La borsa e la vita

La politica dell'«Ordoliberalismo» secondo Adelino Zanini

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Claire Fontaine, La borsa e la vita – Installation view, Palazzo Ducale, Genova.

Fino a una quindicina di anni fa sono stati due i modi di considerare il neoliberalismo: il primo era quello negazionista, tipico di ogni egemonia che nega la propria esistenza e la afferma sotto la forma di uno spietato naturalismo; il secondo era quello dei critici che hanno considerato il neoliberalismo come il sinonimo di un liberismo ottocentesco, del
libertarianesimo o dell’anarco-capitalismo americano dello «Stato minimo» a cui è stata contrapposta un’idea angelicata dello «Stato sociale».

Oggi queste semplificazioni sono state messe in discussione da un’ampia serie di studi. Il libro di Adelino Zanini Ordoliberalismo. Costituzione e critica dei concetti (1933-1973) (Il Mulino, 2022) è uno di questi e permette di superare gli slogan o le caricature di «sinistra», di «centro» e di «destra» che hanno accompagnato la mondializzazione della politica neoliberale e le sue più recenti varianti conservatrici, nazionalistiche e autoritarie presenti sia nelle democrazie «liberali» che nelle «democrature» o nelle «dittature». Com’è noto dalle ricerche fondative di Michel Foucault il nuovo liberalismo politico-giuridico chiamato neoliberalismo è composto da una «scuola» tedesca, una scuola «austriaca», quella di Chicago e di Ginevra che ha proposto un «ordo-globalismo» che coniuga i diritti umani con quelli dell’impresa a livello sovranazionale.

Nelle singole scuole si riconoscono tendenze diverse e talvolta anche opposte. Zanini affronta quelle principali nell’ordoliberalismo tedesco tra una politica del diritto e della concorrenza (Walter Eucken) e un’economia sociale del mercato (Alfred Müller-Armack) che integra tale politica nello spazio complessivo della vita sociale e nello Stato-nazione. La differenza passa spesso inosservata a favore di una continuità o di un mix indistinto di teorie, mentre è spiegata da Zanini a partire da una discussione serrata delle principali opere di Wilhelm Röpke e Alexander Rüstow, tra gli altri.

Zanini affronta la complessità di questo dibattito a partire da una tesi fondamentale: il neoliberalismo non è tanto, o non solo, una teoria economica neoclassica quanto una politica novecentesca tramandata nel XXI secolo attraverso ibridazioni giuridiche complesse. Il problema è affrontato a partire da uno dei suoi principali filoni: l’ordoliberalismo tedesco che ha contribuito a istituire una delle possibili forme dell’economia sociale di mercato, quella dell’Unione Europea ad esempio.

«Ordoliberalismo» è un neologismo coniato a partire da una rivista («Ordo») sulla quale hanno pubblicato filosofi ed economisti conflittuali tra loro. Questa influente corrente culturale è una delle espressioni di un’internazionale composta da studiosi, politici, capitalisti ostili al liberalismo sociale di ascendenze keynesiane e a qualsiasi ipotesi di socialismo, per non parlare di comunismo. Il percorso è iniziato in Europa tra la fine dell’Impero austro-ungarico e la crisi della repubblica di Weimar ed è nato in reazione al fallimento dell’economia del laissez-faire che ha portato a due guerre mondiali. Dopo queste catastrofi il neoliberalismo è stato ripensato a partire dal ruolo «decisionale» di uno  «Stato forte» e interventista sul mercato a garanzia del capitalismo.

Rispetto al paleo-liberismo il neoliberalismo non ignora i limiti antropologici imposti dall’industrialismo ma li usa per governare una democrazia senza conflitti e istituzioni senza politica. Parliamo di un nuovo equilibrio tra il libero mercato e la concorrenza regolati da un ordinamento costituzionale che giustifica il mercato in termini giuridici e organizza la società in base a principi costitutivi e regolatori: la proprietà privata, la libertà di contratto, il mercato aperto, e poi una politica monetaria stabilizzatrice, il rigore di bilancio, il calcolo economico e anche i salari minimi per contrastare il comportamento anomalo dell’offerta di lavoro che abbassa i salari.

Il neoliberalismo è un costituzionalismo giuridico-economico, cioè una forma della politica che governa il mercato e concepisce la società sulla base delle leggi sulla concorrenza che correggono i suoi effetti anti-sociali (quando va bene) ma si oppone ad ogni forma di democrazia sociale espansiva e autogovernata.

Sono queste le linee argomentative di un’egemonia che non può essere limitata a una storia angloamericana iniziata con l’elezione di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan (1979-1980). Alla luce di questi elementi Zanini definisce l’(ordo)neoliberalismo come un «liberalismo procedurale generalizzato» il cui obiettivo è coordinare lo Stato con il mercato, il diritto privato con la cittadinanza, lo sfruttamento con il formalismo dei diritti umani. La principale mistificazione di questo «ordine» sta nel trattare uno strumento dell’oppressione come l’istituto costituzionale che garantisce la giustizia sociale.

A chi intende sottrarsi all’autocompiacimento dei celebratori, e ai necrologi dei suoi critici, spetterebbe il compito di conoscere finalmente questa egemonia, spiegare la sua crisi e costruire una non scontata e latitante contro-egemonia.

*  Questo articolo, con il titolo «Un’egemonia politica nel nome del mercato», è già uscito su il manifesto il 30.03.2022.

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