Connessioni in divenire

Una mostra di Hao Jingban al Matadero di Madrid

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Hao Jingban, Opus One - Matadero Madrid (2020).

Le opere video di Hao Jingban indagano le modalità in cui è stata narrata la storia della Cina contemporanea. Nata a Pechino nel 1985, Jingban riporta in luce eventi lasciati ai margine della storia ufficiale per mostrare le relazioni ambivalenti tra ambito estetico e etico, tra finzione e realtà, potere e potenzialità.

Jingban ha ottenuto il riconoscimento internazionale per Beijing Ballroom, progetto in cui ha analizzato storie e frammenti di vita accaduti nelle sale da ballo di Pechino. Dai primi anni Cinquanta, con la ballerina che aveva danzato con Zhou Enlai, primo ministro della Repubblica Popolare cinese, agli anni Ottanta dove in quella sala avevano ballato i suoi genitori, fino ad oggi. Le sale da ballo sono infatti ancora frequentate dai giovani, nonostante i radicali cambiamenti sociali e politici avvenuti nel corso del tempo. Qui scoprono danze storiche come il jazz e lo swing, nate negli anni Venti negli Stati Uniti, come forma di identità e riconoscimento della comunità afro-americana.

Beijing Ballroom realizzato con found footage film, interviste, reenactment e voci fuori campo è stato una sorta di rizoma per la creazione del video-saggio Opus One, esposto nella sua mostra personale al Matadero di Madrid, che è ora temporaneamente chiusa, anche se continuano molte attività online.

Opus One è una videoinstallazione a doppio canale declinata in due in cui schermi, nel primo vi è una giovane coppia di ballerini asiatici che provano una serie di passi di danza acrobatici. L’ambientazione è neutra e i loro abiti sono contemporanei. La mancanza di riferimenti incuriosisce, perché non è chiaro se si tratta di un tutorial, di una lezione o di una performance. Nell’altro schermo vi sono video d’archivio girati in una ballroom di New York, negli anni Trenta, dove si esibivano danzatori di Charleston e di Lindy Hop.

«I protagonisti del film sono Suzy e KC» mi racconta l’artista «sono miei amici. Vivono a Pechino. Siamo appassionati della musica e delle danze afro-americane che si ballavano a Harlem tra il 1910 e il 1950, balli molto popolari dopo la Grande Depressione, considerate forme originali di danza jazz. Suzy e KC hanno guardato e riguardato i found footage film da me ritrovati, materiali molto rari perché è rimasta pochissima documentazione, ed hanno imparato a memoria quei passi per ballarli di nuovo. Sono cosi affascinati dalla storia di quei balli e da quei ballerini da essere andare a New York per incontrare i pochi danzatori rimasti in vita. In quel viaggio non hanno però trovato ciò che cercavano. La loro immaginazione e il desiderio di ritrovare le atmosfere viste nei footage d’archivio non corrispondono alla contemporaneità. Ben poco è rimasto di quelle danze e di quelle istanze libertarie. Il Jazz è nato come forma di resistenza e un appello alla libertà per gli afroamericani, nella società contemporanea sono altri i linguaggi in cui si cercano proiezioni immaginifiche. Per i giovani di oggi le sale da ballo sono state in parte sostituite dai social media. Suzy e KC sono assidui fruitori di TikTok. Hanno contaminato le danze storiche che si ballavano a Harlem con quelli che vedono caricate dai loro contemporanei su TikTok. Questo assemblaggio posticcio che per un europeo potrebbe sembrare improbabile, è invece tipico della società cinese contemporanea. In Cina i processi storici non solo non vengono analizzati ma sembrano essere stati cancellati, si preferisce proiettarsi in stili e iconografie di altre culture anche senza capirli e conoscerli veramente. Con Opus One ho voluto mostrare il sincretismo, le affinità e le convergenze di queste due diverse temporalità, la storia delle rivendicazioni identitarie americane e il presente globalizzato, vissute con consapevolezza da Suzy e KC. Io opero in modo diverso rispetto a loro. Con il mio lavoro cerco di osservare le forme della storia per comprendere il passato, il presente, e lo sviluppo futuro della società cinese contemporanea», conclude l’artista.

Opus One è stato realizzato grazie al premio assegnatele da Han Nefkens Foundation – ARCOMadrid Video Art Award. La Fondazione è un hub produttivo che sostiene e promuove artisti emergenti attivi principalmente in Asia e fuori dai circuiti commerciali, supportati nella produzione e nella circuitazione delle opere. Di formazione scrittore e giornalista e grande amante della video arte, Han Nefkens crede nelle potenzialità del video per la sua capacità di diffusione e connessione tra realtà diverse tra loro, e per le sua capacità di interrogarsi sulle forme del sapere. Un esempio del modo in cui Han Nefkens genera connessioni in divenire è questo. Insignito del premio Montblanc per il mecenatismo, Nefkens ha preferito donare il danaro ad Aziz Hazara, giovane artista afgano. Hazara ha così potuto produrre due nuove opere, una delle quali, Bow Echo si occupa dell’ondata di attentati suicidi avvenuti a Kabul negli ultimi vent’anni, di cui l’artista è stato testimone. L’installazione esplora tracce della memoria attraverso le rovine della guerra, ed è ora esposta alla Biennale di Sydney.

L’altra opera-video di Hao Jingban presentata al Matadero ripercorre la «storia di un oblio», ossia la storia della Manchukuo Film Association, casa di produzione e distribuzione cinematografica fondata nel 1937 nello stato di Manciuria o Manciukuò, stato fantoccio creato dell’Impero giapponese dal 1932 al 1945 nella Cina nordorientale / Mongolia interna. La videoinstallazione multicanale South Lake Park a Hongqi Street cerca di ripercorrere lo sviluppo e la chiusura della Manchukuo Film Association, di cui si hanno pochissime informazioni, visto che la Cina e il Giappone continuano a cancellarla dalla loro storia ufficiale.

Il video inizia nel Parco Nanhu di Changchun, l’antica capitale del Manchukuo dove Jingban esplicita la difficoltà di rappresentare quella regione abbandonata della Manciuria. Molti erano andati a girare prima di lei, ma non ci sono riusciti perché non avevano il permesso di filmare. Hao si interroga su ciò che non è stato possibile riprendere, anche dalle generazioni precedenti. Per realizzare il video-saggio ha raccolto materiali d’archivio, frammenti di film e registrazioni ritrovate, incontrato e condotto interviste a alcuni dei registi e degli attori ancora in vita, accompagnando le immagini con il suo commento vocale. Solo rimasti solo 30 DVD di quella ricca produzione. In seguito all’invasione sovietica di Manchukuo nel 1945 molti film furono portati in Unione Sovietica, alcuni furono acquistati dal Giappone, altri sono stati restituiti alla Repubblica popolare cinese.

Influenzata dall’opera di Chris Marker e Harun Farocki, l’artista compone in questo video-saggio una riflessione sulla macchina-cinema. Interroga attraverso le immagini e i luoghi istanze ideologiche, propagandistiche e identitarie, visto che la violenza della storia giace nel disconoscimento dell’esistenza di situazioni non subordinate alle scelte economiche e politiche del potere. «L’opera avrebbe dovuto essere stata presentata lo scorso anno a Shanghai, ma è stata censurata. Fino ad ora è stata mostrata solo in Europa. Ma continuerò a proporla» afferma l’artista «perché credo sia un capitolo significativo, anche se marginale, della cultura cinematografica cinese e giapponese, che dovrebbe essere riscoperta».

E qui risuonano le parole di Farocki quando affermava «se c’è qualcosa in cui si può ancora continuare a credere è la necessità di creare una rete trasversale di significati, in una modalità reticolare, d’indagine continua per superare/eccedere il privilegio di una narrazione univoca».

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