi che terraformiamo, la Terra stessa o altri pianeti. È il terraforming a fare noi, non solo il fare-luogo e la landscape mind. Noi siamo terraformazione. Questa cosa è la cosmologia. Landness ci dà delle piste concettuali, degli orizzonti narratologici, dei paradigmi, delle storie di viaggi, di fallimenti e dolori. Ci vuole far capire che l’epica, la poesia, la geoanarchia, la nature writing americana, non sono vezzi di noia, la letteratura non è letteratura, il sapere geografico non è la geografia. Dalla grotta Chauvet al libro dell’isola di Kilgo, Meschiari ci mostra una via possibile per la sopravvivenza, qualunque sia il deserto, qualunque sia il carcere, sopratutto, quel carcere che è la libertà neoliberisticamente intesa, la cronaca, l’alzheimer della specie. Il dramma, inteso come azione, è tutto qui. L’infelicità leopardiana dell’individuo una volta portata fuori da sé e dal sé è forse la consapevolezza di questo: esiste una Terra senza l’uomo, è esistita ed esisterà, ma non esiste, non può esistere e mai esiste l’uomo senza la Terra. Antropocene, worldbuilding (cognitivo e narratologico), terraformazione (spaziale e non).

Non c’è bisogno che ci scriviate un paper per giustificarne l’intuizione che li vede in relazione, tre facce della stessa medaglia, sì, esistono più dimensioni. Tre fuochi sullo stesso cratere e noi che ci balliamo attorno. Anche su Marte, anche nella discarica più tossica di un villaggio del terzo mondo. Territà quindi come speranza, ossia spazi del possibile. Così l’Antropocene è anche lo scoprire che non solo siamo amanti tossici neanche la grazia di un amore puro, libero, perché è un bisogno, una cisti, un’appendice, più che una simbiosi quindi, che se è allora è necessaria e iniqua di qualcosa che vive benissimo senza di noi, la Terra, ma che questa Terra ci ha voltato le spalle, a causa nostra. Così parlo d’amore e il grande pubblico torna attento. Ma anche questo è un gioco retorico, semantico, e adesso non è più tempo. È qui il ruolo cruciale di Landness. La Terra non è un oggetto erotico bensì l’atto totale dell’esistenza umana. Le storie geonarchiche, l’autofiction dell’autore, la riflessione, che in pochi capiranno adesso, sul Tempo, sono gli strumentisti del coro finale. Il cuore del coro è il ventre terrestre, la voce del Tempo, gli occhi, le gambe e la braccia dell’esperienza umana. Leftovers dell’utopia, animali che rincorriamo e da cui siamo rincorsi nei sogni. Vite, spettri e scenari che ci abitano e che vengono dal futuro. Ci sono picchi di bellezza della parola in Landness, storie intense come un macigno che ti rotola su una mano, idee scomode e luminosissime. Forse l’epopea definitiva del Meschiari-dello-spazio-terrestre che sembra chiudere i conti con decenni di ricerche, di cammini e di tracce da seguire e forse chiude i conti anche con una parte di noi. Adesso è il tempo dell’altrove. È il tempo della Landness. È il Tempo, di nuovo, del cosmo.

Non vi e mi farò la classica domanda da fine recensione «Perché allora leggere Landness adesso?» che pur ci sta ovviamente benissimo e a cui avrei riposto «Per sopravvivere. Per prepararci mentalmente al collasso. Per ricordarci chi siamo in quanto specie, in quanto persone, in quanto individui. Per dimenticare l’oblio, tornare al possibile e reimparare il fare comunità». Tuttavia, vi dirò solo di leggervi Landness. Bevetevelo, mangiatelo o dategli fuoco. La parola è azione, dice Meschiari. Allora, sarà Landness o Landless. Poi. Scegliete voi da che parte fare.

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