L’alternanza scuola-lavoretti

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Antonio Della Guardia, Untitled (general resistance syndrome), intervento pittorico site-specific – Veduta dell’allestimento «Index», Studioconcreto, Lecce, 2018.

La Buona Scuola di Renzi – la legge 107/2015 – è l’ultima tappa di un grande processo di ristrutturazione neoliberale delle istituzioni educative iniziato in Italia nel 1997, quando la scuola dell’autonomia ha iniziato a trasformare «la didattica in un’offerta formativa e gli istituti in snodi di un sistema di governance del territorio a contatto con gli enti locali e le imprese» [p. 87], scrive Roberto Ciccarelli in Capitale Disumano, la vita in alternanza scuola lavoro (Manifestolibri, 2018).

Governare l’umano con il capitale

La scuola viene adeguata al mercato del lavoro deregolamentato, precario, sottopagato e privo di direzionalità; la cultura pedagogica dominante, per conseguenza, si configura sempre più come ideologia funzionale alle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro, sempre più lontana dai valori collettivi, dalla cultura del bene pubblico, dai principi democratico-costituzionali. La formazione all’esercizio della cittadinanza democratica non è più il fine dell’istruzione scolastica. Lo stesso concetto di cittadinanza, a ben vedere, è sottoposto a ridefinizioni regressive: il soggetto non è più cittadino in quanto portatore di diritti sociali, politici e civili universali; ma è cittadino in quanto «imprenditore di se stesso», in quanto venditore di «competenze» sul mercato del lavoro, in quanto «capitale umano»: «il capitale umano è uno strumento di governo dell’uomo sull’uomo destinato alla trasformazione del soggetto in unità produttiva» [p. 17].

La tirannia delle competenze

La scuola è trasformata da istituzione democratica in agenzia che eroga formazione sulla base delle necessità del mercato del lavoro precario. Le conseguenze di questa trasformazione sono evidenti:

nell’imposizione di un’attività didattica sempre più deculturalizzata;

nell’introduzione generalizzata di sistemi valutativi in grado di fornire misurazioni «oggettive» non delle conoscenze ma delle perfomance, ovvero delle «competenze» richieste dal mercato del lavoro precario a tempo pieno. Da qui il passaggio alla «didattica per competenze»; competenze che dovranno essere continuamente rinnovate (ovvero comperate) sul mercato della «formazione continua» (anche questa trasformata da diritto del lavoratore in merce);

nella concorrenza e competizione tra istituti, sempre più autonomi nel definire la propria offerta formativa («l’autonomia risponde a un’idea del mercato: ogni istituto, in base all’autonomia, deve specializzarsi nel fornire una forza lavoro di un certo tipo e interfacciarsi con le imprese che esistono nella sua zona» [p. 123];

nella concorrenza e divisione dei docenti con premi monetari differenziati (non conta più il lavoro culturale e formativo svolto con i ragazzi e con le classi, quasi sempre collaborativo, che anzi viene svalorizzato a fronte di una competitività tra docenti da promuovere e premiare).

Che cos’è la cittadinanza neoliberale

La nuova organizzazione della scuola si fa carico di rispondere ad una nuova realtà provocata dallo smantellamento dei presupposti che garantiscono la cittadinanza democratica:

non si tratta più di formare il cittadino democratico, cioè la persona consapevole della propria storia, del presente in cui vive (della posizione che egli occupa nei rapporti sociali di produzione) e del proprio futuro (del destino che egli condivide con altri individui e delle possibilità storiche che vi sono per modificare tale destino). Non «serve» più, quindi, la cultura genericamente definita umanistica;

non si tratta più neanche di formare il produttore democratico, ovvero il lavoratore consapevole della complessità dei processi riproduttivi, della divisione del lavoro e delle sue conseguenze, dei vigenti meccanismi redistributivi, e in possesso della cultura incorporata nelle tecniche e nelle tecnologie. Non «serve» più, quindi, neanche la cultura genericamente definita scientifica.

Si tratta, invece, di addestrare lo studente, a:

acquisire sempre nuove «competenze», cioè «pacchetti di nozioni miste e trasversali, mobili e adattabili per affrontare situazioni mutevoli. La scuola è stata adattata a un mercato del lavoro che ha sostituito la qualificazione, attraverso un percorso di studio, con le competenze di chi esegue compiti standardizzati e stereotipati in una formazione lunga tutta una vita […]. L’obiettivo […] è l’apprendimento di “competenze”, non di un lavoro né specifico, né generale» [p. 126];

investire in competenze per attivarsi continuamente sul mercato del lavoro in conformità al paradigma della «occupabilità»;
adattarsi passivamente ai processi di precarizzazione generalizzata dell’esistenza;

interiorizzare una morale che colloca i fallimenti individuali non in una organizzazione riproduttiva incapace di garantire occupazione e benessere per tutti, ma nell’individuo non sufficientemente meritevole di accedere ad una qualche forma di sicurezza economica ed occupazionale (di qui l’ideologia della «meritocrazia»); una morale che vuole convincere gli individui che la creazione dei posti di lavoro dipenda dalla decisione dei lavoratori disoccupati di attivarsi per cercare un lavoro. Sulle spalle dell’individuo è così scaricato il peso della sua condizione: la precarietà è una colpa, non è il prodotto del sistema in cui vive.

A ciò risponde anche l’«alternanza scuola-lavoro»:

le leggi di mercato e dell’impresa vengono considerate veri e propri contesti di apprendimento. Lo studente deve maturare la capacità di alternare formazione e disoccupazione, esperienze di stage e tirocini, master a pagamento, inoccupazione e volontariato. Deve apprendere un nuovo tipo di lavoro: il lavoro di cercare lavori; e deve credere nel valore di tale ricerca anche quando essa non porta a nulla; e deve sviluppare la disponibilità ad accettare qualsiasi incarico al di là della sua utilità: lavoro intermittente, casuale, desalarizzato;

«la scuola predispone il soggetto a svolgere un lavoro composto da stage, tirocini, apprendistati, a credere alla promessa di un lavoro, non alla sua realtà, di un lavoro che non c’è e – se esiste – è quello dei lavoretti. Lo studente, come il lavoratore, sono proiettati in una macchina che promette, mentre tradisce; afferma e nega; promuove il benessere in un futuro inaccessibile» [p. 65].

Una trasformazione antropologica

La scuola contribuisce anche a definire il nuovo tipo umano o profilo antropologico oggi richiesto. Il tipo d’uomo richiesto dall’ordine neoliberale l’individuo imprenditore di se stesso, isolato e indebitato. Un uomo da cui si pretende soprattutto la disponibilità ad attivarsi ed adeguarsi permanentemente a percorsi lavorativi sempre più casuali, desalarizzati, discontinui e privi di direzionalità. «L’obiettivo [della scuola] è creare la mentalità dell’imprenditore di se stesso in concorrenza con gli altri e sperimentarla già nelle aule scolastiche» [p. 53]; è sviluppare «il modello di comportamento degli individui performanti e competitivi» [p. 60]; è definire «una mentalità, abitudini, senso comune degli studenti in quanto soggettività neoliberali» [p. 107].

Intervento in occasione della presentazione del libro Il Capitale Disumano. La vita in alternanza scuola lavoro, di Roberto Ciccarelli, al Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Roma Tre.

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