Palermo, ovvero l’arte della precarietà

Un convegno sul senso (del) comune

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MP5, Unravel, Le M.U.R de Saint Etienne, Saint Etienne 2016

Il 21 e 22 maggio prossimi si terranno all’Università degli studi di Palermo  due giornate di studi dedicate a Il senso (del) comune, organizzate dal Dottorato di ricerca in Studi Culturali Europei/Europäische Kulturstudien e dal Laboratorio di ricerca Vita, politica, rappresentazione, nodo della rete internazionale Italian Thought Network. Per l’occasione anticipiamo una parte della relazione di Danilo Mariscalco. 

Centri sociali e spazi autogestiti

Nodi di elaborazione e diffusione di pratiche artistiche ed esperimenti comunicativi, i centri sociali e gli spazi autogestiti palermitani hanno promosso e tradotto esperienze culturali nazionali e internazionali operando in una rete di autorganizzazione che ha in generale escluso ogni forma di mediazione istituzionale (politica e culturale) e che si è espressa, in alcune occasioni, attraverso soluzioni avanguardistiche e pratiche comunicative certamente mediate dall’esperienza del ’77 italiano ma anticipatrici di tendenze in seguito regolate dalla locale industria culturale, pubblica o privata. Montevergini, Da Hausa, Goliardo, Ex Carcere, Laboratorio Zeta, Sparo, Ask191, Anomalia, HpO sono i nomi delle principali esperienze di occupazione di strutture riconvertite in centri politici, culturali e abitativi che hanno, dagli anni Novanta, in vario modo ridefinito la fisionomia di interi quartieri della città, violando, in certi casi, l’apparente«impermeabilità» a ogni forma di esperienza progressiva rintracciata dalle diverse amministrazioni comunali in rioni caratterizzati da una composizione sociale un tempo identificabile con il sottoproletariato: Albergheria, San Lorenzo, Borgo Vecchio, Kalsa. Alla lista, in ogni caso parziale, degli spazi antagonisti vanno aggiunti i teatri occupati (Papillo, Garibaldi, Mediterraneo) e i cosiddetti «box autogestiti» dell’Ateneo, luoghi di connessione fra i centri sociali – e dunque il loro specifico intervento territoriale – e la componente studentesca, precario-cognitiva, di Palermo. In generale, l’azione di queste (auto)organizzazioni si è concentrata, al livello politico, nella promozione delle principali iniziative e mobilitazioni sociali emerse in Sicilia e in Italia negli ultimi anni (MayDay, i movimenti di studenti e precari dell’Onda e del 2010, il NoPonte, il NoMuos, la lotta per la casa, per il reddito etc.), e, al livello culturale, nella realizzazione di eventi (happening, concerti, hack-meeting, festival musicali e delle «arti di strada», rassegne, incontri) e contro-servizi comuni (dal doposcuola ai corsi ludici per i bambini dei quartieri, dai workshop ai laboratori formativi, dai centri di documentazione alle biblioteche autogestite, dalla stampa alternativa alle web radio, dalla palestra popolare ai giardini e agli orti metropolitani, dalla sala prove alle cine-rassegne, dall’officina del riuso «creativo» degli scarti del consumo ai teatri autogestiti), la cui efficacia sociale è stata garantita anche dall’assenza relativa delle istituzioni culturali nei piani specifici definiti da tali bisogni e desideri. Non potendo offrire una esposizione esaustiva della prassi culturale antagonista di Palermo, ancora oggi irriducibile, proprio per la sua qualità molecolare, ad alcuna sistematizzazione, si proporrà l’analisi di alcune «forme», di alcune occasioni significative di una generale tendenza fondata, come si vedrà in seguito, sulla sempre più focalizzata condizione sociale dei soggetti in movimento e sulle loro qualità di autorappresentazione e autoproduzione, materiale e immateriale.

Tecniche d’avanguardia: il falso

L’uso avanguardistico del falso, già ampiamente adottato nei movimenti radicali italiani degli anni Settanta e corrispondente, in parte, alla tecnica situazionista del détournement, è riemerso, secondo varie declinazioni, in alcune pratiche comunicative e culturali delle realtà antagoniste palermitane. Già nel 1998, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Palermo, un gruppo di studenti «libertari», l’anno seguente riunitosi in parte intorno al giornale «L’Anarca di Noè», «inventò» il «teorico della filosofia modale», di origini danesi, Maurice Bertelsen. La prima forma pubblica della sua pratica teorica fu elaborata durante una fase di occupazione della Facoltà, quando apparve la scritta murale «Io vivo, ma vivo perché l’essere è in modo. Non oltre o altrimenti (Maurice Bertelsen)». Seguirono, sempre orientati dal nonsense, la pubblicazione della biografia e di alcuni estratti del suo «pensiero» – concentrato, in generale, sulla «non esistenza del tempo» –, l’archiviazione dei suoi «titoli» nel catalogo della Biblioteca Centrale, l’organizzazione di seminari autogestiti ai quali parteciparono altri studenti, ricercatori e docenti, questi ultimi impegnati in un esercizio di comprensione di un filosofo verosimile, data la mole e la qualità specifica dei testi a lui attribuiti, ma la cui«opera» non poteva essere approfondita se non attraverso la mediazione dei suoi realizzatori, unici depositari di questa pseudo-produzione autorale. Al gioco avanguardistico parteciparono, ignare, anche le redazioni di alcuni giornali locali, involontarie promotrici delle«situazioni» pubbliche dedicate all’esperienza vivente (falsa) e alla prassi intellettuale (reale, ma priva di«autore») del filosofo danese Maurice Bertelsen.

La tecnica del falso, tralasciando altre significative occasioni della sua applicazione1, venne riproposta, per citare un caso il cui rapporto con la dimensione politica antagonista è relativamente immediato, durante il movimento di studenti e precari del 2010 che contestava, nelle sue intenzioni originarie, la Riforma Gelmini relativa al settore dell’istruzione in Italia. Criticata e superata la tradizionale forma corteo, il movimento autorganizzato, svincolato, a differenza dell’Onda del 2008, dalle mediazioni delle organizzazioni istituzionali della rappresentanza studentesca, optò per determinate pratiche di occupazione improvvise, non annunciate, dei luoghi centrali della produzione materiale e culturale della città, dei suoi nodi di comunicazione e di trasporto: in pochi giorni vennero occupati il palazzo del Comune, l’aeroporto, la stazione centrale, il Teatro Massimo, il porto. La «curiosità» dei giornalisti, intenzionati, dopo la prima «situazione», ad anticipare le azioni del movimento, venne appagata da falsi comunicati con i quali gli studenti e i precari annunciavano le improbabili occupazioni del Castello Utveggio e del Santuario di Santa Rosalia, siti nel Monte Pellegrino: fantasticherie alle quali la stampa locale concesse un ideale attestato di attendibilità2.

No Palermo. Suoni e brusii indipendenti

Uno dei «settori» nei quali l’area antagonista della città è sempre riuscita ad affermarsi al di là dell’amministrazione pubblica e privata della cultura è quello relativo alla promozione e alla produzione musicale. I centri sociali occupati e autogestiti della città, insieme al circuito più o meno informale dell’associazionismo, hanno negli ultimi anni consentito la fruizione, ad altri livelli assente, di molte delle culture e controculture musicali contemporanee. Al contempo in tale ambiente culturale sono sorti luoghi di produzione (sale prove, studi di registrazione, etichette discografiche, web radio) di alcuni progetti (autori, band, collettivi) ormai affermati e riconosciuti nella scena indipendente nazionale e in alcuni casi internazionale3. Alcune etichette, in particolare, hanno negli anni sviluppato la pratica del free download e delle licenze Creative Commons – in linea con le tendenze antagoniste di sabotaggio dei DPI (diritti di proprietà intellettuale) –, hanno prodotto Ep, Lp e opere audio-visive di musicisti e artisti locali e stranieri e organizzato workshop e festival musicali, come il «Musica Manifesta» del 2013, presso il TGA (Teatro Garibaldi, allora occupato), nel quale si presentava la produzione di tutte le etichette indipendenti siciliane, e il «MainOFF», festival internazionale delle musiche e delle arti elettroniche, erede diretto dell’esperienza culturale dell’Ask 191 occupato4 e, oggi, riconosciuto fra le iniziative di Palermo Capitale della Cultura 2018. Di recente produzione è il doppio vinile No Palermo, custode di brani inediti dei progetti musicali alternativi e off che hanno informato la cultura cittadina negli ultimi decenni: strizzando l’occhio alla compilation No New York prodotta da Brian Eno, che di fatto formalizzava la scena No Wave, esso mostra i contorni possibili di un movimento culturale sì eccedente e irriducibile al «genere», ma capace di radicarsi proprio a partire dalla auto-valorizzazione affermativa delle sue specifiche differenze.

Artigiano, artista o imprenditore di se stesso? Il «riuso creativo» e l’autoproduzione

Il riuso degli oggetti culturali non si è innervato esclusivamente nella dimensione digitale e immateriale della rete. Alcune esperienze pioneristiche come la «riciclo-officina» per il riuso «creativo» degli scarti del consumo (presso l’Ask 191) hanno disseminato, con il loro esaurimento formale, pratiche artistiche e artigianali nell’intera area urbana. Al contempo, la valorizzazione e la promozione «antagonista» dell’autoproduzione (intellettuale e materiale) attraverso l’organizzazione di mercati specifici (il Barattolo, mercato ortofrutticolo e artigianale promosso dal Giardino Autogestito Pubblico 191), ha favorito la diffusione sempre più molecolare di iniziative più o meno cooperative di artigianato«artistico», esercitate generalmente da soggetti che hanno raggiunto i più alti livelli della formazione, che svolgono altre attività «lavorative» precarie e che nella vendita dei propri (auto)prodotti hanno scoperto un parziale appagamento «immediato», fuori dal pubblico e dal rapporto privato di subordinazione, al bisogno di reddito. La possibile e in parte realizzata risposta antagonista, data nel ritardo economico e politico del mercato del lavoro in Italia e in particolare nel suo meridione, all’ideologia postfordista dell’imprenditore di se stesso.

Autorappresentazioni e autoproduzioni antagoniste. Il reddito di base, gli Intermittenti francesi e la «questione» precaria

La prospettiva teorica definita durante la ricerca permette di riconoscere, nelle emergenze culturali antagoniste analizzate, l’espressione, politicamente orientata, di una composizione sociale precario-cognitiva, formatasi nel solco del postfordismo, scolarizzata, capace, per sue qualità specifiche, di autonarrarsi, autorappresentarsi e di attivare processi di autoproduzione e autovalorizzazione. Le condizioni di affermazione di tali caratteri specifici sembrano poggiare su fenomeni sociali generali – la qualità cognitiva della forza lavoro postfordista – e, in questo caso, sul ritardo politico ed economico italiano, e in particolare del Sud, nel processo di adeguamento alle esigenze di un capitalismo fondato sulla sussunzione della conoscenza, della comunicazione, della produzione culturale, delle relazioni, degli affetti. Se la composizione tecnica di questo precariato cognitivo, centrale in tutti i paesi a capitalismo avanzato, corrisponde al dispositivo della «flessibilità», regolatore ideologico e giuridico di prestazioni, più o meno contrattualizzate, a tempo «determinato», la sua composizione politica appare più definita nei paesi che non sono riusciti ad articolare forme di welfare adeguate alle qualità e ai bisogni della rinnovata forza lavoro. In questi si afferma, infatti, la richiesta di un «reddito di base» per soggetti che, secondo le leggi di accumulazione del vigente paradigma bioeconomico, producono plusvalore a partire dalle loro stesse attività comunicative, culturali, relazionali, in un regime che abolisce le tradizionali distinzioni fra lavoro materiale e pratica intellettuale, fra tempo di lavoro e tempo libero, fra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Tale prospettiva conferisce centralità economica e politica alle attività artistiche e culturali, la cui condizione nel mercato del lavoro era già «flessibile» e precaria nell’età della società salariale; oggi, con la diffusione degli strumenti di elaborazione e fruizione culturale e del know-how tecnologico, nella misura in cui la principale forza produttiva eccede i dispositivi di sussunzione, la soggettività corrispondente può esercitare il suo potenziale antagonistico. L’esperienza degli«Intermittenti dello spettacolo» in Francia5 – poi significativamente rinominatisi «Coordinamento degli intermittenti e dei precari» – costituisce un fecondo precedente di ricomposizione politica a mezzo della quale l’iniziale istanza – la lotta per l’indennizzo di disoccupazione – di certi settori professionali – artisti e tecnici, più o meno interni all’industria culturale francese – diviene «estendibile e adattabile a tutti i lavoratori con occupazione discontinua»6. A Palermo, la stessa soggettività storica, politicamente formatasi nella rete antagonista, ha scoperto negli spazi autogestiti, e nei luoghi di emissione di flussi off e desideranti, il nodo comunicativo e culturale di (ri)produzione, diffusione e condivisione della propria autorappresentazione «artistica» e, dunque, biopolitica.

Note   [ + ]

1.Come la rassegna «postdatata» di Radio Franca, web radio dell’Ask191 occupato.
2.Cfr. l’articolo «Università, martedì a Palermo torna il Blocchiamo tutto day», in: Giornale di Sicilia (9.12.2010).
3.Cfr.«Palermo. The Sicilian Capital’s Avant Garde Practitioners Think Globally and Act Locally», in The Wire, 369, February 2017, pp. 18-20.
4.Cfr.«Interview with Brusio Netlabel», in: Netlabelism.com. The Netaudio Magazine (17.03.2012). URL: http://netlabelism.com/interview-with-brusio-netlabel (10.03.2014).
5.Cfr. Corsani, Antonella/Lazzarato, Maurizio (2009): Intermittents et précaires, Éditions Amsterdam.
6.Lazzarato, Maurizio (2009): «Le incongruenze della critica d’artista e dell’occupazione in ambito culturale», in Federico Chicchi/Gigi Roggero: Lavoro e produzione del valore nell’economia della conoscenza. Criticità e ambivalenze della network culture, Milano: FrancoAngeli, p. 146.

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