La gioia di resistere

Alfredo Jaar Be Afraid of the Enormity of the Possible (2015)
Alfredo Jaar, Be Afraid of the Enormity of the Possible (2015).

Come ci ha insegnato Mark Fisher, uno degli aspetti più sinistri del capitalismo contemporaneo sta nella (apparente) impossibilità di pensarne la fine: sembra che a esso non vi sia alternativa. La mancanza di alternative implica una sorta di naturalizzazione del modello sociale ed economico, che di per sé è ovviamente un prodotto storico; sotto il profilo logico, il capitalismo dà a intendere la propria necessità per dissimulare la contingenza dei suoi esiti.

Se il capitalismo contemporaneo appare incontrovertibile, ciò si deve in primo luogo al fatto che il pensiero neoliberale che lo sorregge non è una teoria politico-economica in senso stretto, «non è una dottrina, ma una funzione interna della razionalità governamentale contemporanea» (p. 29). Questo è il punto d’innesco del saggio di Evelina Praino, L’individualità ai margini dell’impero neoliberale (libreriauniversitaria.it, 2021), che con acume e ricchezza di riferimenti teorici descrive le miserie della soggettività nel sistema neoliberale, ma propone anche un orizzonte di resistenza possibile, indicando concretamente alcuni esempi di prassi che si pongono come esplicita alternativa al modello di razionalità prevalente.

È proprio la questione dei modelli di razionalità a costituire il nodo problematico da cui parte l’indagine: la razionalità economica, basata sul principio di prestazione, che riconosce solamente nell’utile e nell’efficacia il proprio metro di giudizio e nella competizione con gli altri il proprio esercizio quotidiano, non è qualcosa che semplicemente venga imposto dall’esterno ma, introiettata dal soggetto, viene assunta e addirittura ostentata come scelta personale e opzione etica fondamentale. L’uso di sé assume così i tratti dell’autosfruttamento nel contesto generale di una eclissi della politica, soppiantata dalla mera gestione della governance. «L’individuo, consapevole di essere portatore di un capitale di valore, poiché spendibile, si tramuta in agente economico» (p. 59) imprenditore e persecutore di sé stesso che, invece di prendere atto della propria fallibilità razionale, tenta di nascondere quelle che avverte come delle imperdonabili mancanze.

Il contesto in cui si inserisce questa forma di soggettività è quella, delineata da Praino a partire da un impianto foucaultiano, di un controllo biopolitico volto alla massimizzazione della sicurezza e del benessere che, ancora una volta, non va inteso come un’oppressione meramente subita ma come una sorta di sacrificio autoimposto: «Il soggetto si inserisce volontariamente all’interno di un rapporto basato unicamente sulla valutazione severa delle sue competenze ed essenzialmente circolare: le prestazioni vengono migliorate per essere barattate con una sensazione di pienezza e soddisfacimento di sé che, essendo per natura di breve durata, si esaurisce rapidamente e richiede nuovamente di essere ascoltata ed esaudita, tramite un nuovo investimento di energie» (p. 107).

Isolato in mezzo ai suoi simili, l’individuo ai margini dell’impero neoliberale desidera collettivamente ma esperisce individualmente (p. 112). Come Woody Allen nella celebre scena in cui getta per terra e calpesta i propri occhiali prima che, per l’ennesima volta, lo faccia qualcun altro, il soggetto che si sottomette all’imperativo della propria autorealizzazione, invece di perseguire una effettiva emancipazione, non fa che applicare alla lettera il programma inscritto all’interno del modello di razionalità proprio del neoliberismo, finendo per condannare sé stesso a una continua umiliazione.

Il modello di razionalità che sorregge il neoliberalismo è dunque tanto più inaggirabile quanto più introiettato dal soggetto: per assurdo, una rivolta veramente «efficace» e «utile» non farebbe altro che riprodurre a un altro livello lo stesso modello di razionalità che pure si propone di sovvertire. Ma così si delinea un paradosso: ogni tentativo di sfuggire al neoliberalismo, se vincente, finisce per soccombere alla logica da cui lo stesso neoliberalismo nasce. Quale margine di manovra rimane? È qui che l’autrice avanza la sua proposta di una resistenza possibile: «In questo senso, una prima reazione si costituisce resistente in quanto critica e consapevole di voler rispondere a un’etica alternativa rispetto a quella dominante» (p. 128). I due casi di studio proposti sono l’insurrezionalismo del Comitato Invisibile e il contropotere, creativo e collettivo, teorizzato da Miguel Benasayag.

Nelle azioni di sabotaggio così come nelle produzioni teoriche del collettivo francese si assiste a una prima forma di resistenza che consiste nel tentare di modificare la percezione della realtà in cui si è immersi: «di fronte alla catastrofe, la prima strategia di reazione consiste nell’organizzarsi» (p. 134), nel condividere saperi, mettere a punto nuove forme di vita e prassi comuni. Parzialmente accostabile a questa prospettiva è quella del filosofo e psicoanalista argentino Benasayag, in cui Praino rintraccia un secondo esempio di resistenza. In una società caratterizzata dalla fine delle grandi narrazioni, la possibilità di una molteplicità di progetti «situazionali», esperienze attive e gioiose che possono costituire una nuova forma di militanza, si pongono come tentativi di disattivazione della razionalità neoliberale, che invece risulta dominata dalle passioni tristi. La resistenza così concepita è creativa, molteplice, senza padroni e lontana dal desiderio del potere.

Il lavoro di Praino descrive in maniera estremamente puntuale la condizione della soggettività tipica del sistema neoliberale, il contesto in cui essa si viene a trovare, i modelli di razionalità da essa assunti. A fronte di questa diagnosi, nella parte finale del libro non viene stabilita una prognosi, ma addirittura suggerita, attraverso esempi che valgono come casi clinici, una cura: l’orizzonte che viene indicato è quello della resistenza come prassi per nulla opaca, reattiva o nostalgica ma creativa, attiva e gioiosa.

La gioia cui si allude nelle pagine del volume – che a sua volta, per certi versi, può essere considerato un esercizio di gioia – non è naturalmente un’allegria spensierata o una forma di quieto ritiro nel privato; piuttosto, la gioia di resistere sta nel sabotare il modello di razionalità tipico del neoliberalismo iniettando massicce dosi di libertà, gratuità, creatività. Sotto questo aspetto, se una rivoluzione è possibile, essa non si staglia in un vago avvenire, né richiede il volto accigliato del militante di professione, ma si gioca in ogni defaillance che introduce un granello di polvere nell’ingranaggio, defaillance che non viene nascosta o sanzionata ma accolta festosamente come un atto di rivolta. Va da sé che anche questa gioia ha un prezzo e che questo prezzo si paga in prima persona ma, come nella parabola evangelica del tesoro nascosto nel campo, non è difficile immaginare che qualcuno per essa possa vendere tutti i suoi averi.

L’atto di resistenza rompe l’incantesimo dell’efficacia, della produttività, della (auto)valutazione: «Ogni individuo è quindi libero, fintanto che è in grado di ideare una traiettoria d’azione che, indipendentemente dalle tattiche o dalle strategie di cui si costituisce, si configura come resistente, e la traiettoria resistente è quella che non va a segno, che gira a vuoto scordando il potere, che si perde e che, infine, continua» (p.173). Ed è forse così che, senza cercare di vincere ma giocando a un altro gioco, è possibile sconfiggere il buon senso che ci costringe a un’esistenza insensata.

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