Beni Comuni

Oltre il mercato e lo Stato. Oltre il pubblico e il privato

Gregorio Pampinella, Le space est a nous (2013)
Gregorio Pampinella, Le space est a nous (2013) - MAAM Museo dell'Altro e dell'Altrove, Roma

Pubblichiamo la prefazione all’edizione italiana del libro di Pierre Dardot e Christian Laval, Del Comune, o della rivoluzione nel XXI secolo, DeriveApprodi, 2015

La riflessione sui beni comuni si è diffusa nelle direzioni e nei luoghi più diversi, si insinua in vario modo nel discorso pubblico, si è candidata a divenire l’unica via possibile per una trasformazione rivoluzionaria. La sfida è ardua, come ben si vede, e questo libro ne è la prova. E non poteva essere diversamente, perché attraverso il riferimento ai beni comuni si affronta il nodo di questa fase storica che ha visto il ritorno della proprietà come misura di tutte le cose, nella forma estrema della sua dematerializzazione, della sua astratta inafferrabilità come capitale finanziario. Non è certo un caso che il ritorno dell’attenzione per i beni comuni sia avvenuta all’insegna dell’«opposto della proprietà».

Oltre il mercato e lo Stato, oltre il pubblico e il privato. Oltre, dunque, le categorie costruttive della modernità. Dove si colloca questa dimensione? 

Ma come deve essere intesa questa opposizione, quali sono i suoi luoghi, quali le sue forme? Questa è una domanda che rinvia a una molteplicità di situazioni, a forme che sfuggono alla riduzione a denominatori comuni, a una ricchezza di esperienze che mostrano una realtà che deve essere analizzata e intesa nelle sue articolazioni. Di questo deve tenersi conto, per non chiudersi precocemente in una ideologia. I beni comuni ci parlano di un «oltre». Oltre il mercato e lo Stato, oltre il pubblico e il privato. Oltre, dunque, le categorie costruttive della modernità. Dove si colloca questa dimensione?

Nella ricerca di fili spezzati, di una comprensibile ricostruzione di una vicenda storica che non appartiene soltanto all’oggi, si sono manifestate letture e interpretazioni che cedono alla tentazione di concludere che una parentesi si è finalmente chiusa e che, finita una violenza della modernità, è possibile tornare alla logica dei beni comuni, abbandonata a favore della proprietà solitaria ed esclusiva. Ora, se può essere comprensibile riandare all’«archeologia del comune», può divenire fuorviante affrontare il tema in un’ottica nostalgica e regressiva, come è più volte accaduto in indagini di questi anni. Siamo di fronte a una discontinuità, che deve essere tenuta ferma.

Senza poter qui argomentare distesamente questo punto di vista, richiamerei quella che Franco Cassano ha chiamato la «ragionevole follia dei beni comuni». La follia si insinuava nel mondo ordinato del diritto, veniva indicata come un carattere del nuovo homo civicus, così liberato dall’obbligo di consegnarsi all’ossessione proprietaria che lo separava e lo allontanava dai suoi simili, ritrovando invece anche il filo dei legami sociali. Ma in quell’ossimoro, che associava ragione e follia, vi era una chiara indicazione di metodo. I beni comuni esigono una diversa forma di razionalità, capace di incarnare i cambiamenti profondi che stiamo vivendo, e che investono la dimensione sociale, economica, culturale, politica. Siamo così obbligati ad andare oltre lo schema dualistico, oltre la logica binaria, che ha dominato negli ultimi due secoli la riflessione occidentale – proprietà pubblica o privata. E tutto questo viene proiettato nella dimensione della cittadinanza, per il rapporto che si istituisce tra le persone, i loro bisogni, i beni che possono soddisfarli, così modificando la configurazione stessa dei diritti, definiti appunto di cittadinanza, e delle modalità del loro esercizio.

Questa non è una illuminazione improvvisa. È l’esito di una riflessione che riguarda i «beni primari», necessari per garantire alle persone il godimento di diritti fondamentali, e per individuare gli interessi collettivi, le modalità di uso e gestione dei beni stessi. Emerge un retroterra non proprietario, si manifesta concretamente l’esigenza di garantire situazioni legate al soddisfacimento delle esigenze e dei bisogni della persona. La via verso la riscoperta dei beni comuni è così aperta.

Non è l’unico percorso possibile, ma è sicuramente quello che manifesta una diretta coerenza con il modo in cui si è venuto strutturando il costituzionalismo della seconda metà del secolo passato. Viene istituito uno spazio dei diritti che si presenta un connotato essenziale dello «stato costituzionale di diritto», caratterizzato appunto dall’esistenza di «costituzioni di indirizzo». Questo non è un mutamento soltanto formale. È l’identificazione di una nuova relazione tra istituzioni, diritti, persone, che si traduce nella ridefinizione complessiva del rapporto tra mondo delle persone e mondo dei beni, non più necessariamente mediato dall’intervento pubblico o da quello del mercato.

I diritti fondamentali delle persone, infatti, identificano le condizioni stesse di quell’esistenza «libera e dignitosa» che deve essere sottratta alla tirannia delle merci. La prima conseguenza di questa impostazione è una nuova tassonomia dei beni, che pone al primo posto appunto quelli comuni, una cui possibile definizione è quella che fa riferimento alle «cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero svolgimento della personalità». La seconda conseguenza è una considerazione «non naturalistica» dei beni comuni, che si presentano come una costruzione storica e sociale riferita ai fondamenti costituzionali di un ordinamento. La terza comporta la dislocazione dei beni comuni dall’ambito proprietario e mercantile a quello individuato dal primato della persona e dei suoi diritti fondamentali. Una quarta può essere individuata nel limite costituzionale che viene così imposto alla legittimità delle «chiusure», non ammissibili quando può determinarsi un conflitto appunto con la dimensione propria dei diritti fondamentali. Da quest’insieme di constatazioni può trarsi la conclusione che non siamo di fronte a una semplice associazione tra diritti fondamentali e beni comuni, bensì alla produzione di beni comuni attraverso i diritti fondamentali.

Questo modo di guardare ai beni comuni reagisce sulla complessiva ridefinizione dell’intera categoria dei beni, di cui quelli comuni rappresentano una parte. Questo non è un modo per ridimensionarne la portata. Si vuole piuttosto mettere in evidenza come l’area dei beni irriducibili alle logiche individualistiche e mercantili non sia interamente coperta dai beni comuni. Così ragionando, non si vogliono soltanto evitare effetti inflattivi, destituendo la categoria dei beni comuni della sua specificità: si intende pure escludere forme di deresponsabilizzazione dei soggetti pubblici a cui spetta comunque la competenza, o il «dovere inderogabile», per la gestione di una serie di beni. La nuova tassonomia dei beni, che prende le mosse dal riconoscimento del ruolo fondativo di quelli comuni nel senso indicato, produce un rilevante effetto di sistema, nel senso che impone una ridefinizione pure del riconoscimento e delle modalità d’uso dei beni pubblici e di quelli in mano privata.

Si delinea una ricostruzione del sistema costituzionale nella quale il riconoscimento dei beni comuni come categoria autonoma assume un ruolo rilevante 

Nella prospettiva qui indicata, si delinea una ricostruzione del sistema costituzionale nella quale il riconoscimento dei beni comuni come categoria autonoma assume un ruolo rilevante. Ma si potrebbe osservare che proprio questa collocazione forte dei beni comuni nella dimensione costituzionale finisce con il produrre un effetto di neutralizzazione della portata rivoluzionaria del comune in sé. Si apre così una discussione assai impegnativa intorno alla opportunità offerta dal riferimento ai beni comuni per restituire forza rinnovatrice ai testi costituzionali, posizione che si allontana assai dalla loro considerazione come strumento per una discontinuità radicale. Qui davvero le analisi e le proposte possono divergere profondamente, e riguardano diverse questioni, a cominciare da quelle relative alla gestione dei beni, dunque alla produzione delle soggettività alle quali necessariamente essi rimandano. Bisogna allora riflettere analiticamente sulle diverse esperienze alle quali in questi anni è stata affidata la pratica dei beni comuni, così come sul dilatarsi di questa categoria al di là del suo ambito proprio – sì che si parla ormai correntemente di Welfare, di legalità, di città, di cibo, di istruzione, di salute, di arte, di paesaggio come bene comune, e via elencando. Siamo di fronte alla descrizione di una società ormai pervasa dal comune o al diffondersi di un riferimento generico che ne indebolisce, fino a cancellarla, la forte specificità? Va colta, certamente, una indicazione nella quale si manifesta una idea di società che fonda relazioni forti intorno a riferimenti unificanti. Ma come queste diverse spinte si stanno componendo in azione politica, sociale e istituzionale, oltre che nella indispensabile riflessione teorica? Proprio perché questo libro costruisce il comune come principio politico, è indispensabile esplorare continuamente le modalità differenziate in cui esso può manifestarsi in una molteplicità di processi, nei quali le forme di partecipazioni sono direttamente connesse con le modalità di costruzione dei beni e del loro uso.

Come i beni comuni non sono un dato a priori da registrare naturalisticamente, così anche le soggettività sono l’effetto di una costruzione consapevole generata appunto dalla relazione concreta con i dati reali nei quali si riconoscono i soggetti storici di una possibile trasformazione 

Lungo sarebbe l’elenco delle esperienze rinvenibili in luoghi diversi, che vanno da quelle più comprensive riguardanti l’acqua alle pratiche sociali e istituzionali nelle quali emerge il protagonismo istituzionale di quelle che, secondo le parole dell’articolo 43 della Costituzione italiana, possono definirsi «comunità di lavoratori e di utenti». Ma, come i beni comuni non sono un dato a priori da registrare naturalisticamente, così anche le soggettività sono l’effetto di una costruzione consapevole generata appunto dalla relazione concreta con i dati reali nei quali si riconoscono i soggetti storici di una possibile trasformazione.

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