Uno stato di necessità

Che cosa può un'immagine

Pope Francis on a private visit to the Basilica of Santa Maria Maggiore
Papa Francesco cammina per le strade di Roma.

Questa fotografia è una bella immagine: un uomo di 83 anni cammina a passo sostenuto con alle spalle una città deserta. A distanza di sicurezza si muovono altri uomini, forse più giovani. Quest’uomo si chiama Jorge Mario Bergoglio – Papa Francesco – e percorre a piedi la strada che dalla Chiesa di Santa Maria Maggiore porta – come un taglio in una sorprendente primavera romana – alla Chiesa di San Marcello al Corso.

Una necessità muove il passaggio del Papa, che si fa stringente e che conosce le linee temporali dell’urgenza: andare a pregare al Crocifisso che ha protetto la città dopo la terribile epidemia di peste del 1522. Che cosa possa un’immagine – nell’atto in cui l’immagine fotografica prende posizione politica – per rivoltarsi e rivoltare il presente in una fase in cui le parole risultano strozzate in narrazioni spesso caratterizzate dalla separatezza e dalla desolazione, è l’esclamazione di chi vede la fotografia apparsa in questi giorni su giornali e in rete.

Questa fotografia è una bella immagine: si incastra in un mosaico opaco, si fa tessera di splendore immune dal contagio della ricezione distratta, è lotta senza quartiere al flusso pericolosamente ipnotico di immagini e parole di tipo spettacolare. È la lezione del ritmo del dettaglio che ha lasciato alla pazienza dei nostri occhi Walter Benjamin. È un’immagine in cui il movimento non si congela, ma è restituito alla durata della sua autonomia, da fermo. Questo può un’immagine quando prende posizione, quando decide di vivere nonostante la guerra. Camminare per uno stato di necessità non coincide con l’azione, è un atto di resistenza in cui l’evento stesso e la vita non sono trascorsi in maniera irrevocabile. Questa fotografia non ne contiene delle altre, inviluppate come residuo di sopravvivenza, ma ne prosegue le linee in cui si incrociano altre immagini, fermandosi.

Quella di un agosto portoghese asfittico per la puzza di morte che solo i fascismi lasciano sulle strade in cui un uomo grasso e molto stanco prende un ritratto ed esce di casa per affrettarsi a comprare un giornale: il Lisboa, sostiene Pereira, stava per uscire quel giorno, è una necessità andare a comprarlo. In casa, il cadavere coperto dal lenzuolo bianco di Monteiro Rossi, una frequentazione di futuro ancora possibile. Oppure quella del novembre del 1974, una telefonata e un viaggio d’urgenza per salvare la memoria del cinema tedesco: Werner Herzog conosce l’urgenza della strada da percorrere che va da Monaco a Parigi per raggiungere Lotte Eisner, già gravemente malata. È uno stato di necessità da percorrere, è la storia del film impossibile da fare. Nessun racconto riesce davvero a costruirsi se ci soffermiamo sull’inadeguatezza, sulla fragilità, sullo stato precario di ogni immagine. Perché il tempo slitta, sembra sfuggire nel tentativo maldestro di arrestarlo, nello sforzo di con-tenere il corpo politico e il corpo naturale dell’immagine. È in questa separazione che scivola la natura paradossale del potere e dei poteri. Tutti.

Vedere l’intollerabile ed è subito la nascita di qualcosa di nuovo, il cinema dei cristalli d’immagine secondo Deleuze. Si vede una fabbrica e si vedono, per la prima volta, che figure, che volti abbiano i condannati. Non è un’esperienza, è un atto politico in cui chi vede si espone nel piano del reale insieme alla vergogna in cui siamo compromessi. E si vede la radicale infondatezza del potere, un lato nascosto insopportabile coincidente con la rigidità delle sue forme in cui serpeggia quella che Canetti ha chiamato la passione della sopravvivenza. Pericolosa e insaziabile zona in cui credono di convivere il potere e la morte. Una bella immagine non sopravvive, ma vive. E il tempo non fa fatica a passare, come l’aria. Che cosa può un’immagine quando di qualcosa dovremo pur vivere.

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