Passeggiata nella seconda natura

Il falso è l'autentico

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Giuliano Lombardo, Io Noi (2016) - Fondazione Lac o Le Mon.

Pubblichiamo qui un’anticipazione del libro di Lucius Burckhardt «Il falso è l’autentico. Politica, paesaggio, design, architettura, pianificazione, pedagogia» ,a cura di Gaetano Licata e Martin Schmitz, in uscita per Quodlibet. Burckhardt è conosciuto come il padre fondatore della promenadologia, una teoria della percezione fondata sulla pratica del camminare, che permette di ricostruire la storia evolutiva dei vari frammenti di paesaggio, abitato, incolto, boschivo o dismesso, che incontriamo lungo il cammino. Il volume propone per la prima volta in Italia un’ampia raccolta dei suoi scritti, dalle prime riflessioni degli anni Sessanta sui temi della democrazia e della pianificazione, sul design e sull’«industria della porta accanto», fino al dibattito degli anni Novanta sul paesaggio, sulle periferie e sulla marginalità urbana. 

Oggetto costante di questo approfondimento sarà capire come, nella nostra mente, la natura diventi quell’immagine che chiamiamo paesaggio. La testa che si muove, l’occhio che incessantemente sposta il suo sguardo compongono, insieme, un’immagine apparentemente fissa. In un senso più ampio, la passeggiata compie anche un altro prodigio, ancora più grande: una serie di vedute inframmezzate da distanze si condensa infine in un’unica impressione. Camminiamo lungo una strada, attraversiamo un boschetto, una radura, scorgiamo un ruscello, la valle si restringe, infine dalla cima di un colle ci si schiude un’ampia visuale… e, una volta tornati a casa, avremo visto un paesaggio. Ora potremo dire come sono i dintorni di Kassel, o la zona a ovest di Schlettstadt, o Montecatini. E come sono? Tipici. Tipici del loro territorio. E qui si impone una digressione in merito al paesaggio dei geografi. Che non è lo stesso di chi, il paesaggio, lo visita per diletto – camminatori, turisti, ritrattisti della natura –, anche se tra i due paesaggi esistono connessioni. Una di queste è la «tipicità». […]

Ma torniamo alla passeggiata e alla sua storia. Concepita nel giardino paesaggistico inglese, la passeggiata si diffuse nelle Highlands scozzesi e in seguito nelle Prealpi, finché una nuova invenzione – la ferrovia – ne innescò la decadenza. La ferrovia ridusse la regione tipica a meta turistica. Portò i turisti in quegli alberghi in cui la foto dell’opuscolo pubblicitario e della cartolina in vendita alla reception corrispondeva esattamente alla porzione di panorama visibile dalla finestra, o almeno da quella della stanza più cara. Al mattino, scostando la tenda, si potevano ammirare la cascata di Giessbach, il Cervino, la Sainte Victoire. Queste mete rappresentavano in modo tipico regioni più vaste, e perfino nazioni nascenti. Esiste un rapporto tra l’unificazione della Germania e l’immagine dell’isola di Helgoland, tra la nuova Federazione elvetica e le finestre d’albergo di Schwyz e Brunnen. […]

L’antica passeggiata rinasce a nuova vita nella forma del giro in automobile. Il giro in automobile copre un perimetro più vasto: mentre a piedi si esplora la collina vicino a Schlettstadt, in auto si raggiungono i Vosgi, la Provenza, la Toscana. Il grado di astrazione dell’esperienza del paesaggio è quindi molto più alto. Al termine di un fine settimana lungo, il gitante motorizzato «sa com’è la Borgogna». In nessun posto la Borgogna è come egli ha in mente che sia. Egli è assolutamente convinto che gli abitanti della Borgogna abbiano completamente rovinato la loro meravigliosa regione; solo lui è riuscito a ricostruirsene un’immagine da quel po’ che di tipico è rimasto.

Negli anni Sessanta, quando tutti ormai possedevano un’auto e la usavano per spostarsi durante le vacanze, anche questo più ampio vagabondare ha iniziato a essere minacciato. Gli ingegneri del traffico hanno infatti spiegato che bisognava incanalare il traffico, altrimenti si sarebbero formati degli intasamenti; così hanno costruito le autostrade e creato quei blocchi da cui dicevano di volerci preservare. Da quando esistono le autostrade, come ai tempi della ferrovia, è tornato a riproporsi il problema delle mete turistiche. La meta, in quanto rappresenta un territorio, dev’essere tipica; ma, come abbiamo detto, tipica a un livello di astrazione più alto. Il Cervino può ben rappresentare le Alpi e Helgoland la Germania; ma solo pochissime località, tra quelle accessibili al turismo, presentano queste caratteristiche. Poiché l’immagine della regione, della Toscana, della Borgogna, esiste solo nella mente del turista e non nel mondo reale, la meta turistica deve cercare di adeguarsi a questo alto grado di astrazione. […]

Tuttavia anche il luogo in cui si soggiorna dovrebbe avere qualche tratto di questa tipicità. Naturalmente c’è l’architettura tradizionale della regione – alpina, per esempio –, ma questa ha sviluppato i suoi tratti stilistici peculiari in un’epoca in cui non esistevano né alberghi né grandi parcheggi per le auto né piscine coperte. Come fare, allora, per dare a questi grandi edifici moderni un’impronta tipica regionale? Modelli, non ce ne sono. Si tratta di imitazioni prive dell’originale. Nella nuova architettura turistica è il falso l’autentico, dato che il vero autentico non esiste. Così oggi è anche possibile che tutto sia tipico di ogni luogo: nasce lo stile del regionalismo ubiquitario.

Una volta risolto il problema dell’architettura tipica regionale, la località turistica tende anche a svincolarsi dall’obbligo dell’escursione supplementare, del «giro dei tre passi», che, anzi, le sottrae una parte degli introiti del turismo. Non sarà invece possibile concentrare in un unico luogo tutto il tipico di una regione? Per questo è necessaria una messa in scena. La soluzione è un’istituzione che unisca i piaceri della piscina coperta a quelli di un parco esperienziale in cui si offra una rassegna di tutte le tipicità regionali. E poiché qui possiamo progettare svincolati da ogni caratteristica locale, la regione è il mondo: in uno chalet alpino su una spiaggia tropicale godiamo il salutismo finlandese con filosofia giapponese. Senza muoverci dal posto, esperiamo il mondo intero nella forma di una seconda natura.

 

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