Diritti riproduttivi, spazio delle lotte e forme di vita

Una conversazione con Lola Arias su «Lingua Madre»

Lingua Madre (2021), regia Lola Arias, Arena del Sole di Bologna_ph Stefano Triggiani
Lingua Madre (2021), regia Lola Arias - Arena del Sole di Bologna. Foto di Stefano Triggiani.

Proponiamo qui una conversazione tra Piersandra Di Matteo e Lola Arias, intorno a «Lingua Madre», la prima produzione italiana dell’artista argentina. Lo spettacolo debutterà stasera, martedì 5 ottobre, al Teatro Arena del Sole di Bologna, e rimarrà in scena fino al 14 ottobre 2021 nel quadro di Matria • Immaginari della maternità contemporanea.
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Piersandra Di Matteo: Nel tuo lavoro cova l’urgenza di un teatro capace di operare e incidere sulla realtà. Alla base c’è una pratica tramite cui portare a emersione, attraverso una drammaturgia sorvegliata, contraddizioni, interdetti e zone di opacità delle narrazioni del nostro tempo. Non si tratta di rinnovare un legame tra teatro e pedagogia, ma di riconoscere alla scena la possibilità di affrontare vicende della storia recente, conflitti socio-politici contemporanei e tematiche che condizionano il nostro modo di vivere e pensare. L’obiettivo non è rappresentare il reale, ma rendere reale la rappresentazione, scavando sull’indecidibilità tra realtà e finzione. Hai iniziato come drammaturga, scrivendo spettacoli di finzione. Con il tempo hai sentito l’urgenza di stringere legami con gli elementi della realtà: è la trilogia del 2007 Revolver Dream, e Striptease e El amor es un francotirador a segnare un decisivo momento di svolta. Cosa attiva questa transizione?

Lola Arias: Sì, quella trilogia ha segnato decisamente un punto di svolta nel mio lavoro. Prima del 2007 ero una drammaturga e una regista legata al teatro di rappresentazione; scrivevo testi finzionali recitati da attori. In Striptease il protagonista è praticamente un neonato. Il testo è una conversazione tra un uomo e una donna. In origine volevo un bambino sulla scena e le voci-off degli attori, ma poi ho capito che era impossibile avere in scena il bambino a suo agio senza la madre. In quel momento ho capito che mi interessava il rapporto madre-figlia: una relazione che non si può recitare se si ha meno di un anno. Nella performance c’erano Natalia e Maya, un’attrice e la sua bambina (più un attore che interpretava il ruolo dell’uomo). Abbiamo provato molto, e poi abbiamo capito che avremmo dovuto accogliere, come in una forma di abbandono, l’umore, i movimenti e i bisogni della piccola. Mi è parsa potente la combinazione tra realtà e finzione. La realtà del bebè che si muove, mangia, dorme o piange quando vuole, e la finzione della conversazione telefonica. Questa presenza impossibile da prevedere ha reso la performance viva. Ho capito che del teatro mi piace anche questo, la possibilità di creare un attrito tra questi due territori, la sensazione d’essere qui e ora, ma al contempo dare spazio alla rappresentazione di un’altra realtà, al museo della realtà fatto di convenzioni.

PDM: Per i tuoi spettacoli scegli di non lavorare con attori/attrici professionisti/e, attivi una dimensione partecipativa che coinvolge persone con diversi vissuti legati al tema che scegli di indagare: saperi, aspirazioni, esperienze, statistiche demografiche, eventi realmente accaduti sono le fonti principali della scrittura scenica…

LA: Per restare ancora alle origini di questa virata, posso dire che in El amor es un francotirador ho iniziato a lavorare sulla biografia degli attori/attrici, mescolandola con elementi di finzione. Le presenze in scena erano ancora personaggi, ma usavano parte della loro esperienza personale. Ad esempio, uno degli attori aveva molti tatuaggi e recitava una storia inventata, ma a un certo punto parlava delle vere ragioni dei suoi tatuaggi: la storia scritta sulla pelle coincideva con la parte interpretata. Da quel momento ho abbandonato l’idea di una scrittura a priori, e ho creato materiali preparatori che ruotassero intorno a un nodo problematico o una questione su cui volevo lavorare.

PDM: Nel 2009 hai creato My Life After, la ricostruzione delle storie della tua generazione, quella dei/delle giovani nata durante gli anni della dittatura in Argentina…

LA: Sì, mi sono occupata dei/delle figli/e delle persone mandate in esilio, uccise, scomparse o di quelle che hanno collaborato col regime militare o di colore che fingevano che non stesse accadendo nulla. In My Life After non ho iniziato da un testo per poi intrecciarlo con la biografia, ma sono partita da interviste, ricerche e studi, poi ho composto un testo basato sulle storie delle persone. Era la prima volta che lavoravo con biografie, memorie, archivi personali. Nell’opera ricostruivano la loro biografia ma anche quella dei genitori attraverso fotografie, documenti, oggetti come metodo di ricostruzione del passato nel presente. La rimessa in vita delle parti più violente e indicibili è stata impegnativa ma anche molto commovente. Per la prima volta mi confrontavo con le storie della mia generazione che avevo totalmente sottovalutato.

Atlas des Kommunismus (2016), regia Lola Arias – Foto di Ute Langkafel.

PDM: Seguendo questa traiettoria, il tuo lavoro ha progressivamente inglobato la dimensione dell’inchiesta documentaristica come base per la scrittura drammaturgica. Ogni lavoro è preceduto da un lungo periodo di ricerca di fonti, documenti, ricerche bibliografiche, immagini, oggetti, elementi che servono a individuare traiettorie di lavoro, linee di tensione e orizzonti per lo sviluppo del processo di creazione. Penso a lavori come Atlas der Kommunismus (2016) e Minefield (2016): in questi casi è la relazione tra teatro e storia a essere riattivata. Cosa significa per il teatro contemporaneo ridiscutere la storia recente?

LA: Sì, questa relazione tra storia e teatro è diventata centrale in My Life After, ma in fondo è un ambito a cui ho riservato sempre un grande interesse. È in particolare l’intreccio tra Storia e storia personale a essere investigata. Ad esempio Atlas der Kommunismus riunisce persone cresciute nella Germania Est: lavoratori in servizio alla Stasi, donne, transessuali, un cantante punk che cantava contro il regime comunista finito in prigione, un immigrato vietnamita impiegato a Rostock, nel nord del Paese. Lavorando a My Life After e Atlas der Kommunismus, e prima su The Year I Was Born (2012) ho scoperto che è possibile ricostruire la storia solo come esperienza collettiva, attraverso il confronto tra vicende e vissuti di persone provenienti da contesti diversi. Questa è la parte più interessante delle prove, mi riferisco alla possibilità di pensare insieme a cosa è successo, contemplando visioni opposte. Le prove sono lo spazio del confronto, della discussione, modi per comprendere le posizioni degli altri.

PDM: Questa dimensione agonistica è radicale in Minefield: lo spettacolo riunisce veterani britannici e reduci argentini della Guerra delle isole Falkland/Malvine, conflitto militare combattuto tra aprile e giugno 1982 tra Argentina e Regno Unito. Lì sono a confronto due schieramenti che si sono combattuti armi alla mano…

LA: Si tratta di un esperimento sociale estremo: il confronto tra nemici, persone che hanno rischiato di uccidersi a vicenda. Tutti consideravano questo progetto un grande abbaglio. È stato senza dubbio un progetto difficile, anche perché le conseguenze della guerra sono ancora presenti. L’Argentina rivendica tuttora la sovranità delle isole. È una ferita aperta per la società argentina. In questo caso è stato avvincente scoprire che gli attori, i veterani, che hanno partecipato al progetto, erano disposti ad accettare la sfida. E visto che gli argentini non parlavano inglese e gli inglesi non parlavano spagnolo, il team artistico ha fatto da interprete, mediatore, da ponte. Tra i partecipanti si è creato un legame intenso, si è formata una comunità che vive oltre lo spettacolo. Una parte del processo artistico si è trasformato in qualcos’altro, e questo è potente.

PDM: Attualmente stai lavorando sul tema della maternità, un tema che ha serpeggiato in numerose performance precedenti, penso a Melancolía y manifestaciones (2012) dedicato al rapporto con tua madre e la sua depressione…

LA: Ora che lo dici mi accorgo che in molti precedenti lavori ho in qualche modo affrontato il tema della maternità: Striptease metteva in scena madre e figlia, Familienbande (200)) era un progetto con una coppia lesbica di attrici della Kammerspiele con figlie e figli. Ho poi realizzato Melancolía y manifestaciones con mia madre. Era una docente di letteratura, ed è caduta in depressione con la dittatura quando ha perso il lavoro all’università, e molte altre cose allo stesso tempo. La cosa speciale di Melancolía y manifestaciones era che per la prima volta assaggiavo la mia stessa medicina; ho fatto un esperimento di auto-narrazione e ho visto cosa si prova quando si attraversa il processo di lavoro che propongo ai/alle partecipanti.

Minefield (2016), regia Lola Arias – Foto di Tristram Kenton.

PDM: Debutta al Teatro Arena del Sole di Bologna, in prima assoluta, lo spettacolo Lingua Madre. È il frutto di una ricerca condotta in città e durata più di due anni che si è nutrita di testimonianze, statistiche, fonti orali, documenti, pubblicazioni acquisite in dialogo con studiose e attiviste, doule e medici, operatrici sociali e avvocatesse che operano a Bologna. Quando nasce questo progetto?

LA: Lingua Madre è un’interrogazione sugli immaginari della maternità contemporanea. Questo progetto trae ispirazione dalla recente battaglia per legalizzare l’aborto in Argentina. In molti Paesi del mondo, penso ad esempio alla Polonia, la libera scelta di abortire è diventata la frontiera per nuove lotte. Anche negli USA, in alcuni stati, si vuole interrompere il diritto all’aborto e renderlo nuovamente illegale. Mi interessa capire quali sono le attuali possibilità di essere madre, guardare a scenari di cui non si è del tutto a conoscenza. Narrazioni tagliate fuori dal dibattito pubblico. Cosa significa e cosa comporta la gestazione per altri? Qual è il processo a cui sono sottoposte le donne nella gravidanza in vitro? Cosa si fa con gli embrioni inutilizzati? C’è davvero bisogno di un uomo e una donna per procreare?

PDM: Lo spettacolo è concepito per capitoli tematici, affronta un ventaglio ampio di questioni che si rimandano a vicenda: la scelta dell’aborto e le posizioni antiabortiste di medici obiettori, le istanze del movimento transfemminista, lacune giuridiche nel riconoscimento dei figli/figlie, l’esistenza di una maternità non biologica, la gestazione per altri, le ripercussioni sulle soggettivazioni dovute ai modelli interiorizzati della cultura patriarcale, posture childfree, il lavoro di cura…

LA: Con lo spettacolo Lingua Madre conduco un’indagine sulla maternità, sulla riproduzione e su altri modelli possibili di famiglia. Il progetto nasce da una serie di domande: quali sono i nostri reali diritti riproduttivi? Quali leggi li tutelano? Si può procreare in altri modi, magari collettivi?

Sul palco convivono storie di maternità molto diverse: famiglie omogenitoriali che lottato per il riconoscimento dei figli, una giovane madre cresciuta in una scuola cattolica che ha avuto un figlio a 18 anni perché non ha potuto scegliere se essere o non essere madre, un medico donna attivista per i diritti della salute che ha tre figli con la moglie, una madre del Camerun che ha avuto un figlio per dare la possibilità a suo marito di ottenere il permesso di soggiorno, una donna che ha affrontato anni di cure ormonali per avere figli, un uomo transessuale che rivendica e lotta per essere riconosciuta come madre, una coppia gay che ha scelto la gestazione per altri in California… Affrontiamo temi che le persone hanno a cuore ma che spesso restano celati dalla vergogna. Capita che le donne abbiano pudore a condividere storie di aborto, altre si sentono di aver fallito perché non hanno potuto avere un/una figlio/a, o perché hanno deciso di non averne. Per questo parliamo di donazione di ovuli, di fecondazione in vitro, di aborto, rendendoli argomenti pubblici. Il personale è politico. La convivenza di questi vissuti compone un campo di lotta in cui una vicenda si confronta e si specchia nell’altra. Insieme formano un’immagine della maternità che corrisponde con quello che si è abitualmente portati a pensare, sono storie che ti mettono in discussione come donna, come cittadino/a: qual è la mia posizione rispetto a questi problemi?

Lingua Madre (2021), regia Lola Arias. Foto di Stefano Triggiani.

PDM: Le biografie degli otto abitanti di Bologna sul palco stratificano desideri, possibilità, scelte di vita in un quadro che si apre al confronto tra posizioni discordanti in una vera arena agonistica, per dirla con Chantal Mouffe. Così facendo si portano nel dibattito pubblico temi-tabu come giustizia riproduttiva, violenza eteropatriarcale, maternità e migrazione. Di qualche tempo fa la notizia sconcertante che in un centro di detenzione per migrati in Georgia, negli Stati Uniti, tutte le donne che hanno chiesto di essere visitate da un medico hanno subito un’isterectomia senza il proprio consenso, e per giunta senza essere adeguatamente anestetizzate…

LA: Non è la prima volta che assistiamo a questi terribili esperimenti di controllo, manipolazione biologica e sorveglianza della popolazione. La biopolitica oggi vuole controllare cosa facciamo col nostro utero. Paul B. Preciado in An Apartment on Uranus invita gli uteri a scioperare: è un modo per puntare la lente di ingrandimento sull’utero che è oggi nell’occhio del ciclone. Quello che racconti è un comportamento folle: come si può decidere sul mio corpo a mia insaputa? Chi sono gli esseri umani che meritano di crescere e quali no? Solo i bianchi privilegiati? Qui entra in gioco in modo deciso il tema della selezione genetica, l’uso delle tecnologie, la violenza dell’obbligo procreativo e della sua interdizione selettiva.

PDM: La scrittura scenica non è il frutto di una semplice giustapposizione di testimonianze. Lo spettacolo è un dispositivo che intreccia narrazioni, dialoghi, musica, documenti, sequenze filmate, canti in un repertorio che va da Like a Virgin di Madonna allo Stabat Mater di Pergolesi (grazie alla collaborazione con la compositrice Meike Clarelli). Tutto si colloca in uno spazio scenico pieno di antichi strumenti medicali, elementi della natura, protesi, oggetti del quotidiano. Di cosa si tratta?

LA: Abbiamo dato allo spazio la forma di una wunderkammer. È una sorta di gabinetto delle curiosità, un’invenzione del XVII secolo che precorre il museo come lo intendiamo oggi. Pseudoanatomisti e collezionisti amavano mostrare le meraviglie naturali che avevano raccolto, come uccelli impagliati, mammiferi, insetti, rettili, organi e scheletri umani, resti fossili… È un riferimento a quel momento storico in cui si cercava di comprendere la natura e il mondo a partire dalla raccolta di diversi oggetti. La differenza è che in questa nostra wunderkammer sono esposte storie, frammenti di vite contemporanee che compongono una nuova visione del mondo, una sorta di «enciclopedia sulla riproduzione del XXI secolo». E lo spettro di immaginari possibili sulla maternità si apre fino a includere parentele postumane e decoloniali e utopie fantascientifiche di stampo ecofemministe.

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Lola Arias
Lingua Madre
con Donatella Allegro, Marzia Bisognin, Chiara Bodini, Egon Botteghi, Giovanni D’Alessandro, Eloisa Gatto, Florette Zengue, Martina Zucchini
e la partecipazione di Angela Balzano al processo creativo

Teatro Arena del Sole di Bologna
dal 5 al 14 ottobre 2021
progetto ideato nell’ambito di Atlas of Transitions
presentato nel quadro di Matria • Immaginari della maternità contemporanea

ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione
https://bologna.emiliaromagnateatro.com/matria/
https://lolaarias.com

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