Arte, Ecologia, Femminismi

Maria Pinińska-Bereś,
Maria Pinińska-Bereś, Landscape Annexation, Świeszyno near Miastko, 1980.

Ecologia senza arte
Marco Scotini

Senza dissenso non ci può essere ecologia, ma solo soluzioni tecnocratiche. Dunque non c’è chi non veda come le soggettività eterogenee (plurali, frattali e polifoniche) nate con il ’68 – e, dunque, lontano mille miglia dall’individualità neoliberista contemporanea – siano mosse da una volontà comune di de-professionalizzazione, di de-colonizzazione e de-patriarcalizzazione di tutte le strutture che definiscono l’ambiente, così come dal desiderio di riappropriazione di poteri collettivi autonomi sottratti, nella lunga durata, dal capitalismo: di autogestione e autogoverno dei propri corpi e delle proprie vite, di indipendenza radicale da ogni potere esterno, di cooperazione nel lavoro tra umani ed extraumani, di attivazione di economie di sussistenza.

Contro il riduzionismo e la logica a senso unico promossi dal racconto dell’Antropocene (e da cui non cessano di trarre profitto i media ufficiali), una vera emancipazione ecologica (sociale, mentale, ambientale) può venire soltanto da un decentramento del soggetto modernista e dal riconoscimento della diversità e molteplicità della materia vivente. Un «re-incantamento del mondo» contro il disincanto capitalista, come afferma ora Silvia Federici e, prima di lei, aveva sostenuto Vandana Shiva. Qualcosa che, in sostanza, avrebbe permesso al femminismo ma anche al pensiero ecologista, all’antipsichiatria, alla critica postcoloniale di emergere come saperi carichi di futuro, una volta nati dall’effrazione del marxismo. Il pensiero ecologico, come tale, non può che confliggere con ciò che è presunto omogeneo e costante, con ciò che obbliga la terra ad essere centrata, misurata, espropriata, così come la vita ad essere biogeneticamente controllata, colonizzata, patriarcalizzata.

Ravi Agarwal, Alien Waters (2004-2006).

A essere rigorosi, un’arte così concepita non dovrebbe avere nessun attributo perché finirebbe nella categoria delle tendenze e degli stili. Tra arte minimalista, Pop Art o arte ambientale non ci sarebbe alcuna differenza sostanziale: rientrerebbero tutte in un manualetto di storia dell’arte. Piuttosto, la stessa categoria di arte dovrebbe subire una forte inversione perché l’arte, come la scienza, la geografia o la storia, nasce da una separazione originaria: così come la mente dal corpo, il pensiero dall’azione, la cultura dalla natura. Diciamo che questi dualismi (tipicamente occidentali) sono anti-ecologici. Come ha fatto Timothy Morton con il suo libro Ecologia senza natura, ne dovremmo scrivere un altro intitolato Ecologia senza arte. Secondo quale principio per secoli siamo riusciti a ipotizzare una natura senza storia e un uomo senza natura è un mistero ancora da sciogliere. Personalmente preferisco lavorare entro un paradigma estetico, in rapporto a quello scientifico che, al contrario, ha dominato e continua a dominare la modernità. Anche se poi, quando è chiamato direttamente a dare spiegazioni ‒ come nella pandemia attuale ‒, il pensiero scientifico mi pare il grande assente a livello sociale.

Mano Vuelta
Juan Pablo Macías

Da molti anni svolgo una ricerca sull’anarchismo come critica dei sistemi di rappresentazione. Rappresentazione intesa non solo come produzione di immagini, ma anche come mediazione che si svolge nella costituzione del regno della politica, come nel regno dell’economia. Sempre in modo interconnesso. Un arresto del desiderio opera su questi tre regni mediati: 1) un arresto della vita nel regno della creazione di immagini in funzione di una copy-commodity, 2) un arresto delle nostre voci individuali nel regno della politica, in funzione del suffragio universale e 3) un arresto della reciprocità nel regno della economia, in funzione del capitale, e quindi l’espropriazione della forza collettiva da parte dell’autoritarismo. È come se la mediazione fosse in ogni caso una forma di invasione, una violenza, una sottrazione di diritti, di mezzi di produzione, uno sfratto generalizzato dalla Terra e della creazione, messo in atto attraverso la costituzione di un potere centralizzato.

È tutto una questione di creazione. Poiché la creazione è produrre-qualcosa-dal-nulla (making-something-out-of-nothing) nel contesto della Terra, e poiché la Terra non sta beneficiando del suo modello (la creazione) e delle sue creature, ma garantendo reciprocità tra loro, qualsiasi profitto parassitario che non contribuisce a un generale aumento della ricchezza e della felicità sulla Terra è un furto, un ostacolo alla Giustizia che semplicemente va eliminato. Creare è produrre-qualcosa-dal-nulla, quindi un prodotto. Scambiare è dare-qualcosa-per-un’altra-cosa, quindi una condivisione. Il capitalismo è qualcosa che prende tutto e non restituisce nulla, quindi un furto, una pratica che ostacola la Giustizia, l’equilibrio delle forze.

Nel corso di una serie di incontri avvenuti durante le riprese di «Museum pieces, a 6000 year-old corn fossil, two agronomists and a geneticist» un video realizzato per la seconda Biennale Yinchuan del 2018, José Regalado, un indigeno e agronomo messicano (ho sempre amato questa paradossale mescolanza di identità, credenze e conoscenze in una singola unità nei paesi coloniali … ossimori viventi) afferma che la mano-vuelta, ovvero tendersi la mano reciprocamente, è una pratica indigena:

certo ci sono alcune pratiche perse, come questa della mano-vuelta.
Questa è una pratica che non vedi così spesso
– che cos’è la mano-vuelta?
la mano-vuelta è quando ti aiuto e poi mi aiuti …
quando il mais è nello stato tenero (elote)
c’è un processo di trasformazione e diventa una bevanda di mais (atole),
e ho osservato che quando una famiglia ha il suo mais in quello stato,
condivide il prodotto con i propri vicini,
grata di avere un raccolto,
e lo condivide con la comunità, con la famiglia e gli amici…

E questa mescolanza di realtà in José Regalado, lo porta alla conclusione pseudo-marxista che La trasformazione della materia implica la sua condivisione. Però mano-vuelta è come una sorta di mutuo soccorso che è più legato ad altri pensatori e popoli precedenti a Marx. È un mutualismo indigeno che opera sul lavoro nel contesto del sacro, che è la Terra. Così la creazione, che è il suo dono principale, ci mette nella capacità di produrre-qualcosa-dal-nulla. Un debito che gli indigeni credevano risanato attraverso la condivisione di ciò che viene creato. Dobbiamo ricordare che la Cultura, in questi popoli, è stata possibile come risultato di una simbiosi con il mais, un accordo mutualista inter-specie, un raccolto che ha bisogno di forza collettiva e, questo modo di essere comunale e mutuel, è stato un ingrediente importante in quell’incontro fondamentale con l’anarchismo europeo. Questo accoppiamento ha provocato un’infinità di sommosse che hanno preparato il terreno per la Rivoluzione Messicana che era anarchica alla base e con anarchici indiani e continua ad essere il terreno per i zapatisti di oggi.

Juan Pablo Macias, Indiani Yaqui impiccati dai Messicani, immagine tratta da Tiempo Muerto Maize and Anarchism, 2018. Courtesy l’artista.

Quindi, è tutto una questione di creazione, e Pierre-Joseph Proudhon ha ancora molto da dire al riguardo. L’ipotesi di Proudhon sulla Rivoluzione, una marcia progressiva dell’uomo verso il principio di Giustizia come un equilibrio armonico delle forze, garantirebbe uguaglianza e libertà. In questo senso la Giustizia è un principio di certezza che lega la natura con l’uomo e l’uomo con l’uomo, in relazioni non coercitive. Tutto una questione sulla giusta amministrazione della creazione.

Passato continuo. Voci, corpi e politica nelle proteste femministe cilene (1983-2020)
Roberta Garieri

La mia riflessione propone di analizzare alcune pratiche artistico-politiche emerse in Cile e create da donne compromesse con la performance vocale e corporale. Manifestandosi in forma individuale e collettiva, queste espressioni evidenziano le interferenze tra le esigenze politiche più urgenti e la dimensione artistico-estetica. L’asse cronologico che attraversa quest’analisi procede dal 1983, anno in cui irrompe il movimento femminista Mujeres por la vida, e culmina con l’insorgere della cosiddetta «primavera cilena», lo scorso ottobre e, più precisamente, con l’intervento «Un violador en tu camino» del collettivo Lastesis, realizzato per la prima volta nella città di Valparaíso nel novembre 2019. La scelta di queste due insorgenze come spartiacque per la nostra analisi risiede in una serie di osservazioni. Una di ordine storico, relativa al fatto che entrambe costituiscono il vertice di un profondo malcontento sociale, basato sulla lotta contro la violenza, la precarizzazione e a favore della «riproduzione della vita» (Federici, 2019). Da un lato, Mujeres por la vida emerge contro il regime del generale Augusto Pinochet – una dittatura civico-militare che accompagna quella ordinaria e abituale del patriarcato (Morel Letelier, 1989) –, dall’altro, Lastesis, con la performance pubblica e partecipativa, si colloca in continuità con il movimento precedente nella misura in cui si rivolge contro la perpetuazione di un sistema basato sulla violenza del capitalismo, del patriarcato, dell’etero-normatività e del colonialismo.

Oltre alla comunione d’intenti, vi sono similitudini nelle modalità d’intervento: il «corpo-territorio» (Federici, 2019) come forza sociale, l’occupazione dello spazio pubblico (la strada, la piazza), che da luogo di transito si trasforma in teatro di denuncia a cielo aperto, l’azione performativa come strumento per un’emancipazione fisica e artistica e, infine, la dimensione effimera in cui le azioni si dispiegano. In questo senso, c’è da tener presente che le lotte attuali agiscono anche in una dimensione digitale che, sconosciuta alle lotte precedenti, incide sul loro registro e sulla loro diffusione oltre le frontiere nazionali, facendo slittare lo spazio pubblico dal reale locale al virtuale planetario.

Vista aerea della manifestazione femminista, 8M, Santiago del Cile, 2020.

Alla luce della posizione acquisita negli ultimi anni dal movimento femminista come forza sociale trainante e d’avanguardia, il mio intento è di contestualizzare un corpus di pratiche, individuali e collettive, attraverso la storia politica delle arti, gli studi sulla performance e le teorie femministe e di genere in un andare e venire nella storia, passata e presente. Questa lettura, nell’unire sincronia e diacronia, mi permetterà di riflettere sul ruolo della dimensione artistico-estetica nelle proteste attuali e su come si stiano riformulando oggi le interferenze tra queste sfere. Andando oltre le richieste del femminismo bianco occidentale, il movimento femminista latinoamericano, nel suo insieme, apre una prospettiva decoloniale e comunitaria che considera il corpo della donna come un territorio in disputa, attraversato dalla precarizzazione, dal terrorismo di Stato e da altre diverse forme di violenza.

Non una di più/Non una di meno. Arte e femminismi a partire da Ciudad Juárez
Francesca Guerisoli

Negli ultimi anni accompagna le proteste contro il femminicidio il motto «Ni una menos», non una di meno. Decisamente meno noto, ma utilizzato da molto più tempo, è lo slogan «Ni una más», non una di più, che identifica la lotta iniziata negli anni Novanta nella messicana Ciudad Juárez, portata avanti dalle madres e dagli attivisti che chiedono verità e giustizia per le proprie giovani donne assassinate da mano maschile. Le connessioni tra l’aumento della violenza e del femminicidio a Ciudad Juárez con l’entrata in vigore dell’accordo di libero scambio tra Messico, Stati Uniti e Canada (Nafta, 1994) sono state esplicitate da più fronti. Ancora oggi il fenomeno persiste: ne è un esempio recente l’assassinio dell’artista e attivista Isabel Cabanillas, scomparsa il 17 gennaio scorso e ritrovata morta il giorno dopo. Ammazzata – sostengono i compagni – perché attivista e femminista influente. Nella ricerca che porto avanti sul tema «arte e femminismi» parto da qui, dalla città che ha dato vita alla categoria di indagine criminologica del femminicidio, con l’obiettivo di intraprendere una lettura critica delle pratiche artistiche contro il femminicidio, ponendole in relazione con le specifiche dimensioni sociali, politiche ed economiche dei Paesi in cui avvengono. E da qui mi domando: in che cosa l’arte è, e può essere, realmente, femminista?

Marcia Ni una mas, Città del Messico, 15 gennaio 2011. Courtesy Producciones y Milagros Agrupación Feminista. Foto Ina Riaskow.

Atto n.2. Parole Performative
Ivna La Mart

L’azione si configura come uno speech act, riunendo scritti del pensiero ecologico occidentale assieme al pensiero della cosmogonia amerindia tratta dalle visioni dello sciamano e cacique Davi Kopenawa, del popolo degli Yanomami. Il discorso rivela la necessità della critica delle categorie universalizzanti dell’episteme e del pensiero artistico totalizzante, dando voce ad altre visioni di mondo, richieste dei popoli delle foreste di tutto il mondo. Queste zone liminari tra il «progresso» e altre forme di vivere contrastanti con l’economia-mondo sono i territori più sensibili alla distruzione accelerata della Terra. La stessa terra di tutti, nella visione Yanomami.

Il focus ricade sulla necessità di rispettare l’alterità, come unica via possibile per l’esistenza e sopravvivenza degli esseri nel mondo. L’atto rappresenta una continuità nella linea della mia ricerca personale: «Corpo Come Cartografia della Memoria Affettiva», dove l’ecologia politica permette l’inclusione di nuove pratiche filosofiche per riconfigurare l’ambiente circostante tramite la generazione di nuovi sensi. Il lavoro è un registro semiotico del divenire altro, per capirlo. L’attivazione delle parole crea quello che Felix Guattari chiama una grammatica molecolare; un’articolazione politico-poetica tesa a cambiare le modalità del regime culturale imposto in nuove politiche del desiderio.

Ivna LaMart, Odio gli indifferenti, performance (2019).

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