Frattura dell’ordine e spazio della quiete

Esiste l'arte di protesta?

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Tomaso Binga, I segni della mano, 1978, fotografia (3 elementi), cm 24x18 cad.

Carissima Micol,

Lei mi chiede dell’arte in Turchia, dell’arte di protesta in questo momento storico. Del confronto con l’arte italiana della mia generazione. Sì, conosco la situazione in Turchia. Sono stato lì, ho anche iniziato a pensare ad un progetto da fare prima o poi.

Dell’arte che lei chiama «di protesta», devo dire una cosa. Una sua larga parte dell’arte ha sviluppato un certo legame con l’immagine video. La ragione è, forse, la necessità di mostrare ciò che accade, considerando che nel paese la libertà di stampa è fortemente ristretta. In questo senso, gli artisti e il loro proporre immagini video delle circostanze drammatiche delle rivolte, delle repressioni, delle condizioni reali del paese, mi pare vadano a colmare quel vuoto giornalistico che è necessario per farsi un’idea di cosa realmente sta accadendo.

Però ho sempre pensato, e penso ancora, che l’arte sia un’altra cosa. Di tutta l’arte turca – così tanto segnata da Taksim – che mi è capitato di vedere in questi ultimi anni, l’unico lavoro che mi abbia realmente colpito, impressionato, era alla Biennale di Venezia dell’anno scorso.

Nella manciata di opere da salvare, ce n’era una di un’artista turca, Meriç Algün Ringborg, un’artista che, oltretutto vive a Stoccolma. L’opera non voleva raccontare il presente di Istanbul, eppure è proprio in quell’opera che io ho visto esattamente la situazione del paese, con una incisività incomparabile rispetto ai molti ed interminabili video di «arte-di-protesta», pieni di interviste, di analisi, di riprese col cellulare. La ragione di questa apparente contraddizione è che l’arte non è intento, ma registrazione. Non esiste l’arte di protesta. E non perché lo creda io, ma perché non può esistere. L’arte è una fedele registrazione dello spirito del tempo. Ed essendo fedele è massimamente crudele, perché dice la verità. La verità non è una protesta. Ma saperla dire è un’arte, la più alta.

Perché, non dimentichi Micol, che la verità raccontata dagli artisti è una verità destinata a rimanere scritta per un tempo molto lungo. 

Parlo di una verità che non è opinione, perché neppure l’artista stesso ne ha il controllo. L’artista è solo un traduttore. Io stesso, non mi definisco autore delle mie opere. L’autore è sempre lo spirito del tempo. Ogni artista ascolta e trascrive, in una specie di relazione medianica con la Storia. L’artista non decide mai, e non può decidere quale sarà la sua opera. Si immagini la sua piccola, insignificante volontà, messa a contrasto con il senso della Storia che egli deve rendere. Perché, non dimentichi Micol, che la verità raccontata dagli artisti è una verità destinata a rimanere scritta per un tempo molto lungo.

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Meric Algun Ringborg, Souvenirs for the Landlocked, (2015). 56. Biennale di Venezia, All the World’s Futures – Photo by Alessandra Chemollo.

Così, l’opera di Meriç Algün Ringborg, una stanza compostissima, un tipico ambiente borghese, in cui, da una parte, davanti ad una vetrina, in terra, sta un piatto andato in frantumi, rifletteva la Turchia di questa stagione dolorosa molto meglio di tutto l’attivismo artistico che ci è toccato sorbirci in questi ultimi anni. L’eco di un piatto rotto, caduto, non lanciato, scivolato di mano, può risuonare molto più a lungo nelle nostre teste di una esplosione filmata. Continueremo a chiederci perché quel piatto è caduto, perché è scivolato, che cosa è successo nel momento in cui le mani hanno lasciato la presa, quale pensiero, quale lampo di lucidità ha attraversato per un momento la mente di chi lo teneva in mano, di chi cerca di mantenere un ordine ormai impossibile, ormai fuori tempo…

Ecco allora che noi diventiamo qualcuno in quella scena, siamo la persona che ha fatto cadere il piatto, siamo il bambino che lo ha visto cadere dalle mani della propria madre ed è rimasto fulminato da un dolore misterioso come quello che si prova nel vedere i propri genitori colpiti da un pensiero di morte. Ecco, vede, della Turchia di questi anni credo di aver capito molte cose. Lo ammetto, sono stato un giornalista per 10 anni, un analista di politica… Beh… Ma di tutto quel che ho visto, a restarmi in mente è stato questo piatto della Ringborg. Niente è stato più vero, più incisivo.

Ed è la stessa ragione per cui oggi, per capire l’Italia degli anni ’60 e ’70 rileggiamo l’esiliata e marginalizzata Anna Maria Ortese di Corpo Celeste e non la paccottiglia attivista del ’68. L’arte registra la verità. Anche se lì per lì ci sembra poca cosa. Lo sterminio dei curdi, le purghe, le violenze… tutto in un semplice piatto rotto.

Se poi vuole che le dica dove e se trovo dei raffronti, dei punti di congiunzione, con l’arte italiana di oggi, dovrò per forza far valere lo stesso ragionamento. Ricorda La religione del mio tempo di Pasolini? Lo rilegga ci troverà tutto quello che serve per capire il presente e il ruolo che stiamo giocando. Parla dell’Italia di oggi con la precisione con cui Ahmet Tanpinar parla della Turchia di Erdogan in un suo libro del 1954. L’arte è questo elettrocardiogramma della Storia. Non ha tempo da perdere con le cronachette.

Cosa crede che abbia significato andare a Forcella, nel cuore della Napoli che spara, e cominciare a parlare del paradiso, della legittima ambizione al paradiso? Non quello ultraterreno cui non credo, ma quello che si può avere in terra 

Se poi è proprio a me che lo chiede, è, forse, perché vuole saperlo in relazione al mio lavoro. Dunque, le risponderò molto chiaramente. Cosa crede che abbia significato andare a Forcella, nel cuore della Napoli che spara, e cominciare a parlare del paradiso, della legittima ambizione al paradiso? Non quello ultraterreno cui non credo, ma quello che si può avere in terra. Ecco, vede, quando ci sono andato pensavo che non mi avrebbe dato retta nessuno, che me ne sarei stato solo come un matto dentro una vecchia fabbrica abbandonata, e che forse, mi sarei preso pure qualche pistolettata visto che avevo osato sovvertire il senso di un elemento evidentemente camorristico aprendo il portone crivellato di colpi attraverso cui avevo dato accesso ad un altrove.

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Gian Maria Tosatti, Miracolo (2015) – Sette Stagioni dello Spirito, Napoli (2013-2016).

E, invece, non è andata così. Per un mese, quella vecchia fabbrica si è riempita di persone che venivano soltanto per parlare del cielo che si può portare in terra, che tentavano, assieme a me un allenamento ad essere diversi, ad essere migliori, o forse ad essere gli stessi, finalmente in un luogo che rifletteva la parte migliore di sé. Penso che continuare a ricordare alle persone di chiedersi perché stanno vivendo, continuare a ricordargli la possibilità di farsi certe domande, sia lo sforzo costante e necessario affinché non dimentichiamo di essere uomini, di essere gli unici capaci di porsi certi interrogativi e in base ad essi poter condurre una intima rivoluzione morale.

Ho portato questo a Forcella. No, niente video sulla camorra, sui traffici, sugli espedienti. Niente roba da cronaca nera, bagliori di lampeggianti. Di Forcella ricordo un giorno, in cui un operaio se ne stava in piedi appoggiato al portone aperto della mia opera intangibile. Era dentro e guardava fuori, in un vicolo bruciato dal sole di novembre. A separare i due mondi era l’invisibile e delicatissimo diaframma di una porta aperta. «Ecco – mi disse quando mi avvicinai – quando sono qui, mi sembra di stare in un altro mondo». Ma non c’era un altro mondo, eravamo solo io e lui e le nostre parole sul cielo, le parole di un agnostico e di un vecchio operaio che però un altro mondo lo disegnavano, che nel mondo usuale e usurato creavano uno spazio della quiete. È arte di protesta? No. Decisamente no. È molto di più. È arte e basta, ed è l’ultima linea di difesa dell’umanità.

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