Oltre le luci dei porti

Racconto di un'estate nel Mediterraneo

Catalogo-MAAM-2-271
Gianfranco Notargiacomo, Nonsense #2 (1972 - 2016) - MAAM Museo dell'Altro e dell'Altrove.

Il giovedì notte, sul porto, c’è un gran trambusto. Carico e scarico di pesci, i tre ruote degli scaricatori di porto che impazzano da una banchina all’altra, tutti malconci e pieni di ruggine, eppure indomiti e carichi di cassette. Il giovedì sera arrivano i grandi pescherecci rimasti al largo tutta la settimana, l’asta è assai più ricca degli altri giorni della settimana, e dopo che i tre ruote hanno portato tutto il pesce al mercato ittico iniziano le danze. È una guerra per entrare, e poi le urla di astatori e pescivendoli accompagnano i movimenti funambolici nel mercato come in una danza vigorosa e implacabile. Sembra che quelle grida dicano la forza delle onde, che tutta la settimana hanno battuto forte contro la prua dei pescherecci. In quei minuti, appena arrivati in porto, i marinai riprendono la parola fuori dal mare, forti di acqua, sale e reti e corde pesanti come macigni spiegate e tirate tante e tante volte.

Sono le 4 e mezza del mattino quando all’imboccatura del porto si vede una luce. I primi a vederla sono dei ragazzi, fuori al mercato. Sono lì ad aspettare che tutto finisca per cercare di rimediare qualche pescetto per il pranzo: per gli altri sono scarti da spazzar via con l’acqua degli idranti, per loro sono la vita. Un peschereccio così grande a quell’ora non può essere, si sono già ritirati tutti. Si sparge la voce, iniziano ad uscire i primi pescatori. In qualche minuto sono tutti fuori dal mercato. La struttura, sparata nel bel mezzo della banchina centrale, offre una visuale completa di tutto il porto. Quel barcone pesante e malandato che avanza piano nel buio sembra dare allo specchio portuale l’aria di un quadro apocalittico. In due minuti l’immagine si fa più chiara: sul barcone c’è una moltitudine enorme di donne, uomini e bambini. Alcuni, timidamente, iniziano ad alzare le braccia per chiedere aiuto.

Nel giro di qualche attimo alcuni marinai sono alle proprie barche, i motori tornano accesi, i pescherecci si avvicinano al barcone. Saranno 200, in tutto, i migranti portati a riva, ma alcuni erano già morti prima di arrivare sul porto, di freddo e fame, schiacciati in un ammasso informe di corpi, acqua e benzina. All’arrivo della capitaneria di porto la maggior parte delle persone è già stata portata in salvo.

Sono tutti sub sahariani, alcuni portano sul corpo i segni di colpi di armi da fuoco e di cinghiate. Sono corpi stanchi e scarni, che raccontano di una guerra combattuta su tanti livelli. Solo adesso molti di loro si abbandonano alle braccia del porto, abbassano la guardia, si lasciano guidare, ricevono le prime cure. Per tanti la guerra non è finita, saranno rinchiusi in dei lager, trattati come bestie, il loro sguardo non incontrerà nessun volto a cui aggrapparsi. Per quelli che incontreranno non avranno nomi né storia, saranno i bersagli inermi di dispositivi di etichettamento e segregazione.

Moltissimi, dentro i centri in cui saranno rinchiusi, preferiranno ingoiare sonniferi e psicofarmaci, pur di sfuggire a quell’inferno di angoscia, sporcizia e degrado. Ogni angolo è contaminato dalla paura di decine di persone ammassate in quattro mura senza sapere cosa sarà del loro futuro. Non c’è nulla da dire, le parole sono andate perdute nei chilometri di orrore e assurdità, e adesso non c’è nessuna speranza a dare fiato a chi è rimasto. Alcuni non parleranno mai più.

Sono passati alcuni anni, e alcuni, dopo quella notte, sono rimasti nella città di mare che li aveva accolti. Qualcuno di loro lavora come marinaio sui pescherecci; qualcuno lavora in una di quelle stesse barche accorse in quella notte di giovedì. Qualche giorno dopo l’accaduto, uno dei marinai era stato intervistato da un’emittente locale. La notizia dello sbarco aveva fatto un gran baccano in quanto un gruppetto di cittadini si era riunito per protestare contro lo sbarco. «Sono troppi per una città così piccola», ripetevano continuamente, mentre la maggior parte di quei «troppi» era già in giro per mezza Europa. Il giornalista chiese al marinaio i dettagli dello sbarco e poi come la comunità avrebbe dovuto comportarsi di fronte a quell’evento, secondo lui.

Il pescatore non si scompose e rispose che tutti, in quei paesi costieri, sanno che le insidie del mare sono sempre dietro l’angolo, e che non si è mai sicuri senza l’aiuto degli altri, se gli altri non sono ospitali. Siamo tutti fragili, alcuni lo sono anche di più. Ed è solo con il sostegno degli altri che si può vivere bene tutti insieme; la nostra vita, insomma, è segnata dagli altri. Per questo non ci è concesso girare la testa dall’altra parte. Siamo chiamati a fare del mondo un posto in cui tutti possano vivere felici, senza paura degli altri, senza neanche pensarci. «Dobbiamo essere un faro», disse, come le luci che si intravedono a terra quando i pescatori si scontrano con la burrasca, fra le onde che entrano nella barca, i lampi e il vento, senza mai perdere la speranza.

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