Spazi politici

La Biennale di Architettura

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"Ministry of Common Land" è una stanza di The Garden of Privatised Delights, progettata da Public Works, uno studio di design critico - Padiglione britannico, curato da Madeleine Kessler e Manijeh Verghese, La Biennale di Venezia, 2021 © Cristiano Corte © British Council.

Fa sul serio a immaginare un mondo nuovo l’architetto della Biennale di Venezia. Strana tipologia di involontario militante radicale, questo sognatore del progetto riflette sull’inclusione, non riconosce il concetto di confine, è naturalmente ecologico, celebra la resilienza non come sopravvivenza, ma come possibilità di vite altre. Ma soprattutto si chiede come si può costruire uno spazio per vivere insieme. Come si può sottrarre terreno alla logica proprietaria per imporre la parola pubblico a spiagge e cortili, a risorse e orizzonti. Non c’è solo questo, sebbene questo sia tantissimo se lo si inscrive nella mediocrità delle parole politiche, nei programmi che la sinistra confezione ad altezza di verme. C’è anche uno sguardo che sposta l’asse terrestre, detronizzando l’occidente dalla sua posizione di supremazia interpretativa.

Sarà che il curatore di questa edizione è il libanese Hashim Sarkis, allenato dalla sua terra a intendere la potenza che ci abita quando viviamo l’altro come «un crocevia di cammini». Essere ospiti e ospitare, cosa è una casa se non il luogo dove questo modo esistenziale diventa incontro di corpi, dove la bellezza si fa educazione sentimentale, dove il mondo smette di essere un luogo volgare e comincia ad assomigliarci. E invece. Vai a vedere cosa c’è dietro gli sguardi dei leghisti, dietro gli accordi che firmò Minniti per impedire le partenze dalla Libia, dietro l’idea (confezionata da altri democratici di sinistra, l’autorevolissimo Giorgio Napolitano) dei centri di detenzione permanente, luoghi di prigione in assenza di reato. Vai a vedere e ci trovi la tristezza dei recinti, l’appassire dei desideri per mancanza di nutrimento comunitario, la casa come barricata perché il carceriere, culturalmente, non è mai più libero dell’incarcerato.

E così questo direttore che ha dedicato la sua vita a una architettura cosmopolita che ragiona soprattutto sull’edilizia sociale, ha messo su una Biennale dove i padiglioni parlano tutti la lingua dell’inclusione degli ultimi, dell’abitare insieme, del volere, fortissimamente sì, un futuro migliore di quello che circola in questo tempo. L’acqua che unisce nel suggestivo padiglione danese, tutti i progetti che hanno dato respiro e bellezza ai casermoni delle periferie che scorrono come fossero miracoli nel padiglione francese. In quello della Gran Bretagna sventola la bandiera Ministry of Common Land, porta-scrigno su un universo di beni senza nome, spazi dove si leggono parole che finalmente non sembrano più il delirio settario dei radicali del sogno: «È possibile usare le assemblee dei cittadini per sviluppare nuove strategie riguardo al possesso e all’utilizzo degli spazi?», «possiamo ripensare la natura e la funzione dello spazio pubblico che è stato privatizzato?».

“Ministry of Common Land” è una stanza di The Garden of Privatised Delights, progettata da Public Works, uno studio di design critico – Padiglione britannico, curato da Madeleine Kessler e Manijeh Verghese, La Biennale di Venezia, 2021 © Cristiano Corte © British Council.

La politica delle istituzioni ha sempre tentato di smontare la dolcezza intuitiva di queste questioni, ghettizzandole nello spazio angusto degli adolescenti di professione. Ci hanno sempre sgomberati in nome di un principio di realtà che è solo un modo preciso di rispondere alle priorità neoliberiste.

In questa Biennale, dove ci si imbatte nelle frasi di Angela Davis o di David Harvey che fanno da esergo ai progetti presentati, quell’alternativa che, ostinatamente, portano avanti gli occupanti dei teatri morti, dei cinema destinati a diventare casinò, delle strutture storiche vendute ai centri commerciali, circola e si incarna. Non riguarda solo noi, i soliti noti, ma gli insospettabili signori di mezza età, i giovani professionisti, chi insegna urbanistica, i turisti che passano da Venezia, i bambini delle scuole. Gente che si ferma a guardare l’onirica bellezza dei progetti di cohousing dove, finalmente, il nucleo asfissiante della famiglia si apre alla comunità e smette di essere misura della società. Che non trova scandalosa la parola «comune» per parlare dello spazio da inventare. Che vive come assioma la necessità ecologica, il riciclo dei materiali, la botanica come maestra di modi di vivere inclusivi e collaboranti. Sarkis ci regala il palcoscenico affollato di nuovo desiderare. Forse anche per noi è ora di uscire dai recinti.

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