Memorie del futuro anteriore

Working Class Against Mondays

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MP5, Titani, Torino 2014 – foto Fabrizio Garino

«Del resto credo che in questo vostro timore della schiavitù, dalla tirannia della macchina, si nasconda una segreta speranza di liberazione dalla libertà, perché a volte vi è andata di traverso».
Dalla Conferenza inaugurale del Golem, Stanislaw Lem, Golem XIV, 1981
(trad. di Lorenzo Pompeo, Editrice Il Sirente, 2017) 

Con un poco di ritardo, ma sempre intatta felicità, è il momento di festeggiare la neonata collana di libri Not pubblicata da NERO, casa editrice specializzata da tempo nell’arte internazionale e aperta all’immaginario contemporaneo tra filosofia, cultura pop, fantascienza, critica politica. Così ecco prima e terza pubblicazione di questa collana con veste grafica ed editoriale assai potenti, da artistico oggetto librario.

Realismo capitalista, del nostro, tanto amato e compianto Mark Fisher (1968-2017), curato da Valerio Mattioli, e accanto, nella traduzione di Fabio Gironi, Inventare il futuro di Nick Srnicek e Alex Williams che di Fisher sono stati allievi. Si tratta di due lavori complementari, poiché permettono di passare dalla disamina critica e spietata del realismo capitalista, inteso quasi come una seconda natura che governa le nostre vite, all’azzardo di praticare un presente e immaginare un futuro al di là di queste costrizioni.

È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo?

Il pamphlet di Fisher, un breviario da tenere nella tasca della giacca, sempre pronto alla lettura, è del 2009 e, come direbbero recensori di altre epoche, brilla ancora per verve analitica e vis polemica nei confronti di un ordine del discorso capitalista che ci condanna al solipsismo – l’impero di sé nei social network, già dieci anni fa – e a una continua valutazione prestazionale della propria esistenza: a scuola, al lavoro, nei kafkiani colloqui con i call center, nelle richieste di accesso al Welfare, etc. Producendo così due effetti nefasti per le nostre esistenze individuali e collettive: esplosione di disturbi mentali, a partire da depressione e ciclotimia, e produzione di burocrazia attraverso apparati e procedure che si autoalimentano. Condannandoci all’immobilismo del There Is No Alternative (TINA), vero mantra del realismo capitalista, che Fisher rintraccia già nel sistema scolastico, capace sia di indebitare che di recludere in compartimenti stagni gli studenti. Un’educazione all’asservimento delle giovani generazioni che Fisher ha ben conosciuto da docente, oltre che da studioso e critico di cultura politica e musica pop e underground, riferimenti continuamente presenti nelle sue pagine e nel suo celebre blog K-Punk.

La decisione di abbandonare questo mondo da parte di Mark Fisher ci priva non solo della sua inconfondibile grazia analitica, ma soprattutto della confortevole presenza di un Autore fratello, capace di contenere dentro di sé molteplici e discordanti tensioni e posture, scrivendo anche per noi, quasi come una terapia collettiva, tra «straziante inedia» (la stessa che aveva intravisto in Kurt Cobain, non a caso) e febbrile iperattivismo accelerato (quello della jungle che nei primi Novanta ballavamo fino all’alba, Mark a London City, noialtri, da provinciali invasati, alla vecchissima sede del Circolo degli Artisti, qui a Roma). Così restiamo soli, in compagnia dei suoi scritti e al fianco dei suoi eccentrici, visionari e futurologi allievi.

Memories of the future

I già ricordati Nick Srnicek e Alex Williams, con Inventare il futuro, sul quale sarà necessario tornare con più calma, anche in occasione della recente traduzione italiana per Laterza, con postfazione dello stesso Valerio Mattioli, del loro oramai classico Manifesto accelerazionista (Laterza, 2013), in Italia da tempo dibattuto, a partire da Matteo Pasquinelli con Gli algoritmi del capitale (Ombre Corte, 2014).

Così come Fisher scandaglia con virulenza la psicopolitica capitalistica, Srnicek e Williams assaltano le malinconie passatiste della sinistra partitica, sindacale e movimentista esistente, o almeno di quel che ne rimane. Tutte imbevute di retrotopie, per dirla con l’ultimo Zygmunt Bauman, folk politics di identitarie micro-comunità arroccate in sterili assemblearismi, alla pericolosa ricerca di intolleranti sovranità nazionali. Tutti con il rischio di essere convocati per la permanente «assemblea dei dementi di ogni luogo» che Jean-Bernard Pouy derideva già decenni fa nel suo fulminante Spinoza incula Hegel (Castelvecchi, 2005).

Con Srnicek e Williams ci troviamo invece sul tornante accelerato di possibili – e non solo utopiche – visioni e pratiche al futuro anteriore, capaci di tenere insieme innovazione sociale e tecnologica con libertà dei molti e solidarietà tra pari, contribuendo alla pensabilità di una «nuova sinistra» che diffonda il motto accelerazionista: «pretendi la piena automazione, pretendi il reddito universale, pretendi il futuro». Per sperimentare l’incontro felice tra essere umano e macchina e quindi condividere i benefici della rivoluzione digitale, ancora saldamente nelle mani di Corporation e monopolisti del Web stregati da una possibile ecologia della disoccupazione, per dirla con il distopico Don DeLillo di Zero K (Einaudi, 2016).

Ma Srnicek e Williams sono molto chiari: perché si inneschi questo movimento è necessario investire in reti e progetti dotati di forza organizzativa, economica, programmatica (A Mont Pèlerin for the Left?), intorno a poche parole d’ordine e piani di azione: automazione, riduzione dei tempi di lavoro, reddito di base, cooperazione sociale, neo-umanesimo, ecologia politica, solidarietà riflessiva e immaginario post-salariale. Perché, ci ricordano i due, in occasione del primo maggio e non solo, forse la realtà è che non odi il lunedì, ma il tuo lavoro («it’s not mondays you hate, it’s your job»). O detto altrimenti, secondo un celebre striscione da curva: Working Class Against Mondays.

E allora, intanto, riscoprire queste popolari e diffuse memorie del futuro, al suono dei sodali di Mark Fisher, Kode9 e il compianto Spaceape in Memories of the future (Hyperdub, 2006), spaziale capolavoro dubstep, dopo jungle e drum&bass.
There Is (no) Alternative
: TIA Not TINA

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