La vita è un talent show

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Andreas Zampella, progetto site specific per Apulia Land Art Festival - Margherita di Savoia (2017).

Roberto Ciccarelli per me non è soltanto un filosofo e giornalista di razza, è un carissimo compagno di strada, di passioni e di destino; nel mio personalissimo Pantheon, nella mia cameretta, una chiesetta sconsacrata nella campagna toscana, insieme a San Precario e Sant’Assunzione, ho una sua statua lignea a grandezza naturale. Quando ho pubblicato il libro d’inchiesta sulle forme di vita precaria, Città eterna, precarie vite (Aracne, 2013), la copia numero zero, ancora calda di tipografia, ho voluto consegnarla nelle sue mani, con l’orgoglio e la timidezza di un devoto, in un bar a Trastevere, sotto la sede del suo giornale, il manifesto.

Oggi sono emozionato, perché ognuno dei presenti è a me caro. Vi ringrazio di cuore, sono felice di avervi qui, non solo perché mi arricchite per gli stimoli e per le suggestioni che costantemente mi offrite, ma per le visioni sul mondo e per le posture che adottate nella vita. Ho chiesto a Tommaso, Francesco Maria, Antonio, Edoardo, Maurizia che è la più nordica degli ospiti, insieme al professor Fiorucci, Direttore del Dipartimento di Scienze della Formazione di giocare una partita interpretativa con il libro Capitale disumano, la vita in alternanza scuola lavoro (Manifestolibri, 2018). Di interrogare il capitale disumano, ognuno con la propria sensibilità ed esperienza, di individuare dei temi d’interesse sui quali discutere, di interpretare i significati stratificati che vi sono racchiusi, con l’intento di dialogare con l’autore e con gli studenti e studentesse del corso di Sociologia dei processi educativi e formativi.

Non solo per presentarvi possibili chiavi di lettura, ma per avvicinare il testo e le molteplici suggestioni che contiene alle vostre esperienze di apprendimento e di lavoro, di approssimarle alle vostre vite, che sono le nostre, ai vostri bisogni, che sono i nostri, al vostro presente disumano che è disumanizzante per tutti noi. Roberto Ciccarelli è un osservatore critico del presente che possiamo incontrare tutti i giorni sulle rubriche che cura per il suo giornale, negli ultimi testi del 2018 Forza lavoro e Capitale disumano, ci mostra come e a cosa vengono piegate le nostre facoltà ai tempi del capitalismo biocognitivo. Quella forma di capitalismo contemporaneo che mette a valore ogni attitudine umana della forza lavoro (soprattutto quelle caratteristiche femminili, socialmente costruite sulla frattura di genere e, quindi, più ricattabili che alludono alla duttilità, al lavoro relazionale, linguistico affettivo, alle capacità oblative, finanche alla capacità di leadership non autoritaria).

Roberto mostra come agisce il potere antropogenetico, cioè come la trama di saperi, discorsi e pratiche, situati nelle relazioni sociali della vita quotidiana, nelle istituzioni e negli immaginari, producono assoggettamento e costituiscono un sistema di asservimento alle logiche dell’individualismo imprenditivo neoliberale. Ci mostra attraverso quali intricati dispositivi, sempre più sofisticati, indessicabili e interiorizzati, agisce la colonizzazione capitalistica di ogni ambito delle nostre vite. Un potere, quello del mercato nella società neoliberale, principio regolatore unico delle vite di individui e collettività, che rende noi stessi pensabili, assemblabili e (Up-gradabili) aggiornabili, mettendo in forma d’impresa tutte le nostre facoltà vitali nella finzione della libertà creativa, del mercato libero, del libero scambio tra equivalenti.

Un dio imperscrutabile continuamente ci ingiunge a essere competenti nell’eterna competizione per il mercato. Merce tra le merci. Dotati dell’unica fede disponibile: il calcolo razionale, un’eredità del riduzionismo economicista del paradigma fondato sull’individualismo metodologico, che allude alla responsabilità, all’impegno e al sacrificio individuale, alla meritevolezza. Un approccio secondo cui la società stessa non esiste, se non come epifenomeno, come proprietà emergente dall’interazione tra operatori economici atomizzati. Divini, cioè, privi di peccato orginario, senza asimmetrie di potere, d’informazione, senza altri vincoli sociali ascritti e, soprattutto, senza altro dio.

Figli dell’algoritmo genetico minimax, stilizzato nelle scienze cognitive applicate alla teoria dei giochi e del calcolo razionale, che risponde all’unica logica: massimizzare i benefici, minimizzando i costi. Lo spirito divino dell’homo oeconomicus si è impossessato di noi, le nostre soggettività sono pensabili e agibili esclusivamente in questa cornice normativa. Siamo capacità produttiva plurale, messa a valore in ogni dove, in ogni tempo, in ogni modo. Così ci pensano le istituzioni educative e formative, così ci pensano i servizi per l’impiego e le politiche di attivazione, che ci profilano e mobilitano le nostre risorse per l’occupabilità, così le imprese che cercano talenti, così l’economia delle piattaforme e dell’attenzione. Noi ci pensiamo costantemente attivi, perennemente produttivi, abbiamo interiorizzato le funzioni di controllo sulle nostre performances, che costantemente monitoriamo. Coach, esperti di carriere, psicologi del lavoro, formatori, imprenditori di successo, tutte le trasmissioni televisive che hanno assunto il format del talent, ci ricordano che dobbiamo essere sempre in grado di fare di più e meglio, sempre più produttivi, aggiornati, competenti, competitivi, sempre.

Il mercato, la performance e le sue metriche, costituiscono l’unico luogo che ci dice di noi, che ci mostra il nostro valore. L’unica scienza umana e sociale possibile è il managment delle risorse umane. Apparteniamo a un dio che ci governa dal di dentro e che, costantemente, ci ricatta. Siamo incessantemente produttivi. Coincidono sempre più la produzione di sé e la produzione per il mercato, nel quale dobbiamo continuamente strategicamente posizionarci. Passioni tristi e miseria del presente, per molti studenti (come abbiamo rilevato recentemente attraverso una recente inchiesta esplorativa) significano sostanze psicotrope per studiare e poi ancora per produrre in mille lavoretti frammentati e sconnessi, poco pagati, frequentemente gratuiti.

Un lavoro morale e d’identità, un lavoro senza fine per prodursi produttivi (c’è sempre un nuovo corso, un master, un aggiornamento) e per produrre nella forma impresa del sé. Frequentemente anche un lavoro estenuante di ricerca d’impiego che pretende di essere amato sopra ogni cosa: quel committment con l’impresa che agisce dietro al ricatto del lavoro sempre più precario, gratuito, obbligato, che risponde all’ingiunzione della passione, delle gratificazioni solo simboliche, delle promesse di futuri riconoscimenti, e fra un po’ condizione per l’accesso all’assegno di povertà. Questo il modello normativo della società neoliberale che, rimosso ogni progetto egualitario, ha costruito sull’ideologia delle competenze e della meritevolezza (due assiomi fondamentali della teoria del capitale umano) la giustificazione delle disparità e delle disuguaglianze che, invece, tendono a riprodursi ed estendersi.

Una provocazione, infine, a Roberto Ciccarelli, forse è necessario rileggere Bourdieu e stratificare maggiormente l’analisi che rischia, altrimenti, d’essere ancora astratta, incarnandola in quel campo di tensione rappresentato dai processi d’insegnamento-apprendimento, anche informali e non intenzionali. Le istituzioni educative non sono monolitiche, le domande d’istruzione e le strategie adottate da famiglie e soggetti neanche. In ogni luogo e in ogni tempo si apprende il lavoro morale, s’interiorizza la norma competitiva, s’impara a essere imprenditori di sé e a colpevolizzarsi per gli insuccessi. Il mio pensiero va a Mark Fisher, un genio assoluto, che ci interpella, purtroppo, da molto lontano, quasi dentro.

Intervento in occasione della presentazione del libro Il Capitale Disumano. La vita in alternanza scuola lavoro, di Roberto Ciccarelli, al Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Roma Tre.

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