Esistere è respirare nell’aria

Virus sovrano e asfissia capitalistica secondo Di Cesare

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Dennis Adams, Patriot (Patriote), 2002.

Per quanto tempestivo, il nuovo libro di Donatella Di Cesare – Virus sovrano? L’asfissia capitalistica (Bollati Boringhieri, 2020) – non è esattamente un instant book. È sì un testo concepito e pubblicato in tempi stretti, sotto la pressione dell’evento che lo ha ispirato e che ancora incombe pesantemente sull’attualità. Ma non si tratta affatto di un’improvvisazione, di un estemporaneo esercizio d’opinione. Virus sovrano è anzitutto l’esempio di un metodo che ogni filosofo dovrebbe far suo oggi, al fine di stornare la disciplina dal commento autistico dei testi canonici. Caratteristica eminente di questa scrittura, infatti, è quella di mantenersi sempre in una stretta aderenza rispetto alle cose: la riflessione dell’autrice non fluttua al di sopra della fatticità, ma è sempre sostenuta da un piano ontologico forte. Per altro, proprio in virtù di questa prossimità al concreto, ella ha potuto rivendicare una vocazione politica della filosofia, come recita il titolo di un suo testo pubblicato da Bollati Boringhieri due anni fa. Il libretto appena uscito è paradigmatico di questo stile, nella misura in cui ciascuno dei suoi sedici capitoli si compone di due momenti: un avvio puramente descrittivo nel quale viene rappresentata una circostanza o un aspetto specifico della pandemia in corso; una riflessione di più ampio respiro che si leva a partire dal quel primo e ristretto focus.

Questa strategia teoretica, che fa emergere il senso dalle cose, consente alla filosofa di neutralizzare immediatamente un discorso oggi molto in voga che, enfatizzando la straordinarietà e la (presunta) imprevedibilità della pandemia, tende a spoliticizzare questa catastrofe socio-sanitaria, a leggerla come un fatto naturale, cui rispondere con criteri meramente tecnici, un’emergenza che richiede misure eccezionali rispetto alle quali there is no alternative. In effetti la cultura politica mainstream è talmente colonizzata dal modo emergenzialista di affrontare la contingenza da aver condannato l’analisi all’afasia: ormai anche in circostanze normali uno stupore attonito e arrendevole si sostituisce alla critica, l’esistente occupa tutto lo spazio del possibile, il fatto si fa norma, l’eccezione diventa regola. Se tutto è emergenza, a tutto si risponde annaspando, mettendo da parte scrupoli morali e giudizi politici, ci si condanna a vivere in una dimensione post-storica nella quale tutto è compiuto, e anche il futuro non è che un dato da gestire. Così, a prescindere dalla crisi in corso, per un verso «il realismo capitalista ha assorbito ogni focolaio di resistenza immaginativa, indicando in questo sistema l’orizzonte ultimo» (p. 22), per un altro verso, e di conseguenza, nelle soggettivazioni contemporanee «ha prevalso la chiusura, ha avuto il sopravvento la pulsione immunitaria, la volontà ostinata di restare intatti, integri, indenni. La xenofobia, la paura dell’estraneo, e la exofobia, la paura abissale per tutto ciò che è esterno, che viene da fuori, sono gli inevitabili danni collaterali. Prevenire il futuro per evitarlo» (p. 23).

Ebbene l’indagine di Di Cesare infrange l’«asfissia» di questa chiusura, e cerca ossigeno proprio agganciando la teoria all’ontologia. Questo modo di impostare il problema, infatti, consente una duplice mossa. La pandemia è sì inquadrata come un evento «inedito» e «senza precedenti» (cfr. pp. 73 e 82), specialmente per il combinato disposto della particolare aggressività del virus e dell’interconnessione globale che ha fatto da volano alla sua diffusione. Ma allo stesso tempo, e questo è il punto decisivo, la crisi non è presentata come qualcosa che sarebbe cascato dal cielo, bensì è letta alla luce di una «inquietante continuità» (p. 86). L’epidemia globale non fa che ostentare dinamiche in corso da lungo tempo, contraddizioni strutturali a un sistema illusosi di poter fondare la convivenza sull’anomia più selvaggia; il virus ha fatto venire al pettine i nodi della gestione privatistica della sanità, di una declinazione della sicurezza in termini esclusivamente polizieschi, di un concetto di welfare state come mera spesa improduttiva: «Sono affiorati gli effetti disastrosi provocati dal neoliberismo sulla sanità pubblica. […] Rimozione dei rischi infettivi, mancanza di prevenzione, insieme a una mal riposta fiducia nelle capacità di tutelare i malati anche in casi di emergenza, hanno condotto a una paralisi dei sistemi sanitari in molti paesi occidentali. Il che è sintomo di una politica che crede di essere premunita da ogni imprevisto grazie all’esistenza di un mercato interconnesso e alla sua edificante regia» (p. 72).

Radicare il pensiero nelle cose consente, dunque, di ritrovare l’imputabilità politica di un fenomeno altrimenti ascrivibile al fato, e che invece è la scaturigine di un preciso trend globale: «Né castigo divino, né nemesi della storia. È difficile non vedere nella pandemia la conseguenza di scelte ecologiche miopi e devastanti. La terra è stata trattata come un enorme deposito, un magazzino di scorie e rifiuti, un ammasso di rovine» (p. 22). Non solo nell’eziologia, ma anche nella gestione dell’emergenza si palesano gli effetti di una sfrenata accumulazione capitalistica che, negli ultimi decenni, oltre ad aver saccheggiato l’ambiente, ha prodotto disuguaglianze insostenibili. La difesa dall’altro che oggi ci è imposta come ragionevole protocollo igienico, non è che il parossismo di una politica che si impegna a erigere muri in difesa della piccola cittadella dell’abbondanza, lasciando «gli altri» a se stessi. «Noi», invece, ci siamo insensibilmente abituati a concepire la proprietà e il benessere come privilegio sacrosanto ed esclusivo, e l’altro come pura minaccia. Già da molto tempo chiamiamo democrazia un essere-insieme che si dà al modo della protezione e della distanza, fino alla negazione dell’altro, secondo un modello che «si può sintetizzare nella formula: noli me tangere. È tutto quello che il cittadino esige dalla democrazia: non toccarmi» (p. 33).

La pandemia non fa che rendere evidente lo svuotamento della democrazia: negli odierni dibattiti su di essa «si esaminano i modi per difenderla, riformarla, migliorarla, senza metterne in dubbio né le frontiere, né l’appartenenza, né tanto meno il vincolo che la tiene insieme: la fobia del contagio, la paura dell’altro, il terrore per ciò che c’è fuori» (p. 31); in tal modo, ridotta a «sistema d’immunità» (ivi), da dimensione vivificante, essa diventa uno spazio asfittico, soffocato dalla saturazione di un mercato eletto a norma di vita. Emergendo dal concreto, l’analisi riattiva il giudizio politico che le letture fataliste vorrebbero disinnescare. Come sentiamo tutti i giorni, è, ancora una volta, una logica capitalista a spingere in questa direzione: un fatto naturale mette in pericolo le nostre vite, e non esige una riposta politica, tanto più che il virus è «democratico», non ha preferenze, colpisce tutti indistintamente. Ebbene questa prospettiva, che si presenta come neutra, è affatto politica, e riconosciamo nel laissez-faire il suo motto: lasciamo che la natura faccia il suo corso. Trump, Bolsonaro, Johnson, Confindustria sono i campioni sprezzanti di un potere che, per dirla con Foucault, certo non mette a morte, ma sceglie di far vivere, oppure di lasciare nella morte. Nulla di egualitario nel cammino del contagio, che al contrario traccia la mappa di ineguaglianze preesistenti e persistenti, scaricando i suoi effetti su chi ben prima dell’emergenza era più vulnerabile: anziani, carcerati, lavoratori precari, poveri, donne, ecc.

Da quando a Fukushima nel 2011 un maremoto ha generato un’esplosione nucleare che a sua volta ha innescato una crisi sanitaria, economica, demografica e politica, è evidente la debolezza della tesi che intende separare natura e cultura, politica e tecnica. Calando la sua indagine nella complessità dell’immanenza, Di Cesare decostruisce queste narrazioni, esponendone il valore più inquietante. Ciò fa del suo pamphlet un vero e proprio j’accuse. Il coronavirus non è democratico: saldandosi con una governance globale che produce simultaneamente esistenze protette da confini porosi solo per le merci, e vite escluse, esposte a ogni sorta di minaccia, esso è sovrano. Sovranità vuol dire che l’ordine dato può essere dissolto in qualsiasi momento. Ma a questa contingenza radicale non si può opporre una chiusura ermetica all’interno di una bolla immunitaria: sarebbe come costruire muri all’interno di muri all’interno di muri, restringere all’infinito lo spazio del privilegio, per produrre al suo interno forme di vita tanto più inaridite quanto più sicure, e al suo esterno soggetti perennemente in lotta per la mera sopravvivenza.

Senza voler ricavare un vantaggio da questa esperienza – ciò che sarebbe in una logica neoliberale – è però possibile considerare la «capacità trasformatrice» del virus (p. 23). In particolare «questo evento dovrebbe spingere a ripensare l’abitare, che non è sinonimo di avere, possedere, bensì di essere, esistere. Non significa essere radicati nella terra, bensì respirare nell’aria. Lo avevamo dimenticato. Esistere è respirare, è l’esistenza che viene fuori, che si decentra, migra, inspira l’alito del mondo e lo espira» (pp. 24-25). Occorre dunque ripensare la convivenza, la politica, a partire dalla contingenza, riconoscere in essa, nella vulnerabilità che le è consustanziale, non una soglia da superare incessantemente, ma un limite produttivo: «Sarà necessario convivere con questo virus e, forse con altri. Il che significa coabitare con il resto della vita in ambienti complessi, che si sovrappongono e si incrociano, nel segno di una riscoperta covulnerabilità» (p. 89).

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