Palestra per un prossimo reale

Antonio Della Guardia alla Fondazione Pastificio Cerere

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Antonio Della Guardia, Per un Prossimo Reale, installation view, 2021. Fondazione Pastificio Cerere. Crediti Roberto Apa.

Lavorare con lentezza, pausa, pausa, ritmo lento… così cantava Enzo Del Re nel 1974, invitando a sottrarsi alla velocità inumana della catena di montaggio dentro la quale rimanevano spesso incastrate le dita, le vite e le coscienze dei lavoratori. Le parole di questa canzone aprivano e chiudevano la trasmissioni di Radio Alice, proprio nel momento in cui quella catene di montaggio e quelle fabbriche iniziavano a scomparire a vantaggio di una organizzazione del lavoro post-fordista che al rumore duro delle macchine, ai fumi tossici e alla disciplina del lavoro, sostituiva – con i processi di automazione resi possibile dalla terza rivoluzione industriale , il silenzio morbido delle tastiere digitali, le luci blu degli schermi elettronici e la messa a valore dell’autoimprenditorialità, delle capacità di innovazione e autovalutazione personali. Nasceva così quella che Gilles Deleuze avrebbe chiamato la società del controllo, come risposta alla spinta delle lotte di quella classe operaia che da quelle fabbriche aveva deciso di evadere per provare a costruire forme di vita più libere e meno mortifere.

Se molto è stato scritto e raccontato sulla nocività di quelle forme del lavoro che hanno caratterizzato tutto il XX secolo, forse ancora troppo poco si è detto sulle nocività della nuova organizzazione del lavoro, che lontana dall’essere, come ha sempre promesso ambiguamente il neoliberismo, un regno di conquistate libertà, coincide invece con l’interiorizzazione della fabbrica e delle sue logiche che hanno progressivamente colonizzato i nostri copri e le nostre menti.

Antonio Della Guardia, Per un Prossimo Reale, installation view, 2021. Fondazione Pastificio Cerere. Crediti Roberto Apa.

La fabbrica, quella «fabbrica de merda», che «l’individuo è uguale alla fabbrica» come diceva Lulù Massa – oggi sei tu, siamo noi, tutti quelli che periodicamente vengono invitati a farsi imprenditori di sé stessi e quindi del loro destino: «fallire o riuscire dipende solo da te», questo è l’ingiunzione bugiarda del credo neoliberista, di quel realismo capitalista così bene descritto da Mark Fisher. E questa interiorizzazione che trasforma corpi e cervelli ovviamente porta con sé, come diretta conseguenza, tutta una serie di nocività inedite, a volte più incisive e violente di quelle classiche, ma contemporaneamente e il più delle volte invisibili, e quindi maggiormente insidiose e subdole.

Ed è intorno a questa nuova «infortunistica» sul lavoro che, ormai da alcuni anni, si concentra Antonio Della Guardia (Salerno, 1990), artista attualmente in mostra alla Fondazione Pastificio Cerere (via degli Ausoni 7, fino al 18 dicembre) con il progetto Per un prossimo reale, a cura di Vasco Forconi e realizzato grazie al supporto dell’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma. Una ricerca che, ispirandosi agli studi del medico William Horatio Bates sulla possibile rieducazione della vista, intende mettere in evidenza proprio come la nuova realtà del lavoro digitale incida profondamente sulla nostra percezione e sui nostri corpi, modificando e (dis)educando il nostro rapporto con la realtà. Della Guardia ha pensato a questa mostra come a un dispositivo, una palestra dove lo spettatore non è invitato a guardare delle opere, ma a (ri)trovarsi e (ri)trovare un «prossimo reale» attraverso un lento processo di rieducazione e riscoperta dei propri sensi e delle proprie potenzialità. E, non a caso, l’artista fornisce anche le istruzioni per l’uso, con un prezioso libro d’artista pubblicato da Libri Tasso, che raccoglie una serie di esercizi da fare a casa.

Antonio Della Guardia, Per un Prossimo Reale, installation view, 2021. Fondazione Pastificio Cerere. Crediti Roberto Apa.

Ecco quindi che, attraversando gli spazi della Fondazione, chi entra in questa palestra diventa parte attiva di un dispositivo singolare e collettivo che prova ad allenare la nostra vista laterale e quindi la visione periferica recuperando una profondità di orizzonte, contro l’unidirezionalità degli sguardi puntati ininterrottamente, sette giorni su sette, quasi 24 ore al giorno – come direbbe Jonathan Crary , sulla superficie sempre troppo vicina degli schermi dei computer e dei telefoni. Lo sguardo sul mondo coincide con un punto di vista sulla realtà e quindi (re)imparare a guardarlo diversamente significa anche recuperare la capacità di vedere possibilità che prima sembravano non esserci: cambiare vita, rendersi conto che la forma di vita che ci è toccata in sorte non è l’unica possibile né l’unica realistica, accorgersi che scartare di lato e colpire di tacco, come faceva Socrates, non è una inutile perdita di tempo a fronte di una richiesta di prestazione che vorrebbe ottimizzare movimenti del corpo e tempistiche lavorative.

La bellezza di un dribbling supera di molto quella di un gol. Così stendersi su una poltrona e chiudere gli occhi per iniziare a immaginare coincide con la capacità di stabilire un rapporto più equilibrato con il tempo, significa liberarsi dalla sindrome della fretta abbandonandosi alla leggerezza del sogno. Significa dare avvio a un processo di decolonizzazione del nostro immaginario e dei nostri corpi, liberarsi dalle norme posturali che si cominciano a interiorizzare da bambini in una scuola diventata ormai, sempre di più se non esclusivamente, l’anticamera delle forme di vita e di lavoro aziendali.

Antonio Della Guardia, Per un Prossimo Reale, installation view, 2021. Fondazione Pastificio Cerere. Crediti Roberto Apa.

Usare i dispositivi costruiti da Della Guardia, sostare in questi spazi con il piacere di perdere tempo, significa, insomma, imparare a lavorare con quella lentezza cantata da Del Re, o anche a non lavorare e quindi a non fare nessuno sforzo, a «vivere a rallentatore» per recuperare quelle capacità percettive e cognitive che sembrerebbero essere andate perdute e invece è ancora possibile riattivare. In questo senso Per un prossimo reale è un’operazione intrinsecamente politica che giustamente evita di parlare, attraverso una serie di slogan che il più delle volte sono testimonianza patinata della loro impotenza, del mondo così come dovrebbe essere, ma dice il mondo così com’è, offrendo delle armi per cominciare, dall’interno di questo mondo e dentro questa nostre forme di vita, a costruire singolarmente e collettivamente un’alternativa possibile.

Allenare la vista, seguire il volo degli insetti, perdere tempo a non fare e quindi gettare lo sguardo oltre il limite troppo stretto della prestazione lavorativa, significa recuperare la capacità di respirare a lungo e profondamente. Come ha detto Franco Berardi Bifo in uno dei suoi libri più belli, pubblicato da Sossella nel 2019 poco prima che scoppiasse la pandemia: Respirare, singolarmente e tutti insieme.

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