Immagini che vivono

Politica e fotografia in Tano D'Amico

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Tano D'Amico, Prima i poveri (2020).

Oggi, mercoledì 1 giugno, si presenta il libro di Viviana Vacca su Tano D’Amico: Immagini che vivono. Politica e fotografia in Tano D’Amico, appena pubblicato da ombre corte. L’appuntamento è alle ore 18.00 da Chourmo, in via Galeazzo Alessi 122 (Roma). Intervengono: Viviana Vacca, Tano D’Amico, Giso Amendola. Per l’occasione pubblichiamo l’introduzione, ringraziando l’autrice e l’editore per la disponibilità.

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Nella fuga incessante e disperata di quel settembre del 1940, in una borsa nera di cuoio in cui l’ultimo manoscritto ruba lo spazio alla morfina, Portbou è la soglia, il passaggio ultimo alla frontiera franco spagnola del profugo Walter Benjamin. Privato ormai della nazionalità tedesca dal 1939, perduta per sempre l’abitazione parigina, Benjamin accetta, con i suoi compagni di fuga, di raggiungere la frontiera. Ma quel giorno la Spagna chiude il suo confine e il piccolo gruppo di profughi deve tornare indietro. Viene offerta una dilazione di un giorno e nella notte Benjamin, la notte del 25 settembre, scrive un’ultima lettera indirizzata ad Adorno: “In una situazione senza uscita, non ho altra scelta se non quella di farla finita”. Poco dopo ingerisce la morfina che ha con sé e muore. È la sera del 26 settembre. Quella stessa notte arriva il consenso all’ingresso in Spagna. Gli altri passano.

La storia di Walter Benjamin è una delle apparizioni, delle immagini, dei fantasmi che abitano questo testo: questi spettri, questi revenant come condizioni di possibilità della memoria – e del futuro – secondo la fascinosa quanto fondamentale citazione dal Derrida di Spettri di Marx. La riflessione sulle immagini ha un posto privilegiato nei vari comparti disciplinari, spesso caratterizzati dalla divisione e dalla separazione. È a partire dalla seconda metà del XX secolo che numerosi studiosi e, soprattutto, numerosi creatori di immagini – cineasti, fotografi, pittori, musicisti – ne hanno sottolineato l’autonomia come baluardo necessario per resistere al potere invischiante delle parole. Un potere quello della lingua – scritta, parlata – che si è esteso a livello culturale, sociale, istituzionale: la parola è la didascalia di ogni immagine che altrimenti, da sola, non potrebbe parlare.

Le parole, il sistema della lingua sono necessari perché forniscono informazioni che gli occhi non sanno vedere, denotano e connotano, ci permettono di comprendere e di capire. Le parole insieme alle immagini – da intendere non in senso addizionale – non concorrerebbero a un’alleanza solidale: queste ultime, spesso, hanno ruolo ancillare perché è costitutiva la loro natura carente, difettosa, parziale. Una critica delle politiche dell’immagine, nel contemporaneo, non può prescindere quindi dalla legittimazione di una completa autonomia in quanto caratterizzate da una particolare e specifica forma di conoscenza. Le immagini sono autonome, sono vive, hanno vita propria. Tale aspetto emerge con forza nella pratica artistica e nella riflessione teorica di Tano D’Amico. La sua centralità come innovatore e teorico della fotografia non è mai abbastanza sottolineata ma piuttosto appiattita e dimenticata nelle definizioni chiuse e fuorvianti dell’ambito della fotografia sociale.

Tano D’Amico ha forzato i limiti di un preciso campo mediale rinnovandone, dall’interno, le tecniche e le funzioni nello sforzo di un desiderio di dignità rappresentato dalle immagini in quanto precisi atti creativi e atti di resistenza politica. Riconoscere al fotografo siciliano le varie etichette di fotografo di strada, fotografo dei movimenti e delle piazze acquistano un nuovo significato se ricondotte anch’esse nella tensione partecipativa al nuovo modo in cui i corpi, nel corso delle lotte sociali si sono assembrati e incontrati, per la costruzione comune. Non si può parlare di una fotografia politica come genere specifico, in altri termini. Le definizioni, a riguardo, fanno parte di ciò che è scontato, che già conosciamo e che non smettiamo di ricordare. Va ribadita l’impossibilità di dimenticar ogni singola immagine di Tano D’Amico, ogni fotografia come presa di posizione politica che coincide con l’accadere, l’evento di ogni immagine.

Una presa diretta nella realtà e insieme una costruzione comune. In tal senso, è un creatore di immagini viventi, nate a partire dall’insoddisfazione dei vinti, dei senza voce, dei miseri per la sopravvivenza e, dunque, autonomamente in grado di dialogare con le altre immagini del contemporaneo. Per tale motivo, una riflessione intorno alle politiche dell’immagine intende promuovere il dialogo, l’incontro tra le immagini e le riflessioni su queste ultime, così come con le critiche e le cliniche – secondo quanto diceva Deleuze – atte a seguirne i movimenti, individuarne le punte di emergente non ordinarietà, le rotture, le collisioni.

La novità rappresentata dalla ricerca di Tano D’Amico è da ricondurre non soltanto ad una politica delle immagini intesa come militanza iconica – nella difesa di queste ultime, nelle lotte delle immagini – ma anche alla costruzione estetica di un’ottica precisa, nell’uso del bianco e nero come nella rivendicazione dell’utilizzo della macchina fotografica a telemetro. Le fotografie di Tano D’Amico – non da ultimo, quella della ragazza con, alle spalle, un cartello con la scritta “Prima i poveri”, quasi un omaggio alla pedagogia godardiana della visione – sono immagini politiche che mettono costantemente in discussione l’abitudinarietà dei nostri sguardi. Immagini che non si possono controllare perché tali sono le immagini belle: sfuggono, non sono mai rinchiuse in una mostra o in un catalogo per l’ultima volta, stanno già vivendo altrove. Di vita propria.

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