Noi siamo i poveri

La libertà non è splendida solitudine

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George Brecht, Senza titolo, N.d.R. 04. 06. 1976

Parla la tua lingua, l’americano, e c’è una luce nel suo sguardo che è una mezza speranza
Don DeLillo, Underworld

Un corpo impotente e necessitoso che solo un’estrinseca azione di governo può riscattare dalla sua inerzia, riportandolo a standard accettabili di produttività, iniziativa, responsabilità 

C’è un dato: il discorso pubblico – ma esiste ancora un discorso davvero pubblico? – è tornato da qualche tempo a parlare di povertà. Con imbarazzo, con impaccio, spesso anzi con goffa approssimazione, eppure anche con foga ripetitiva, con una certa malcelata urgenza. Come se la povertà fosse diventata una posta in gioco troppo importante per lasciarla al non detto. O meglio: per lasciarla al detto da altri, al detto altrimenti. Perché ecco il punto: come è detta, oggi, la povertà? Qual è la grammatica che leggi, istituzioni, giornali, statistiche nazionali e internazionali le assegnano? Oggetto passivo di politiche decise al di là e al di sopra di essa, o anche meta di quell’afflato dal sapore un po’ vintage che risponde ai nomi antichi di compassione, carità, misericordia: questa, in sintesi, la gabbia semantica in cui si cerca di rinchiuderla. Un corpo impotente e necessitoso che solo un’estrinseca azione di governo può riscattare dalla sua inerzia, riportandolo a standard accettabili di produttività, iniziativa, responsabilità. «Sostegno economico condizionato all’adesione a un progetto personalizzato di attivazione e inclusione sociale e lavorativa volto all’affrancamento dalla condizione di povertà»: così ad esempio recita, nella neolingua neoliberale, il disegno di legge delega del governo Renzi del gennaio di quest’anno, ultimo epigono in ordine di tempo del più celebre Personal Responsibility and Work Opportunity Act del democratico Bill Clinton. La ricetta è quasi sempre la stessa: il lavoro – leggi: un lavoro, un lavoro purchessia – come cura miracolosa contro l’esclusione, come strumento magico per trasformare i poveri in ingranaggi funzionali del meccanismo sociale. Ovvero: per imporgli, volenti o nolenti (si vedano gli studi di Wacquant sul complesso assistenziale-repressivo statunitense), la disciplina del salario.

Quanto è efficace, chiediamoci, questo dispositivo governamentale? Molto poco, stando almeno ai numeri: i tassi di povertà, già a livelli di guardia anche nei paesi c.d. affluenti, continuano impietosamente a crescere. Eppure si prosegue, imperterriti, sulla stessa strada. Perché? Perché di fatto il vero obiettivo strategico va ricercato altrove. Non si tratta tanto di eliminare la povertà, quanto di eliminare la possibilità che essa diventi un principio positivo di ricomposizione politica, il punto di capitone attorno al quale riannodare una pratica autonoma di conflitto. Declinare la povertà al passivo significa impedire di pensarla all’attivo, significa sottrarre e consegnare a un’istanza di trascendenza quella capacità di passaggio dalla potenza all’atto che le è invece peculiare, immanente. Per l’attuale distribuzione di ricchezza e potere – è questa l’ipotesi che vorrei avanzare – la povertà rappresenta una sempre latente minaccia: di qui il tentativo insistito di scongiurarla, mettendola paternalisticamente sotto tutela. Ma quel che per gli uni è minaccia, per gli altri può essere speranza. Comprendere, coltivare, organizzare questa speranza è dunque il compito che abbiamo davanti.

Nell’oggettificazione del povero non c’è nulla di naturale, nulla di immediato: tutt’al contrario, essa è l’esito della stratificazione successiva di precise strategie di potere, dell’intreccio mobile di tecniche variegate di governo 

Per prima cosa, occorre allora guadagnare un punto di vista diverso sulla povertà, riaprire il campo rimosso delle sue potenzialità trasformative. Ci assiste, in questo, la cassetta degli attrezzi dello scavo genealogico. Perché nell’oggettificazione del povero non c’è nulla di naturale, nulla di immediato: tutt’al contrario, essa è l’esito – fortunatamente, si badi, mai definitivo – della stratificazione successiva di precise strategie di potere, dell’intreccio mobile di tecniche variegate di governo. La storia moderna della povertà comincia tra la fine del Quattro e gli inizi del Cinquecento. Certo, nessuna cesura netta: piuttosto, linee di tendenza, slittamenti, oscillazioni. Ma complessivamente, alle soglie della modernità, qualcosa cambia: primo, la povertà non è più (solo) elemento del discorso religioso, accesso privilegiato a un percorso di salvezza, ma entra con sempre maggiore insistenza a far parte della sfera di competenza delle autorità secolari, nella loro veste ufficiale di garanti dell’ordine pubblico e del benessere collettivo; secondo, essa denota sempre meno un deficit di potere – com’era nei secoli centrali del medioevo, quando la contrapposizione rilevante era quella tra pauper e potens – e sempre più un difetto di ricchezza, un’estraneità rispetto ai circuiti concentrici della proprietà – il pauper di fronte al dives. Ora, è precisamente questa estraneità a fare del povero un fattore di inquietudine e turbamento, l’agente virtuale dell’insurrezione e del tumulto. Così ad esempio Botero, nel suo seminale Della ragion di Stato, dava voce a paure non solo sue: «Sono anche pericolosi alla quiete publica quelli che non vi hanno interesse, cioè che si ritrovano in gran miseria e povertà, perché costoro, non avendo che perdere, si muovono facilmente nell’occasione di cose nuove et abbracciano volentieri tutti i mezi che si appresentan loro di crescere con la rovina altrui». Di qui – benché non solo di qui – l’accresciuto interesse di comuni e Stati nella regolazione, nel controllo e nel disciplinamento dei poveri.

«Gentaglia indisciplinata», «folla disordinata», «uomini senza regola né misura»: così le fonti moderne descrivono la moltitudine di indigenti, mendicanti, vagabondi e sans aveu che dalla fine del XV secolo comincia a popolare le strade dei centri urbani di tutta Europa. Epidemie, carestie, guerre e congiunture economiche sfavorevoli spingevano infatti a ondate masse di diseredati dalle campagne alle città, in cerca di assistenza o di migliore fortuna. E tuttavia, il pungolo della fame non era l’unico stimolo determinante. Nelle motivazioni di chi partiva c’era, accanto all’urgenza della gravis o extrema necessitas, anche un quantum di libertà che non deve essere sottovalutato: l’allentamento dei vincoli signorili e feudali e il progressivo declino del servaggio sotto i colpi di un incipiente capitalismo (si leggano al proposito le belle pagine di Bronisław Geremek) sembrano aver creato le condizioni per l’emersione di una forma di vita nomade, curiosa del mondo, insofferente alle costrizioni del lavoro sotto padrone. Dal Momus di Alberti alla letteratura picaresca, passando per i Colloquia di Erasmo, il tema (polemico) dell’in-dipendenza del mendico girovago diventerà quasi un luogo comune. Con le parole del Guzmán di Mateo Alemán: «Godevo la doviziosa libertà, lodata dai sapienti, desiderata da molti, cantata e ricantata dai poeti, e il cui valore tutto l’oro e le ricchezze del mondo non basterebbero a controbilanciare».

La sfuggente libertà del povero – tanto più in quanto essa minacciava di farsi forma-di-vita – poneva in effetti diversi ordini di problemi 

Non solo. Il più delle volte, questa libertà non restava confinata a una splendida solitudine: si organizzava, si dava forme consociative riconosciute (compagnie, confraternite, monarchies argotiques: quelle che Hobbes definiva «porri, bile e ascessi» del corpo sociale), eleggeva dei capi temporanei e si distribuiva in gerarchie mobili, scriveva statuti, ordinamenti e regole dell’arte, creava una nuova lingua (il furbesco, il zergo, l’argot). Comunità dei beni e perpetua reversibilità delle cariche – tipica della logica carnevalesca delle corti dei miracoli – erano i pilastri di queste peculiari società contro lo Stato, di cui tanta letteratura furfantesca ci ha conservato le tracce (d’obbligo il rimando all’introduzione di Camporesi allo Speculum cerretanorum di Teseo Pini). Leggenda o realtà? Difficile distinguerle con precisione. Sta di fatto che i gruppi e le classi che si alternarono al potere nel corso della modernità presero la faccenda tremendamente sul serio. La sfuggente libertà del povero – tanto più in quanto essa minacciava di farsi forma-di-vita – poneva in effetti diversi ordini di problemi: problemi religiosi (la povertà come veicolo di eresie), sanitari (mendicanti e vagabondi come fomiti di pestilenza), economici (il rifiuto del lavoro come diminuzione della manodopera complessiva disponibile), politici (il già ricordato fantasma insurrezionale).

Ecco allora che all’incirca dagli anni Venti del Cinquecento, e poi fino a Ottocento inoltrato, si assiste in Europa a un proliferare di iniziative governamentali volte ad assoggettare, dirigere, irreggimentare le condotte devianti dei poveri: riforme dell’assistenza, Poor Laws, ospizi, workhouses, Armenpolizei, filantropia ed economia morale, dépôts de mendicité. Con una certa approssimazione – impossibile qui scendere nei dettagli – si può dire che lo scopo globale di questo accavallarsi di norme, saperi e istituzioni fosse precisamente quello di comprimere la povertà come spazio di soggettivazione autonoma e ridurla a una terra desolata di bisogno e impotenza. Si spiega così il senso della dicotomia che struttura ab imis il moderno governo della povertà: veri poveri contro pseudopauperes, poveri meritevoli contro poveri immeritevoli. I primi sono quelli che possono essere rubricati sotto la voce necessità – orfani, vedove, invalidi, anziani, e in genere tutti coloro che già il diritto canonico definiva miserabiles personae – e che devono essere dunque assistiti, presi in carico, ospedalizzati. Innocui, il potere può porgergli misericordiosamente la mano. Gli altri sono invece quelli che, da soli o in compagnia, godono della «doviziosa libertà» del picaro, renitenti a qualsiasi disciplina, attentato costante alla stabilità dell’ordine e del possesso. A costoro va destinata non la pietà ma la forca: marchiati, impiccati, banditi (per mano di quelle leggi «tra il grottesco e il terroristico» di cui parla Marx nel Capitale) o, dove possibile, rieducati, convertiti, redenti, attraverso l’indottrinamento catechistico o il lavoro coatto. Ma in un modo o nell’altro, la loro forma-di-vita povera deve essere obliterata. Scriveva nel secondo Seicento Francesco Fulvio Frugoni: «I poveri ch’effettivamente son tali, non mai simuleranno le piaghe, né fingeranno le storpiature, perocché lor basta la lor miseria perché siano compassionati e sovvenuti. Ma i poveri che son calcanti, come cotestoro che sono stati questa scorsa notte sorpresi, e che stasera verranno sospesi, quei sono appunto che servon di tizzi ad accendere le populari ribellioni».

Torniamo a noi e al nostro presente. Da quei primi secoli dell’era moderna, molte sono state le metamorfosi della questione sociale. Come in ogni rapporto di governo, anche nel governo della povertà la libertà dei governati resta infatti perennemente in gioco: i governanti possono tentare di incanalarla o controllarla ma mai eliminarla del tutto, né impedirle di ripresentarsi continuamente in nuove forme. I poveri imparano presto o tardi a rispondere alle mosse del potere con contro-mosse adeguate, a sfruttare le pieghe delle istituzioni, a nascondersi nei punti ciechi delle normative, a ribaltare il discorso paternalistico dei loro pretesi tutori in rivendicazione politica di diritti. Non smettono insomma di trasformarsi, di riorganizzarsi per contrattaccare. Persino la stagione gloriosa del movimento operaio potrebbe essere vista come una forma ennesima – e certo finora come la forma più efficace, più potente – di questo incessante cambiamento. Ipotesi che andrebbe ben altrimenti argomentata. Sia come sia, quella stagione è al momento, almeno in Occidente, conclusa. La lotta di classe è stata vinta dall’alto: lo Stato sociale smantellato, le lancette del diritto del lavoro riportate indietro di un paio di secoli (le retour à Germinal, lo chiamano gli uomini e le donne francesi in lotta contro la Loi travail). E appunto, come in un film proiettato al contrario, giornali e politica tornano a parlare di povertà e a promettere benevolo aiuto.

L’essere povere e poveri oggi ci accomuna più di quanto non facciano lavoro e status sociale 

Lo ripetiamo: non è un caso. I governanti hanno oggi maggior consapevolezza dei governati – non sarebbe del resto la prima volta – di quale potrebbe essere in futuro il terreno decisivo dello scontro: non più il lavoro – centro di gravità e chiave di volta nella costruzione della classe operaia – ma la proprietà e la sua distribuzione. È per questo che giocano d’anticipo, provando a disinnescare la minaccia della povertà, a metterla in condizioni di non nuocere. Il rapido detour genealogico sopra accennato dovrebbe allora servire a muovere un primo passo in direzione contraria: mostrare che necessità e passività non sono tratti connaturati al povero ma l’effetto storico di un certo numero di strategie di governo, e che povertà può essere invece sinonimo di desiderio, di potenza, di possibilità. In breve: la possibilità di una forma di vita non basata su proprietà e dominio. È questa povertà che può costituire, come pratica, il principio attorno a cui riarticolare le lotte e sperimentare l’alternativa; e che, come soggetto politico, può prendere il posto della classe in una nuova teoria critica. L’essere povere e poveri oggi ci accomuna più di quanto non facciano lavoro e status sociale, e sempre più ci accomunerà in futuro. Da qui dunque è lecito aspettarsi di poter ripartire. Anche se, questo lo abbiamo ormai imparato, future is unwritten: la speranza non è ancora un destino.

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