Neorealismo visivo

Un'arte radicalmente contemporanea

Claire Fontaine, Dignity Before Bread 2011
Claire Fontaine, Dignity Before Bread, 2011.

Quello che chiamo Neorealismo visivo non è una scuola, né una intenzione estetico-teorica predeterminata che si declina in una pratica. Non ha un manifesto pubblicato su un quotidiano francese, né un fondatore. Non ha una data d’inizio. Si tratta piuttosto di un fenomeno da ricostruire, di una cognizione che parte da una serie di dati reali, di fatti avvenuti, di opere realizzate. Ciò a cui mi riferisco è, dunque, una identità che non si è mai ancora dichiarata, ma che, nei fatti, si è costruita giorno dopo giorno unendo, con un solido filo di coerenza, la ricerca di una generazione di artisti italiani che, pur proveniente da storie, formazione ed estetiche diverse, è andata convergendo in questi anni verso la necessità di riformare profondamente il senso stesso dell’opera d’arte e il suo contesto.

Nella disorganizzata e sconnessa scena artistica italiana degli anni ’10, alcuni artisti hanno iniziato ad uscire dalle logiche museali o galleristiche – connotate in un definito tempo storico passato – e hanno iniziato a portare il proprio lavoro in strada 

Nella disorganizzata e sconnessa scena artistica italiana degli anni Dieci, alcuni artisti hanno iniziato ad uscire dalle logiche museali o galleristiche – connotate in un definito tempo storico passato – e hanno iniziato a portare il proprio lavoro in strada, incontro al popolo. Ricostruire un rapporto fra l’arte e lo Stato, inteso come insieme dei cittadini, cercare il dialogo a costo di rivoluzionare radicalmente il linguaggio per far sì che potesse essere nuovamente compreso e usato da un’audience massimamente ampia, è stato l’obiettivo principale nel lavoro di alcuni artisti che hanno messo in discussione non tanto le forme dell’arte, quanto la loro capacità dialettica rimasta indietro rispetto all’evoluzione della società.

Pier Paolo Pasolini, scriveva in Una disperata vitalità, che «la morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi». Ecco, la morte di un sistema dell’arte s’è realizzata nell’incapacità di essere compreso da un pubblico ampio, determinando uno scollamento progressivo e traumatico fra società civile e società culturale.

Quel che è successo in Italia negli ultimi trent’anni è emblematico. Il sabotaggio sistematico della produzione culturale ha generato un silenzio civile portatore di razzismo, violenza di classe e disorientamento strumentale che è forse il peggiore della storia moderna di questo paese. Gli artisti dell’ultima generazione, che hanno iniziato a opporsi a questo processo con la loro disperata vitalità, mettendo a rischio tutto, talvolta rinunciando ad esercitare la propria disciplina pittorica in luogo di una performatività politica, o che hanno realmente messo a rischio la propria incolumità andando a lavorare nei luoghi della malavita per portare bellezza sotto la cappa della disperazione sociale in una vera e propria battaglia urbana a colpi di dialettica, sono quelli che mi pare di poter riconoscere come gli autori di quello che è appunto definibile come un Neorealismo visivo. Essi hanno messo al centro della loro pratica la ricerca di un piano di dialogo condiviso volto alla ricostruzione di un’identità civile perduta.

Creare musei all’interno delle fabbriche occupate da migranti per trasformare le barricate sociali in ponti d’integrazione, costruire barche che servono metaforicamente a sottrarre un’isola e i suoi cittadini da un bacino inquinato frutto della corruzione politica, ristrutturare edifici monumentali a vantaggio di chi affronta le emergenze dei quartieri poveri, concorre alla ricostruzione del concetto stesso di popolo.

L’opera non negozia la sua purezza con la partecipazione, ma la sublima esattamente come era stato al tempo della Tragedia Attica, quando la produzione dell’opera diveniva l’elemento in cui una società democratica si specchiava e si riconosceva 

In ciò non ci si limita, però, a farne il ritratto, si cerca piuttosto di offrire prospettive che possano superarne lo stato di crisi con atti che sfondino il significato stesso d’immagine diventando prassi e in ciò tornando a essere affresco del presente, facendo degli uomini che le attraversano non solo degli spettatori, ma i veri attori, le vere fonti della costruzione visiva. Nel fenomeno di cui parlo, però, l’opera non negozia la sua purezza con la partecipazione, ma la sublima esattamente come era stato al tempo della Tragedia Attica, quando la produzione dell’opera diveniva l’elemento in cui una società democratica si specchiava e si riconosceva.

Il Neorealismo visivo è, dunque, una inclinazione che non si preoccupa di formalizzare una estetica, ma risponde al sentimento del tempo dando all’opera un orizzonte complesso che cerca di costruire una nuova logica dell’incontro essere e società. È in questa prospettiva che il Neorealismo visivo si pone come un’arte radicalmente contemporanea, nel suo essere altamente politica, nel sottomettere la forma alla sua capacità di essere incidente in una prospettiva dialogica.

* Questo testo è stato pubblicato anche su Artribune n. 30

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