Libere da vincoli e oppressori

Tomaso Binga: Feminist Works 1970-1980

Tomaso Binga Madonna con Baby 1972 tecnica mista su polistirolo e plexiglass cm 45x58x10
Tomaso Binga Madonna con Baby, 1972 - Courtesy Galleria Il Mascherino

Al Mascherino Arte Contemporanea è allestita la mostra Tomaso Binga: Feminist works 1970-1980, che ripercorre l’attività dell’artista, performer e poetessa visiva Tomaso Binga e i suoi legami con il pensiero femminista attraverso una vasta selezione di opere appartenenti alle diverse serie da lei realizzate tra l’inizio degli anni Settanta e la metà degli Ottanta: dai Polistirolo alla Scrittura desemantizzata, dalla Scrittura vivente alla Carta da Parati, dal Dattilocodice sino al ciclo di dipinti Biographic. L’esposizione è visitabile su appuntamento, scrivendo a galleriamascherino@gmail.com. Qui presentiamo un’intervista di Francesca Pitocchi all’artista. 

F.P. Tomaso Binga è lo pseudonimo artistico che hai presentato al pubblico nel 1971 in occasione della tua prima mostra intitolata L’oggetto reattivo alla Galleria Studio Oggetto di Caserta. Perché hai scelto di adottare un nome maschile?

T.B. La scelta di un alter ego maschile voleva essere una provocazione, un modo ironico e spiazzante di mettere in luce i privilegi del mondo maschile anche nel campo dell’arte. Di fatto, essere Tomaso Binga non ha mai smesso di essere simbolicamente quella disparità che tengo viva con la stessa ironia.

F.P. Tomaso Binga: Feminist Works 1970-1980 è la mostra attualmente in corso alla Galleria Mascherino di Roma. L’esposizione ripercorre la tua attività artistica attraverso una selezione di opere appartenenti a diverse serie realizzate tra l’inizio degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta. Roma, città in cui ti trasferisci con tuo marito il critico e storico dell’arte Filiberto Menna, era un polo culturale importante, soprattutto per lo sviluppo del pensiero femminista. Quali sono le artiste attive in quegli anni che hanno maggiormente influenzato il tuo lavoro?

T.B. Quando penso a quegli anni penso al ruolo importante che hanno avuto nel mio lavoro donne come Verita Monselles, Mirella Bentivoglio e la gallerista Romana Loda, per quest’ultima, due mostre a Brescia la ricorderanno quest’anno nel decennale dalla sua scomparsa. Verita Monselles, con il suo talento per la fotografia ma soprattutto con la sua amicizia ha reso possibile la realizzazione del mio primo lavoro sul corpo Alfabetiere murale/Scrittura vivente ed è stata la fotografa di molte mie performance di quegli anni. A Mirella Bentivoglio e Romana Loda, invece sono grata per il coraggio e la forza con cui hanno sostenuto, con innumerevoli mostre al femminile, le artiste, alle quali fino a quel momento, non veniva riconosciuta nessuna dignità artistica, e soprattutto erano escluse, tranne qualche eccezione, completamente dal mercato.

Tomaso Binga, Guardo ma non scrivo, 1977 – Courtesy Galleria Il Mascherino.

F.P. Guardo ma non scrivo (1977) è un’opera realizzata con carta da parati e scrittura desemantizzata, una scelta stilistica già adottata nel 1976 con l’installazione Casa Malangone e nel 1977 con la performance Carta da parati presentata a Riolo Terme. Che significato ha la desemantizzazione della scrittura nel tuo lavoro?

T.B. Per ciò che riguarda il mio lavoro sulla scrittura, ho tentato un processo di desemantizzazione del codice verbale e una sua risemantizzazione diversa. Una scrittura criptica, nascosta, ma vorrei aggiungere che la mia è una scrittura subliminale, nel senso che essa agisce dentro di noi senza essere distratti dal significato corrente delle parole e senza essere frastornati dal suono delle parole stesse: allora si può anche definire una scrittura silenziosa. Nei miei lavori le parole crescono e si moltiplicano come cellule viventi, invadono le pareti, gli spazi che ci circondano. La scelta di supporti sempre diversi risponde a questa necessità proliferante della scrittura.

F.P. Una delle opere più significative esposte in mostra è appunto lo Strigatoio realizzato nel 1974, di cui esistono altri pochi esemplari. Si tratta di uno oggetto già caduto in disuso nel corso degli anni Settanta, usato un tempo dalle lavandaie per lavare i panni nel fiume; in questo caso l’oggetto di uso quotidiano si fa opera e diventa un simbolo del lavoro femminile domestico. Quando è nata l’idea per questa serie?

T.B. Andando in giro per negozi, attratta da sempre non dalle gioiellerie ma dai ferramenta, ho trovato in uno di questi, accatastati in un angolo, alcuni strigatoi. Affascinata dalle ondulazione rigate del legno come sempre mi capitava con tutti i supporti che contenevano righi come quaderni, mi sono affrettata ad acquistarli. Si è vero erano oggetti già in disuso negli anni Settanta ma emblematici di un mondo che permetteva alle donne di andare insieme verso la fiumara con i cestelli in testa e di socializzare, parlare, ridere, cantare, scherzare e sentirsi, per qualche ora, libere da vincoli e oppressori!

Tomaso Binga, Strigatoio, 1974 – Courtesy Galleria Il Mascherino.

F.P. Madonna con baby (1972) appartiene a una delle serie più importanti e conosciute della tua produzione artistica degli anni Settanta: i Polistirolo. Le immagini, ritagli di giornali e riviste, vengono chiuse insieme al polistirolo in una scatola di plexiglass. Perché hai scelto di eleggere a protagonista dell’opera un materiale di scarto?

T.B. Del polistirolo mi attraeva l’idea che in quanto materiale di scarto fosse qualcosa che sarebbe scomparso dalla nostra vista e come tale potesse tuttavia essere rimesso in gioco, imprimendo una inversione di marcia al suo destino. Ma soprattutto mi interessava la novità del materiale, il suo bianco candore e la forma degli spazi lasciati vuoti dagli oggetti che esso conteneva che rappresentavano per me uno stimolo irresistibile a riempirli di altro senso con collage di immagini e scritture tratte dalle riviste capaci di trasformarsi in uno strumento di contestazione del mondo, o meglio di tutto quello che nel mondo mi sembrava inaccettabile: la condizione femminile, lo spregio della natura, l’alienazione nel mondo del lavoro…

F.P. La Galleria Mascherino ha presentato l’opera Lettera N come No (1977), un lavoro che unisce l’immagine del corpo, presente nella serie Scrittura vivente, e la scrittura desemantizzata. Com’è nato il progetto?

T.B. La scrittura desemantizzata ha accompagnato spesso i miei lavori come sottofondo silenzioso in alcune opere degli anni Settanta o come tracce di scrittura e di voci in quelle più complesse, soprattutto pittoriche, degli anni successivi. La N che campeggia sul foglio come corpo della parola, ha il coraggio di dire NO e lo grida con scritture che si sottraggono alla comprensione: NO al razzismo imperante, NO a leggi inique, obsolete, chiuse e sorde ai cambiamenti, NO agli scempi su opere e monumenti!

Tomaso Binga, Lettera N come No, 1977 – Courtesy Galleria Il Mascherino.

F.P. In Alfabetiere Murale il tuo corpo nudo si fa lettera e si pone simbolicamente al di là del linguaggio verbale, proponendosi come un esempio di scrittura vivente. L’opera è stata realizzata insieme alla fotografa Verita Monselles nel 1976, con cui hai portato in giro per l’Italia, da Bari a Padova, i vostri progetti: le tue Litanie Lauretane – dove il tuo corpo nudo compone la parola Mater – e il suo Ecce Homo, entrambi del 1976. Com’è avvenuto l’incontro con Monselles?

T.B. Ho conosciuto Verita nel 1975 in una mostra collettiva organizzata da Romana Loda a Erbusco Coazione a mostrare dove partecipavo con la mia performance Parole da conservare parole da distruggere. Verita stava lavorando a un progetto dissacratorio sulla Croce che diventava corpo di donna. Capii subito che era la persona giusta per la realizzazione del mio Alfabetiere Murale con il mio corpo che si trasforma in lettera. Ma io vivevo e lavoravo a Roma e lei a Firenze per cui… per circa tre mesi ogni fine settimana partivo per Firenze per realizzare la mia opera. Nel 1976 insieme abbiamo portato in mostra per l’Italia i nostri lavori: la mia Mater o Litanie Lauretane e il suo Ecce Homo.

F.P. L’opera Alfabetiere Murale è diventata la scenografia che ha accompagnato la sfilata Autunno-Inverno 2019-2020 di Dior, tenutasi nei giardini del Musée Rodin di Parigi lo scorso anno. Cosa ha significato per te vedere questo interesse per il tuo lavoro da parte di Maria Grazia Chiuri, direttrice artistica del brand francese?

T.B. Intanto ha rappresentato la nascita di una bellissima amicizia! Ammiro molto Maria Grazia per il suo temperamento e coraggio, ma soprattutto per il suo percorso professionale e la determinazione che dedica all’attuazione per la parità di genere. Il fatto che abbia scelto una mia opera, e proprio il mio Alfabetiere Murale, mi ha riempito di gioia! La trasformazione di questa mia antica e consacrata opera del 1976, che è stata condivisa con la Chiuri in piena libertà e rispetto, ha dato al mio lavoro una straordinaria e inaspettata notorietà. Eseguita in 3D su sagome di polistirolo di grandi dimensioni, istoriata con una mia poesia acrostico/femminista (1975) è stata presentata nel 2019 a Parigi nel Musée Rodin, rinnovata anche nel titolo altisonante di: Alfabeto Poetico Monumentale.

Tomaso Binga, Cieloterra, 1973 – Courtesy Galleria Il Mascherino.

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