Opabinia e Calamaro

Le performance del vivente, o per un teatro dell’Antroposcena

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Immagine di Laura Farneti, dallo spettacolo di Lucia Calamaro, «Darwin inconsolabile»

Con i suoi cinque occhi, o forse tre, comunque due simmetrici e uno no, con quel suo corpo formato da quindici segmenti lobati, di cui tre rivolti all’esterno e all’insù tipo una coda, una testa con una lunga appendice o una specie di tubo con la lingua o di proboscide prensile con le chele, comunque con una bocca a U e un intestino liquido ma solido, flessibile ma rigido, con una gran quantità di branchie e di pinne e lamelle, l’Opabinia ha rappresentato uno dei calvari della filogenetica. Quella scienza nata a cresciuta su diversi secoli che, tra Linneo e Darwin e Lamarck e Haeckel e molti altri importantissimi ma poco significanti nel loro nome per noi che non siamo ossessionati dal posizionamento evolutivo di tutto quello che a un certo punto ha respirato su questo pianeta, si è dannata a stabilire il posto giusto di tutti.

Dacché è saltata fuori, fossile ovviamente, tra le argille canadesi di Burgess all’inizio del Novecento, l’Opabinia non ha smesso di dare il tormento alla tassonomia del vivente, nel tentativo di rispondere alla domanda di fondo: cos’è? E per stabilire cos’è – perché in questo modo funziona il logos da quando Platone l’ha inventato – non basta darle un nome, chiamarla Opabinia regalis anziché Giovanna, occorre darle un nome a partire da una regola – la nomenclatura binominale inventata dal naturalista svedese italianizzato in Linneo, appunto –  che già preveda in che posto dovrebbe stare questo strano animale rispetto a tutto il resto. Le dai un nome suo, Opabinia, che la distingue da quello che la circonda e da quello che viene prima e da quello che viene dopo, un nome che ne fa una specie, e un attributo che descrive un comportamento, un’attitudine, un modo specifico di stare al mondo. In questo caso, regalis.

Chissà perché il dottor Charles Dolittle Walcott, il primo che l’ha scoperta, ha pensato che nella sua vita l’Opabinia fosse regale, degna di un re, superiore e magari magnanima o particolarmente bella ed elegante. Con i canoni attuali, l’Opabinia bella non era. Ma tant’è, lo scopritore ha voluto renderle merito. Dunque non basta al naturalista limitarsi all’osservazione della meraviglia della vita nel Cambriano una volta che una collina canadese ti tira fuori migliaia di fossili, non basta allo studioso godersi come al circo le molteplici performance del vivente che verso 505 milioni di anni fa anticipa Picasso e il Surrealismo, non gli basta stare al davanzale di un’era geologica a vedere il catalogo di una vita che a un certo punto le prova tutte, perché no?, per forme, numero di occhi, membrane dentro fuori, arti e organi, perché lo scienziato della vita vuole capire dove sta l’Opabinia e perché sta proprio lì.

Nella raffigurazione che in termini visivi ha contribuito a chiarire la comprensione di quanto viene chiamato vitasuquestopianeta, e dunque l’albero della vita, o la ragnatela della vita, o il fungo della vita, o il corallo della vita, o la spugna della vita, a seconda di come la scienza si è immaginata la figura della relazione tra tutto quello che c’è di vivo e anche non, l’Opabinia ha generato parecchi imbarazzi. Dove stava non si capiva: tra gli artropodi o gli anellidi? Banalmente tra i crostacei o per conto suo, a fondare una stirpe regale di gamberi terribili? L’Opabinia sarà un ramo, un ceppo, una radice secca, una fronda o una semplice foglia che una volta cascata non lascerà eredi né parentele? Per la scienza della vita, se non rispondi a queste domande non hai un’identità, nemmeno si ti chiami Opabinia. Il tuo nome resta lì fluttuante e indeciso, senza patronimico, a non significare niente se non la tua misera respirazione per un po’ di tempo, a innervosire gli scienziati, a scatenare polemiche e a generare scompiglio in quel modello di comprensione che invece al nome fa coincidere un fascicolo e un cassetto e un ripiano e un armadio e una stanza e un edificio e un poliziotto contento che tutto sia in ordine.

Quando Simona (l’attrice Simona Senzacqua) annuncia nell’ultimo lavoro di Lucia Calamaro, Darwin inconsolabile, di aver aderito a un movimento dal nome «Nessuno sta al mondo al posto suo», viene sul serio da chiedersi se l’Opabinia, insieme a Simona ovviamente, non possa diventare l’animale totemico di una nuova generazione di ecologisti radicali e post-metafisici 

Dunque, quando Simona (l’attrice Simona Senzacqua) annuncia, ben oltre la metà spettacolo dell’ultimo lavoro di Lucia Calamaro, Darwin inconsolabile, di aver aderito a un movimento dal nome «Nessuno sta al mondo al posto suo», viene sul serio da chiedersi se l’Opabinia, insieme a Simona ovviamente, non possa diventare l’animale totemico di una nuova generazione di ecologisti radicali e post-metafisici.

Il cui manifesto, o Libretto Verde, non potrebbe che essere l’opera teatrale della stessa Calamaro e il cui inno, «Che fine fanno tutti?», a cui forse si può anche togliere il punto interrogativo, elegia funebre dell’ultima scena, canto elegante quanto la vita del Cambriano dell’attrice Gioia Salvatori (Gioia nel personaggio), avrebbe l’ulteriore vantaggio di poter valere sia nei cortei che ai funerali, come già accadde per Bandiera rossa. Il Libretto Verde Darwin inconsolabile, come ogni manifesto degno di questo nome, è poi, per forma, analogico all’oggetto di cui tratta: scrittura omologa alla vita che il testo teatrale assume per movente dell’azione narrativa, ci puoi entrare da qualunque punto. Non comincia e non finisce, se non per l’ora in cui è il momento di andare in sala e quella in cui gli assistenti ti fanno uscire. Nel mezzo, tra la porta d’ingresso e quella di uscita, che fuori dall’epoca Covid in genere è sempre la stessa, a parte il bagno non c’è alcun destino, né un fato o una necessità, come a volte ha simulato il teatro per tenere gli spettatori incollati alla poltrona.

In quella sala del teatro come nella vita, nella nostra di singoli e di specie, che per parafrasare Telmo Pievani la vita non ci aveva mica previsto, né noi né tutti gli altri, ecco in quella sala che mette in programma il primo spettacolo teatrale dopo l’Antroposcena non c’è niente che indichi una causa agente, un logos ordinante, un’impalcatura di rami principali e fronde secondarie, se non per la singolare performance vitale dei personaggi. «Di apocalisse in apocalisse… si tira avanti e si vedrà…» è il contrappunto di Riccardo (Goretti Riccardo in tassonomia binominale) al lamento dell’ecosostenibilità dell’Antroposcena, a quella litania colpevolizzante fatta di morale, di impatti, di risorse, di «sciupìo», a quello «scialo del nascere» che Greta Thunberg da qualche anno rimprovera a noi specie Sapiens due volte e gli scienziati da oltre un secolo all’Opabinia.

Lo sa Lucia Calamaro che per mettere in scena uno spettacolo all’altezza dell’Antroposcena non basta riepilogare le teorie che ti riassemblano il vivente, che ti riscattano il bovino, ti avvicinano alla drosophila e ti dicono che la zanzara è una persona. Lo sa la Calamaro, che il nome che ha non per forza la mette nella stessa famiglia dei pesci 

Lo sa Lucia Calamaro che per mettere in scena uno spettacolo all’altezza dell’Antroposcena non basta riepilogare le teorie che ti riassemblano il vivente, che ti riscattano il bovino, ti avvicinano alla drosophila e ti dicono che la zanzara è una persona. Lo sa la Calamaro, che il nome che ha non per forza la mette nella stessa famiglia dei pesci. E che non basta dire fuori dall’umano per essere fuori dall’umano. Come fanno gli artisti con la didascalia dell’opere ecologiche. Perché, invece, occorre una poetica – e non sarà un caso se Aristotele la fa spuntare col teatro e Platone veda nel teatro il massimo nemico della verità – che simuli e renda credibile il tentativo di farlo. Analogamente a quegli animali che fingono la morte per sfuggire ai predatori – è la loro natura –, la nostra è quella di poter mentire, raccontarci che la vita è fatta ad albero, a spugna, a elefante e far vedere le cose così come le inventiamo mentre le si pensa e si tira avanti.

Immagine di Laura Farneti, dallo spettacolo di Lucia Calamaro, «Darwin inconsolabile»

Così, in Darwin inconsolabile la poetica di Lucia Calamaro si costruisce su un principio di equilibrio instabile o di disequilibrio stazionario, che somiglia al principio energetico che fa la singolarità di ogni sistema vivente. Un’energia in circolazione, che si sciupa certo, ma che anche rimbalza sulle nevrosi dei personaggi (ecco la natura degli umani, quel che li fa stare al loro posto, quel che li incolla al loro nome), un’energia che li attraversa, un po’ li sposta un po’ no, da cui tutti prendono, cui tutti danno, su cui tutti palleggiano e che continua, per quasi due ore di spettacolo, a fluire e a farti morire dal ridere mentre ringrazi l’autrice Lucia Calamaro, per la sua capacità di fare quel che Platone le rimprovera (raccontare balle con verosimiglianza), e l’inclassificabile Opabinia, perché hai comunque la sensazione che è anche grazie a lei se dopo 505 milioni di anni tu stai lì a teatro con le lacrime agli occhi.

A originarla quest’energia alimentata dalla nevrosi di una famiglia di Sapiens, come la grafite nel nucleo del reattore 4 di Chernobyl, è un Big Bang chiamato Sughi (l’attrice Maria Grazia Sughi, la poetica in atto di Lucia Calamaro), che voleva «solo trasformare la tragedia in fabula». Lì sta non la risposta sul deus ex machina o sulla legge che muove l’azione, ma l’interrogazione sulla natura dell’umano. Nella fiction e nel gioco di parte nella catena degli affetti che ne deriva, nella giocoleria di una poetica che non consente a nessuno di stare al suo posto, sta l’espressività di un vivente che non ha cinque occhi e nessuna squama. L’unico che abbia necessità di una performance «per tentare di fare parte della stessa specie». Questo è teatro all’altezza dell’Antroposcena. Make kin, not taxonomy.

Una produzione Sardegna Teatro in scena al Teatro India di Roma fino al 23 gennaio 2022.

Questo testo è stato pubblicato anche su «anagata», magazine di Sardegna Teatro.

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