In via delle Caldaie 28

Guy Debord e il mito dell'espulsione dall'Italia

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Da sinistra: Alice Becker-Ho, Gianfranco Sanguinetti, Guy Debord (1972).

Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno,
ti si farà, per tuo ben far, nimico
Dante Alighieri 

Uno spettro si aggira per lo stivale, isole comprese. È lo spettro del falso storico sull’espulsione di Guy Debord dal suolo italiano nel 1977. Per quanto sia innegabile la radicalità del personaggio, nessuna potenza si era all’epoca coalizzata in una caccia alle streghe contro il tipo rivoluzionario.

La prima volta che incontriamo questa notizia, la si trova nella prima pubblicazione che Anselm Jappe dedicava a Guy Debord1 in quella che ancora oggi è a parer mio la più precisa, puntuale e completa monografia intellettuale sul pensiero critico e teorico del teppista parigino. Opera letta e apprezzata persino da Debord, tanto da scrivere dello stesso Jappe, in una lettera del 14 marzo 1994 a Morgan Sportès, «et pourtant il me donne l’impression d’être l’observateur qui jusqu’ici m’aura le mieux compris»2, così come allo stesso modo, in una lettera del 5 aprile dello stesso anno a Makoto Kinoshita, scriveva «c’est jusqu’ici le livre le mieux informé sans doute à propos de moi»3. Il libro di Jappe è un passaggio imprescindibile per chiunque voglia incontrare il pensiero di Guy Debord, infatti per fare i conti con lo stesso, non si può non fare i conti a nostra volta con l’opera che Jappe gli ha dedicato. Le colpe sulla propagazione della falsa notizia non sono però da attribuire al filosofo tedesco, e non lo dico solo a titolo di amicizia. Come mi confidava infatti Jappe, resosi conto dell’errore, aveva rivisto e omesso la notizia già a partire dalla successiva edizione dell’opera nel 19954.

Con l’edizione italiana de La società dello spettacolo edita da Baldini&Castoldi nel 1997, nel 2001, nel 2013 e ancora nel 2017, una brevissima Nota biografica a firma di Pino Corrias riportava, e riporta ancora oggi, l’«amore perpetuo di Debord per l’Italia, che tornò spesso a visitare, specie negli anni caldi del terrorismo», riferendosi dunque al suo soggiorno a Firenze e, questo, «fino all’espulsione decretata nel 1977 (governo Andreotti, ministro degli Interni Cossiga), accusato di fomentare il clima insurrezionale nel Paese»5. Per quanto questo sia l’errore più grave, non si può far finta di nulla di fronte agli altrettanti falsi presenti nello stesso scritto6, ma che non saranno affrontati in questa sede, come, allo stesso titolo, non sarà presa in esame neanche la semplicistica e discutibile Introduzione di Carlo Freccero e Daniela Strumia, una produzione così approssimativa da essere comunque rappresentativa di quanto poco sul serio sia preso Debord nel dibattito italiano, sterilizzandone la carica sovversiva.

È proprio con la diffusione di questa edizione e dello scritto di Corrias che l’ectoplasma dell’espulsione prendeva forma, si affermava, infestava i luoghi trascinandosi dietro le proprie catene dal suono stridente. Lo stesso rumore assordante che si sopporta ancora oggi. Ripetendosi di bocca in bocca, passando di libro in libro, di articolo in articolo, proponendosi nelle ricerche di ignari studenti, di tesi in tesi. Così, nell’edizione italiana del Panegirico, l’autobiografia di Debord, sull’aletta di copertina dedicata alla presentazione dell’autore, lo spettro dell’espulsione è riportato riprendendo quasi alla lettera il buon Corrias. Il fotografo Pino Bertelli a ogni singola pubblicazione sulla teoria situazionista e su Guy Debord (affermando comunque di averlo conosciuto personalmente nel periodo in cui soggiornava in Italia), non fa altro che citare il decreto che avrebbe espulso il nostro teppista dal suolo italiano come «persona indesiderabile»7. Giorgio Amico – attento e preciso studioso del movimento operaio tra le cui ricerche figurano degli impeccabili testi su Karl Korsch8 e su Seniga e Cervetto9 – in quella che è la prima opera monografica su Debord realizzata in Italia, scrive: «sospettato di essere in contatto con le Brigate Rosse e dunque una minaccia per la sicurezza dello Stato, Debord nel 1977 viene espulso dall’Italia dove potrà rientrare solo molti anni più tardi»10. Ma, proprio come il Guy Debord di Jappe, neanche il testo di Amico merita il patibolo, e anche in questo caso non lo dico a titolo della forte stima che ci lega: la sua è la più ricca biografia sulla vita del teppista parigino mai uscita in Italia, ed è uno di quei libri su cui torno sempre con più piacere ogni qualvolta mi tocca rammentare o affrontare una parte precisa della vita di Debord. Nel curare l’edizione de La società dello spettacolo per Massari Editore, Pasquale Stanziale non inciampa sullo spettro dell’espulsione; chapeau Stanziale&Massari 11.

Il 10 dicembre del 2012, Gianfranco Sanguinetti, in una lettera indirizzata a Mustapha Khayati – di cui ancora oggi mi sorprendo per il fatto che non sia stata tradotta e diffusa in italiano12 – possiamo leggere quanto, a parer suo, sia davvero «comico» come ci sia illusi, all’unanimità, «sull’idea che la partenza di Guy dall’Italia (tra le altre cose) è stata causata da una oscura persecuzione o espulsione di cui era stato», almeno presumibilmente, «vittima nel 1977». Sanguinetti afferma invece che le motivazioni sono da far risalire a «banali problemi monetari», alla vera e propria «irritazione» per essersi trovato senza «il riscaldamento a gas a Firenze a metà inverno» e alle «delusioni con le ragazze fiorentine»13. Questi ultimi due punti saranno proprio quelli che verranno affrontati e dimostrati tra le righe a seguire. A discolpa di questa unanimità cui fa riferimento Sanguinetti (di cui, senza neanche troppa vergogna, per un certo periodo ho fatto parte anche io), si può menzionare quel passaggio dell’anti-film In girum imus nocte et consumimur igni in cui Debord recitava: «E anch’io, dopo tanti altri, sono stato bandito da Firenze»14. Eppure questa prosa era semplicemente un’allegoria di cui il teppista parigino si era servito per rappresentarsi retoricamente erede di una serie di figure da lui fortemente amate quali Dante, Guicciardini e Machiavelli.

Oggi, con l’aiuto della voluminosa corrispondenza di Debord15, è possibile ricostruirne le vivaci avventure fiorentine, da cui tutto emerge meno che il ditino inquisitore del signor Francesco Cossiga a indicargli la porta d’uscita sventolando la fantasmagorica misura del foglio di via. Nessuna espulsione viene dunque menzionata, proprio perché non c’è mai stata. Per quanto le brevi visite di Guy Debord all’amico e situazionista Gianfranco Sanguinetti nella città di Firenze, si presentarono spesso a partire dal 197116, la prima precisa notizia delle intenzioni di trasferimento del parigino nel capoluogo toscano, la si intuisce più tardi, in una lettera indirizzata a una certa Mimma F., una ragazza fiorentina che conobbe proprio in quei primi viaggi. Infatti, il 9 dicembre del 1972, dopo averla invitata in Francia, le scriveva «se verrai a Parigi adesso, potrei chiederti di cercare un appartamento a Firenze per il primo di febbraio» e, non avendo ricevuto alcuna novità «da Gianfranco da qualche settimana», concludeva che, «per tante ragioni, preferirei che fossi tu a occuparti di questa questione». Col nuovo anno, il 22 gennaio del 1973, scriveva a Gianfranco Sanguinetti di pensare «di arrivare a Firenze nei primi giorni di febbraio», sottolineando comunque che gli avrebbe confermato con precisione e per tempo «il giorno per telegramma». Il 2 febbraio inviava da Firenze una cartolina ad Asger Jorn, componendola e firmandola assieme ad Alice Becker-Ho, la seconda moglie dopo il recente divorzio da Michèle Bernstein. I due erano ufficialmente nel Bel Paese e scrivevano all’amico augurandogli, mentre «guardiamo scorrere l’Arno», una pronta guarigione, dopo che lo stesso, il mese precedente, aveva fatto sapere loro di essere stato ricoverato d’urgenza ad Arhus: «Speriamo di sapere presto che sei guarito».

Da qui tutte le lettere dello stesso mese di febbraio, di marzo e di aprile erano, al solito, datate ma anche precedute dal nome della città in cui ora abitavano: «Florence». Guy Debord menzionava però per la prima volta l’indirizzo di via delle Caldaie numero civico 28 (ove abitavano), in una lettera indirizzata a una certa Etra O., detta Connie, e datata 6 marzo 1973. Nei primi di maggio faceva ritorno a Parigi per iniziare le riprese e la composizione della trasposizione cinematografica de La société du Spectacle, prodotto da Gérard Lebovici e il cui contratto era già stato stipulato e firmato dai due l’8 gennaio 1973, quando Debord abitava ancora al numero 180 di rue Saint-Martin a Parigi17.

In una lettera del 13 maggio del 1973 scriveva a Sanguinetti di aver ricevuto insieme le sue due lettere del 7 e del 9 maggio e, prima ancora, anche le foto di via delle Caldaie. Nei primi battiti del mese successivo, precisamente il 9 di giugno, riscriveva a Mimma F. una missiva in cui possiamo leggere: «ho trovato bellissimi l’inverno e la primavera di quest’anno a Firenze» ma, scritta di getto e inviata dalla sua Parigi, gli comunicava che «adesso resto qui sino alla fine del lavoro sul mio film e tornerò solamente in autunno in via delle Caldaie», precisando anche che l’appartamento «comincia a essere sufficientemente arredato». L’11 luglio scriveva a Sanguinetti che «il film procede molto bene» facendogli comunque sapere che la programmazione dei propri periodi di pausa consisteva in momenti troppo brevi, «mai più di una settimana» al massimo, e che quindi «non vale la pena passare a Firenze per così pochi giorni durante l’estate». Salutava dunque l’amico rinviando la sua discesa in penisola per l’autunno, immaginando il proprio film concluso per quel periodo. Nell’agosto dello stesso anno, in una missiva al solito Sanguinetti, scriveva: «non vedo l’ora di essere a Firenze». Inoltre, ipotizzando la fine dei lavori sul montaggio del film all’incirca nel cuore dell’autunno, concludeva con la speranza «di arrivare verso la fine di ottobre», ma proprio il 4 di ottobre lo avvisava che sarebbe arrivato a Firenze verso gli ultimi giorni di novembre.

A questo punto la storia assume i tratti caratteristici della migliore commedia all’italiana. Il 9 novembre del 1973 chiedeva a Sanguinetti di poter avvisare «la signora Fiaschi», la proprietaria della casa in via delle Caldaie 28, e di farlo «entro un tempo ragionevole» per chiederle di far venire nell’abitazione chi adibito alla manutenzione del riscaldamento a gas, e di prendere l’appuntamento «per lunedì 3 dicembre – se possibile nel pomeriggio o in tarda mattinata» informando Sanguinetti di aspettarsi di arrivare nella città toscana per il fine settimana precedente alla data indicata. Passano pochi giorni che il 15 di novembre Debord riscrive a Sanguinetti una lettera in cui menzionava nuovamente la questione del riscaldamento per rammentargli della richiesta alla locatrice. L’11 di dicembre, ormai a Firenze dai primi del mese, scriveva a Sanguinetti che «dopo dodici giorni» non aveva ancora riscaldamento a casa e che «questa situazione diventa scomoda e – cosa più grave – irritante». Decideva dunque di andarsene invitando comunque l’amico ad assicurarsi almeno della situazione e di fargli sapere quanto prima se il problema «dovesse essere mai risolto». Il 28 dicembre, in una lettera a Elvio Barducci, un artista fiorentino, Debord, riferendosi anche ad Alice, gli scriveva che «siamo dovuti rientrare a Parigi all’improvviso e senza salutarvi: perdonateci!», ma si giustificava parlando del «froid de canard» – corrispettivo del nostro «freddo cane» – nella casa di via delle Caldaie per la questione del riscaldamento non funzionante e, dopo che sia lui che Alice si erano ammalati, avevano infine deciso di fare ritorno a Parigi, dove per lo meno potevano contare su un riscaldamento funzionante, questa volta al numero 239 di rue Saint-Martin (dopo aver lasciato il domicilio del numero 180 precedentemente nominato). «Non so ancora quando sarà possibile essere nuovamente a Firenze. Presto, speriamo». Nella lettera, Debord, scriveva all’amico che il caldaista si era presentato subito dopo che lui e Alice erano ormai partiti, sottolineando la propria irritazione per una situazione al limite del grottesco e del tragicomico. Da qui in poi si susseguivano i continui viaggi tra la Francia, l’Italia e il Portogallo, sino a una lettera del 29 agosto 1978, indirizzata all’ex situazionista Paolo Salvadori e in cui leggiamo i riferimenti di Debord a una sua lettera precedente di cui lamentava una mancanza di risposta, datata 3 luglio, e che il parigino aveva inviato proprio in via delle Caldaie. Scisso il contratto d’affitto con la proprietaria dell’immobile, era infatti subentrato nell’alloggio proprio Salvadori, andando così a sostituire Debord.

Nella stesura in prosa della propria autobiografia, quell’opera intrigante ed evocativa che è il Panegirico nel suo Tomo Primo, Debord scriveva «ho avuto la fortuna di conoscere le sfacciate donne fiorentine18, all’epoca in cui vivevo a Firenze, nel quartiere d’Oltrarno»19. Il riferimento è per Mimma F.20, che abbiamo già incontrato, e un’altra giovanissima ragazza, all’epoca sedicenne, che incontreremo adesso. Il suo nome è Celeste. Riferendosi a lei Debord scriveva, «c’era allora quella piccola fiorentina che era così graziosa. La sera, attraversava il fiume per venire a San Frediano. Me ne innamorai molto inopinatamente, forse per via di un bel sorriso amaro» e, concludendo il racconto, «le ho detto: Non rimanere in silenzio, poiché al tuo cospetto sono come un forestiero e un viandante. Concedimi qualche ristoro prima ch’io me ne vada e non sia più»21. Il nome di Celeste, compare per la prima volta nella fitta corrispondenza del parigino – a volte, come vedremo, sostituito dallo pseudonimo di Nadja – in una lettera del 16 settembre del 1971 indirizzata a Gianfranco Sanguinetti. Ma è poco più di un mese dopo, precisamente il 28 ottobre, che ci imbattiamo in una missiva da Debord composta in italiano e indirizzata proprio a Celeste stessa: «Cara Celeste, per scriverti almeno una frase che sia in vero toscano, direi: quando a Firenze non v’era giunto ancor Sardanapalo a mostrar ciò che’n camera si pote, la città non era tanto bella di questa che abbiamo oggi con te». Non passa troppo tempo che, il 2 marzo del 1972, Debord scrive a Sanguinetti di essere «molto rattristato dalle ultime avventure di Nadja».

La giovane fiorentina si era infatti imbattuta nel sentiero della tossicodipendenza che, nella lettera, Debord non citava mai se non cripticamente scrivendo che «con la sindrome di Trocchi, tutto è molto più difficile», facendo riferimento al vecchio amico Alexander Trocchi, un ex-lettrista prima ed ex-situazionista poi che, dagli anni parigini era diventato notoriamente dipendente dal consumo di eroina. Nella stessa lettera Debord scriveva che «il caso è complicato, fastidioso, doloroso». Dopo poco più di un mese, possiamo leggere in un’altra lettera a Sanguinetti che «la fine di Celeste è molto triste, quindi non parliamone più». La giovane ragazza veniva, di tanto in tanto, ancora citata ma il punto di svolta è segnato da una lettera del 6 agosto 1974, composta sia da Debord che da Alice, e indirizzata proprio a Celeste: «da due anni noi abbiamo cercato di rivederti ogni volta che siamo stati a Firenze, ma senza mai poterti incontrare in questa foresta oscura». Proseguendo la missiva le facevano sapere di essere «felici se tu potessi venire» in Francia, «adesso siamo in una casa abbastanza isolata nelle montagne dell’Avernia», quella che poi, dal 1979 e sino al suicidio del 1994 sarebbe stata la dimora fissa di Guy Debord e Alice. Entrambi concludevano la lettera a Celeste informandola che «saremo a Firenze (28 via delle Caldaie, primo piano) negli ultimi giorni da ottobre» del 1974 «e fino a gennaio» del 1975. Pochi giorni dopo il contatto ritrovato, il 10 agosto 1974, Debord scriveva e informava Sanguinetti che «Celeste ci ha scritto e poi ha telefonato». Dopo la risposta della ragazza fiorentina, che sicuramente lo informava di aver incontrato una persona, Debord rispondeva il 20 agosto «siamo contenti che ora tu abbia un uomo favoloso nella tua vita, e lo vedremo volentieri quando saremo a Firenze» pur sottolineandole che «qui c’è un altro uomo che ti ama. E una ragazza!», riferendosi a sé e ad Alice.

Una conoscenza così frastagliata non può che avere come conclusione una fine che prende la sembianza di uno strapiombo. Molti anni dopo, in una lettera del 22 aprile del 1981 a Paolo Salvadori e alla sua compagna Geneviève, Debord raccontava di aver rincontrato Celeste: «è ancora meravigliosa, ma in quale stato!». La ragazza aveva infatti continuato negli anni la propria tossicodipendenza e Debord la descriveva come «veramente alla porta della morte». Si proponeva dunque di aiutarla e, per questo «faremo tutto il possibile», anche se lei «vuole (e allo stesso tempo non vuole) salvarsi adesso». Debord, come racconta in una lettera del 3 maggio a Salvadori, le proponeva una clinica per disintossicarsi, a Parigi, consigliata da Lebovici, oppure, in alternativa, di affidarsi a un suo caro amico in una campagna della Germania, dove si sarebbe preso l’impegno di «vegliare su di lei». Celeste sceglieva la seconda ipotesi ma, da lì alla fine del mese, in una lettera del 24 maggio per Antónia Lopez-Pintor22, possiamo leggere che «la piccola drogata è ritornata nel suo paese per ricominciare daccapo. Era molto prevedibile». Nella stessa lettera Debord proseguiva così: «Hanno chiaramente insinuato che l’avrei salvata se l’avessi amata abbastanza. Innanzitutto, io trovo una speranza di questo genere così erronea, di fronte alla droga» ma «nessuno sembrava domandarsi perché sono solo io che dovrei amarla?».

Nel suo già citato In girum, la voce di Debord recita: «Ho dunque abitato, in questi anni, un paese in cui ero poco conosciuto. La disposizione dello spazio di una delle migliori città mai esistite, e le persone, e l’impiego che abbiamo fatto del tempo, tutto ciò componeva un insieme che somigliava molto ai più felici disordini della mia giovinezza»23. La fredda tonalità del teppista parigino, da queste parole in poi, è accompagnata nell’anti-film dalle antiche raffigurazioni di Firenze, dalle foto aeree della città toscana, dall’Arno, da Alice e Celeste assieme, poi Celeste nuda. «Do importanza soltanto a ciò che mi ha sedotto in questo paese, e che non si sarebbe potuto trovare altrove» e, infine, riferendosi a Mimma, «rivedo colei che era là come una straniera nella sua città»24.

Il tono suggestivo che Debord concede nel pronunciare, successivamente, le parole «rivedo le rive dell’Arno piene di addii»25 rappresentano un fluire dell’acqua che scorre per il canale fino a sfociare in un mare sì piatto o in tempesta, ma per lo meno aperto. Un addio che non è stato imposto da nessuno, se non da una serie di circostanze, a tratti sfortunate, talvolta inevitabili, e che hanno portato Guy Debord, e di sua spontanea volontà, ad abbandonare Firenze e l’Italia. Chi insiste sull’espulsione ignora anche che nel marzo del 1993 Debord e Alice si dedicarono un viaggio a Venezia di cui, dopo tanti anni, furono entusiasti, tanto che tra il febbraio e il maggio del 1994 affittarono un appartamento in città, in Riva degli Schiavoni. Ritornati in Francia, a Champot, Debord organizzava i suoi ultimi mesi di vita sino al suicidio il 30 novembre del 1994. Le sue ceneri saranno sparse, da Alice e il fratello Eugène Becker, direttamente da Square du Vert-Galant, giù, sulle acque della Senna, la perfetta sintesi del tempo. In conclusione, come sono solito dire, la vita di Debord è stata così perfettamente in linea col suo essere «il pensatore più estremista della seconda metà del Novecento», come giustamente lo definiva Mario Perniola, da non aver bisogno di questi falsi storici per dargli un tono, neanche se lui stesso riconosceva quanto «non ci saranno per me né ritorno, né riconciliazione. La saggezza non verrà mai»26. Cerchiamo per lo meno di non essere noi gli artefici di questa dipartita senza più ritorno.

Note   [ + ]

1. A. Jappe, Debord, Edizioni Tracce, 1993, p. 165.
2.Tradotto: eppure mi dà l’impressione di essere l’osservatore che finora mi ha capito meglio.
3.Tradotto: è probabilmente finora il libro più informato su di me.
4.Proprio quell’anno il libro fu stampato in Francia, col titolo Guy Debord, dalla casa editrice Via Valeriano, e con lo stesso nome troverà seconda edizione italiana per Manifestolibri nel 1999, poi ristampato nel 2013.
5.P. Corrias, «Nota biografica», in: G. Debord, La società dello spettacolo, Baldini&Castoldi, 2014, p. 250.
6.Vale la pena citare anche il passaggio in cui Gianfranco Sanguinetti è menzionato tra i presenti a Cosio d’Arroscia nel luglio del 1957 all’incontro che darà vita all’Internazionale Situazionista. Alla faccia dell’enfant prodige. All’epoca Sanguinetti aveva solo 9 anni. Per farla breve, non era presente! Avrebbe infatti conosciuto Debord solo nel 1969.
7.P. Bertelli, Dell’utopia situazionista. Elogio della ribellione, Massari Editore, p. 43.
8.G. Amico, Il rinnegato Korsch. Storia di un’eresia comunista, Colibrì, 2004.
9.G. Amico, Azione Comunista. Da Seniga a Cervetto (1954-1966), Massari Editore, 2020.
10.G. Amico, Guy Debord e la società spettacolare di massa, Massari Editore, 2017, p. 272.
11.Per lo meno tutto il gruppo ruotante attorno a Roberto Massari – una figura squisita a cui gli si riconosce una lunga, vasta e invidiabile attività intellettuale – in cui figurano anche Stanziale e Amico, da qui al 2014, si sussegue in una serie di vivaci incontri in cui discutono e cercano di rivitalizzare le teorie situazioniste, accompagnate poi dalla pubblicazione dei contributi e degli spunti nati in seno a quegli stessi non-convegni che chiamano Punto della Situazione.
12.La si trova, scaricabile in inglese, dal sito www.notbored.org
13.Nella mia breve monografia Le ceneri di Guy Debord (Catartica Edizioni, 2020), non esente neanche io da capitomboli, ammetto che, in una parte della prima tiratura, ci si può imbattere in due errori differenti nella nota 11: in alcuni esemplari, la lettera di Debord a Salvadori viene datata 10 dicembre 1978 (in realtà era del 12 novembre 1978) mentre, in altri esemplari, quella di Sanguinetti a Khayati (citata nel presente articolo) riporta il 12 dicembre 2012 (in realtà è, appunto, del 10 dicembre 2012). Superati i 200 esemplari questo, e una decina di altri refusi d’altra natura, sono stati rivisti e corretti.
14.G. Debord, «In girum imus nocte et consumimur igni», in: Id, Opere cinematografiche, Bompiani, 2004, p. 190.
15. Per questo faccio sempre riferimento agli otto pesanti volumi delle sue lettere, pubblicati da Fayàrd tra il 1999 e il 2010, e ancora mai tradotti o editi in altre lingue. Ogni traduzione riportata (scivoloni annessi) è quindi sempre mia.
16.La prima lettera in cui si coglie che Gianfranco Sanguinetti faceva sapere a Debord del suo imminente trasferimento dalla Lombardia alla Toscana è datata 30 luglio 1971. Si sarebbe trasferito infatti, da lì a breve, in Costa dei Magnoli 30, indirizzo che compare per la prima volta in una lettera dell’8 gennaio 1972 di Guy Debord a Juvénal Quillet.
17.G. Debord, Contratti, Opere cinematografiche, op.cit., p. 251.
18.Frase che Debord riporta in italiano, è infatti un riferimento alla maggiore opera di Dante: D. Alighieri, La Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXIII, v.101, Newton Compton, 1993, p. 57.
19.G. Debord, Panegirico. Tomo Primo e Tomo Secondo, Castelvecchi, 2013, p. 40.
20.In una lettera a lei indirizzata da Debord il 7 novembre del 1972, possiamo leggere: «Ma vorrei essere in Piazza della Signoria ad aspettarti, o nel giardino della Pieve quando vieni lì, o anche in Corso Italia, al momento in cui non riesco a trovarti».
21.G. Debord, Panegirico, op.cit., pp. 40-41.
22.Ragazza spagnola che Debord conobbe nei suoi soggiorni nella penisola iberica nei primissimi anni Ottanta e di cui parla sempre nella propria autobiografia, dedicandole queste parole: «Ho avuto la mia parte nelle follie della Spagna, e qui forse la più grande. Ma era in un altro Paese che era apparsa quella irrimediabile principessa, con la sua bellezza selvaggia, e la sua voce. Mira como vengo yo, diceva molto veridicamente la canzone che cantò. Quel giorno più non ne ascoltammo avante. Ho amato a lungo quest’andalusa. Per quanto tempo? Un tempo proporzionato alla nostra durata caduca e vana, dice Pascal», Ivi, p. 41.
23.G. Debord, In girum imus nocte et consumimur igni, in: Id, Opere cinematografiche, op.cit., p. 190.
24.Ivi, p. 191.
25.Ibidem.
26.Ivi, p. 197.

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