Le parole tra le cose

Per un materialismo della materia e della forma

Pascali Pino- Balla di fieno (2)
Pino Pascali, Balla di fieno (1967) - Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea.

È appena uscito, per Meltemi Sulla soglia delle forme. Genealogia, estetica e politica della materia, a cura di Anna Montebugnoli e con saggi di: Catherine Wilson, Giuseppe Armogida, Rok Benčin, Sara Sermini, Oswaldo Emiddio Vasquez Hadjilyra, Michele Spanò, Andrés Saenz De Sicilia, Federico Zappino. Qui anticipiamo l’introduzione della curatrice, ringraziando l’editore e gli autori per la disponibilità. 

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È già un po’ di tempo che nel dibattito contemporaneo si registra una nuova fortuna del termine materialismo1. Una fortuna legata certo alla sua immediata riconoscibilità politica, ma come emendata dai richiami considerati più problematici della sua storia recente – tra tutti il marxismo2. Questa emendazione può assumere varie forme, ma nella maggior parte dei casi essa sembra passare per una sorta di riattivazione della radice etimologica del termine, indice anche di una disposizione teoretica: quella materia che, in virtù della sua lunga vicenda filosofica, della sua durata, della sua plasticità, si presta bene a dare sostanza, spessore e corpo3 a quello che si va configurando come un nuovo materialismo. Dove il riferimento al nuovo evoca in prima istanza proprio la capacità della materia di redimere il materialismo da quell’impronta antropologica, lasciata in eredità dalle sue declinazioni marxiste otto-novecentesche, che rischia di rendere la parola inservibile per un’episteme definita sempre più attorno al vuoto prodotto dalla crisi del soggetto moderno4. Così, la materia è convocata soprattutto in ragione della sua forza antiumanistica, tanto più efficacie a fronte della sua doppia declinazione antica e moderna: come principio ontologico che nella filosofia classica e medievale intesseva, insieme alla forma, un mondo senza soggetti; come residuo – raccolto poi dalla scienza moderna, nella sua progressiva separazione dalla filosofia – dell’avanzamento verso la res cogitans.

E tuttavia il concetto classico di materia presenta i suoi problemi; fra tutti, quello di una sostanziale passività o, caso ben più grave, quello di un eccesso riottoso rispetto ai principi ordinatori a cui viene associato o con cui entra in conflitto. È nello spazio aperto tra questi due poli – la passività e l’eccesso – che si è andata definendo la sua posizione ancillare in rapporto alle forze creatrici della metafisica classica e della teologia medievale (forma, idea, logos, Dio), invocate a un tempo come principi di attivazione e di disciplinamento. L’attuale richiamo alla materia implica perciò necessariamente una serie di operazioni teoriche volte a correggerne la declinazione classica. Il concetto di materia può così essere attivato riprendendo la sua tradizionale associazione al divenire (grazie a cui riceve i caratteri di movimento e fluidità) e alla generazione (grazie a cui può acquisire lo statuto di principio produttivo); oppure può essere riformulato a partire dal suo utilizzo nelle scienze dure, che ne permette la trasposizione come forza vitale, motrice o incarnata (a seconda che ci si richiami alla biologia, alla fisica o alle diverse declinazioni del nesso mente-corpo nelle neuroscienze)5, riscattando una volta di più il materialismo dal suo resto umanistico e facendo così della materia uno dei nomi del post-umano6; o, ancora, se ne può rivendicare la forza oppositiva rispetto ai principi formali, istituzionali, logici a cui è stato tradizionalmente abbinato, traducendolo come espressione di un’alterità e di una differenza capace di revocare ogni determinazione – formale, istituzionale, logica.

Entro questo quadro e nei modi che ho brevemente delineato, il materialismo si aggiorna attraverso il richiamo alla materia (al suo peso, alla sua scompostezza, alla sua corporeità) delineando, insieme alle teorie sorelle7, un pensiero e una prassi politica ecologica, femminista, post-umana ecc. che disegnano – secondo l’assioma classico del materialismo per cui tutto è materia – uno spazio continuo, in cui può darsi un’immediata traducibilità e leggibilità del mondo – la politica, la psicologia, l’arte con la biologia, la fisica, le scienze cognitive.

Nella misura in cui si propone come un’indagine sulla materia (e sui suoi corollari), anche questo volume si inserisce nel quadro del dibattito attuale appena richiamato nelle sue linee generali. E tuttavia lo fa da una posizione – si perdoni il gioco di parole – in qualche modo inattuale. Dove il termine fa riferimento in prima istanza a un’indagine fuori tempo e fuori tema rispetto ai diversi tentativi di riattualizzazione del concetto. Non per ricavarsi un ambito di ricerca pura, sganciato dall’epoca, ma per sfruttare dell’inattualità – di cui ogni saggio ritaglia qui una sua porzione – la prospettiva angolare, sbilenca, la cui ineleganza è compensata però dalla sua efficacia euristica.

È in questo senso che va inteso il riferimento del titolo alle forme. Esso certo richiama immediatamente la storia più remota e tradizionale della materia, e la sua declinazione più passiva e negativa: la lettura aristotelica di Platone, quella tomista di Aristotele descrivono infatti una materia che è mero sostrato dell’eidos, quasi-non-essere che permette all’essere di esistere, principio inerte, caotico e grave che designa un mondo fenomenico opposto all’azione, alla levità, all’accuratezza delle forme. Allo stesso tempo però, se la si osserva più da vicino, questa coppia centrale della filosofia classica permette di delineare, lavorando dall’interno le sue contraddizioni, un’immagine della materia meno massiccia di quella continua (eraclitea, stoica, spinoziana, deleuziana) dei nuovi materialismi, meno densa e perciò più agile, meno capillare nella sua discontinuità – inframmezzata com’è dalle forme – ma altrettanto immanente, meno omogenea nella transizione dalla quantità (fisica) alla qualità (estetica, politica), ma più versatile grazie della sua disposizione relazionale; e contemporaneamente, una forma meno salda nella sua differenza ontologica, meno incline al governo, e dunque anche lei più mobile e duttile. Letta in controluce, sullo sfondo del complicato rapporto tra i due termini e lungo le linee genealogiche – un altro nome dell’inattualità – della loro dialettica, la tradizione di questo binomio permette cioè di rintracciare un’altra figura della materia, e con essa un altro modo del materialismo.

 

Note

Note
1Mi limito qui a segnalare alcuni titoli che hanno contribuito e stanno contribuendo al rilancio del termine: J. Bennett, Vibrant Matter: a Political Ecology of Things, Duke University Press, Durham-London 2010; D. Coole, S. Frost (a cura di) New Materialisms: Ontology, Agency, and Politics, Duke University Press, Durham-London, 2010; C.T. Wolfe, Materialism: A Historico-Philosophical Introduction, Springer, Cham 2016; R. Finelli, Per un nuovo materialismo: presupposti antropologici ed etico-politici, Rosenberg & Sellier, Torino 2018; R. Braidotti, Materialismo radicale: itinerari etici per cyborg e cattive ragazze, Meltemi, Milano 2019; T. Lemke, The Government of Things: Foucault and the New Materialisms, New York University Press, New York 2021.
2Per limitarsi a un solo ma significativo esempio, si veda l’esplicita presa di distanza dal materialismo novecentesco di stampo marxista operata da J. Bennett nell’introduzione all’opera in qualche modo fondativa dei new materialisms, Vibrant Matter, cit., pp. XIII; XVI.
3I termini non vanno qui intesi solo in senso metaforico: è proprio l’aspetto materiale e corporeo della materia a suscitare maggior interesse nei materialismi contemporanei. Su questo si vedano i saggi della sezione Material Bodies in S. Alaimo, S. Hekman (a cura di), Material Feminisms, Indiana University press, Bloomington-Indianapolis 2008; i saggi di D. Coole e J. Bennett, in D. Coole, S. Frost (a cura di), New Materialisms, cit., pp. 47-67 e pp. 93-115; R. Braidotti, Materialismo radicale, cit.; I. Caleo, Performance, materia, affetti: una cartografia femminista, Bulzoni, Roma 2021.
4Basti pensare, oltre ai New Materialisms, alle teorie sul post-umano, alla Object Oriented Ontology, alle ricerche del nuovo realismo che intersecano tutte il tema ecologico.
5Si veda K. Barad, Meeting the Universe Halfway: Quantum Physics and the Entanglement of Matter and Meaning, Duke University, Durham-London 2007; D. Coole and S. Frost, Introducing New Materialisms, in D. Coole, S. Frost (a cura di), New Materialisms cit., pp. 7-24; C. T. Wolfe, Materialism, cit., pp. 79-85.
6Su postumanesimo e materialismo si vedano, tra gli altri, i saggi di K. Barad, Posthumanist Performativity: Toward an Understanding of How Matter Comes to Matter e D. J. Haraway, Otherworldly Conversations, Terran Topics, Local, in S. Alaimo, S. Hekman (a cura di), Material Feminisms, cit., pp. 120-154 e pp. 157-187; R. Braidotti, Materialismo radicale, cit.
7Come nel caso della già citata Object Oriented Ontology, una delle cui declinazioni più interessanti è rappresentata dalla riflessione di T. Morton, in particolare il suo Iperoggetti. Filosofia ed ecologia dopo la fine del mondo, Nero, Roma 2018, degli studi sul postumano e sul nuovo realismo, per il cui inquadramento teorico rispetto alle altre due correnti filosofiche si veda F. Cimatti, Cose. Per una filosofia del reale, Bollati Boringhieri, Torino 2018.

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