Una teoria politica senza rivoluzione?

Su «Democrazia Sorgiva» di Adriana Cavarero

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MP5, The Lightroom, 2016

Democrazia sorgiva di Adriana Cavarero è stato pubblicato in Italia da Raffaello Cortina a ottobre 2019 – che sembra un secolo fa se pensiamo a cosa è successo in questo ultimo anno. Prossimamente, la traduzione inglese uscirà per Stanford University Press, con una nuova introduzione, scritta dall’autrice, che fa il punto dell’anno passato tra «sardine», distanziamento sociale e Black Lives Matter. Crediamo che la lettura del libro, proprio per il suo carattere intempestivo per il momento che stiamo vivendo, sia ancor più urgente adesso. Ne spieghiamo qui alcune delle ragioni.
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Per non consegnare ogni tentativo emancipatorio al regno della ripetizione e della sua rappresentazione, non è forse senza interesse domandarci, a dieci anni dalle primavere arabe e nel momento in cui una nuova congiuntura (soprattutto negli Stati Uniti) sembra riportare importanti movimenti di protesta nel cuore delle metropoli mondiali, cosa resta di tutti questi assembramenti politici. Di certo non saranno i risultati politici sperati, né le trasformazioni politiche ottenute dalla piazza, a offrire una valida controprova storica alla più scandalosa delle questioni politiche già da secoli posta: che senso ha insorgere? La sequela di guerre civili fratricide innescate, le violenze poliziesche perpetrate e subite, l’attacco delle forze reazionarie per l’occasione riunite, stanno lì a ricordarci una volta di più che, se è la storia a dichiarare giusto ogni atto di insubordinazione, forse la domanda posta cinquant’anni fa da Horkheimer – «ma è davvero così desiderabile questa rivoluzione?» – più che essere interrogativa, può pertenere all’ambito della retorica. Ogni nuovo coraggioso impeto, ogni nuovo sforzo generativo, si accompagna difatti a quella sinistra ombra di cui Louis Auguste Blanqui è stato mirabile interprete: quella paura di recitare imperturbabilmente all’infinito le stesse rappresentazioni, di scalpitare senza fine sul posto, di credere d’avanzare ripetendo semplicemente in tondo il proprio movimento. In tondo e di nuovo in ordine è infatti, etimologicamente, il proprio della parola ‘rivoluzione’.

Interagire plurale su uno spazio pubblico condiviso

Forse è anche dalla dismissione della parola rivoluzione, che tanta parte ha avuto nel lessico politico della modernità, che possiamo far iniziare una riflessione sull’ultimo libro di Adriana Cavarero, Democrazia Sorgiva. Note sul pensiero politico di Hannah Arendt, pubblicato in Italia a Ottobre 2019, prima che le «sardine» riempissero le piazze, di prossima uscita per Stanford University Press, con una nuova introduzione che si richiama chiaramente alle recenti sollevazioni di Black Lives Matter a seguito dell’uccisione di George Floyd. L’autrice così sintetizza la nozione in un passo centrale del testo: «la democrazia sorgiva evita di sostanziarsi innanzitutto nel suo essere contro, ovvero si propone essenzialmente come affermativa invece che negativa. Ovvero attinge da un immaginario politico alternativo non solo rispetto al modello del governo ma anche rispetto all’immaginario politico che intende la democrazia come movimento e campo di lotta, teatro di una negatività vitale, sovversiva e contrastiva». Per l’autrice, democrazia sorgiva è alternativa radicale tanto alla democrazia insorgente quanto alla democrazia rappresentativa poiché rifiuta l’essenza della politica come lotta per il governo o come lotta per il potere: distribuzione violenta delle prebende tra chi comanda e chi è comandato, tra chi governa e chi è governato. Piuttosto Cavarero, appoggiandosi ad Hannah Arendt, spiega che la democrazia sorgiva pertiene al campo della fenomenologia delle esperienze politiche e fornisce la base concettuale per misurare le varie forme di azione politica alle quali applichiamo il nome di democrazia. Più che la violenza e il conflitto, la democrazia sorgiva infatti non è nient’altro che l’esperienza – al contempo nuova e antica – che facciamo della politica «come interagire plurale su uno spazio pubblico condiviso». E basterebbe questa frase per squadernare l’intero libro e l’operazione filosofica sottesa.

Interagire significa che la politica non è dell’ordine dell’essere ma della relazione, evenemenziale e sempre contingente, tra una serie di attori, plurali e distinti, che danno vita ad uno spazio fisico di incontro. Plurale è carattere coestensivo dell’agire: non vi può essere infatti relazione e azione politica véritable né nel riflesso dell’identico né nell’uniformazione di una massa che, senza la verticalizzazione di un leader, manca di voce. La politica comincia solo quando si ripete il gesto che dà origine al mondo: quella nascita che ci consegna al mondo nel segno dell’unicità. Si può dare così azione politica solo a partire da un’ontologia plurale che esalta gli esseri umani come unici e diversi, tutti detentori di dignità e capacità di discorso.

Tale pluralità ontologica trova la sua più completa manifestazione e realizzazione nello spazio pubblico, che altro non è che il luogo fisico che permette l’apparizione e la visibilità della differenza di sé e dell’altro. Se, etimologicamente, idiota è chi riesce a fare solo esperienze private, felice sarà al contrario chi, non privandosi dell’incontro con l’altro, utilizza la relazione per generarsi e realizzarsi a partire dal contatto e dalla visibilità con gli altri. Solo in questo spazio pubblico condiviso è possibile sentire la membrana comune di cui siamo eredi e al tempo stesso mostrare, mediante il gesto e la parola, la propria unicità; realizzando in questa maniera quel desiderio di distinzione (Arendt lo chiama «urge to self-display», «pulsione a mostrarsi») che è costitutivo dell’umano e, come tale, predispone al godere della compagnia degli altri e di sé. In questa maniera l’azione politica, che nasce nello spazio medio fra gli esseri umani, ci fa assaggiare un tipo di felicità diversa da quella individuale e privata che esperiamo dietro i nostri schermi: una felicità pubblica.

Agire di concerto per la felicità pubblica

Allora, tornando alla domanda di prima, cosa resta delle proteste di questi anni e da dove viene la ragione della loro sconfitta? Cosa c’è veramente in gioco in ogni assembramento di piazza? Sì, certo, la volontà di cambiare il presente… Tuttavia Cavarero, analizzando l’esperienza politica, consiglia di adottare tutt’altra prospettiva per evitare di limitarsi a reimporre e restituire le violenze ricevute, per non confinarsi nell’angolo stretto dell’avanguardia o in quello sempre risorgente dell’antagonismo, per allargare la nostra sensibilità dell’umano: riattingere all’essenza propria della politica, ovvero a quell’agire di concerto che ogni volta riattualizza la felicità che nasce non quando si insorge a un vecchio ordinamento ma quando si fa sorgere un nuovo concatenamento – quando si dà nuova vita a qualcosa (l’etimo di surgere richiama infatti lo sgorgare e il nascere piuttosto che il «verticalistico e bellicoso» ergersi contro). Solo in questo spazio di apparizione e visibilità che si crea fra gli umani – lo spazio politico – sembra baluginare per un istante un regno lontano dalla necessità e dal bisogno, in cui è possibile oltrepassare la propria finitezza senza dimenticarla: combinando ancora una volta, e in un’altra maniera, i nostri corpi fra loro, trovando una soluzione al problema del presente. In questo spazio, che rifiuta la violenza che mutila o annienta la pluralità, è possibile oltrepassare la conflittualità che spesso accompagna la scena della pluralità con un agonismo (e non un antagonismo!) che esalta la passione di eccellere e distinguersi necessaria ad una continua affermazione ed estensione della pluralità.

Due dubbi intorno alla democrazia sorgiva

Credo tuttavia che sia qui utile muovere due dubbi a questa accorata difesa di un altro tipo di democrazia. Il primo è collegato alla rarità dei momenti sorgivi. La politica, ci dice Cavarero, è «uno spazio relazionale che viene in essere con l’evento di un’interazione plurale e, insieme ad esso, scompare». Intermittente e contingente, la politica, ci dice l’Autrice, nasce ogni qual volta si dà quest’interagire, ma la sua esistenza dura fintanto che si mantiene aperto quest’agire di concerto. Come non preesiste ai suoi attori, la felicità pubblica così non può sopravvivere nemmeno alla fine del loro interagire, finendo per inabissare il tesoro della sua scoperta in attesa di un nuovo cominciamento da parte di qualcun altro. Nessun testamento potrà dunque tramandare questa felicità e l’eredità potrà essere conservata solo da nuovi attori che ne ripetano il gesto originario e ne riscoprano in tal modo il tesoro inabissato. Questa rivendicata assenza di testamento implica però, dunque, che la politica manchi di contenuto proprio: non conosce infatti né prescrizioni, né una scala di fini da realizzare o da tramandare alla generazione successiva. La grandezza e il significato specifico della politica si percepisce al contrario non nella motivazione e nella realizzazione prefissata ma soltanto nell’esecuzione, nella performance: è un tipo di felicità realizzata in pura attualità. L’unica regola della democrazia sorgiva resta perciò quella di esprimere e valorizzare attivamente la condizione umana della pluralità.

Il dubbio tuttavia persiste: come salvare quella stessa pluralità dal dispositivo economico contemporaneo che spinge l’umano a distinguersi, a valorizzare – come dicono gli spigliati comunicatori di tutto il mondo – il proprio capitale umano? Quale differenza può far valere la politica? D’altronde, è importante ricordare che il rivendicato agonismo della politica proviene da quell’agon (agorà ne conserva persino la radice) che, come chiarisce Jean Pierre Vernant, è competizione organizzata e vale tanto per il gioco che per l’economico, che è il gioco instaurato dallo scambio e dal commercio. Come la politica per Cavarero, anche l’economico storicamente prevede la sospensione dell’inimicizia politica, razziale, religiosa, accogliendo così lo straniero, il diverso, in quanto partner commerciale. Come evitare che il dispositivo economico attuale non sussuma la ricchezza sociale prodotta dall’interagire, non solo attraverso l’autocelebrazione in rete e la vetrinizzazione del sé, ma attraverso il nuovo lavoro cooperativo, le startup, il capitalismo circolare? Per dirla in un’altra maniera: come fare in modo che l’interagire plurale in uno spazio pubblico non si risolva nell’esercizio di public speaking di qualche manager californiano?

Il secondo dubbio inerisce il conflitto. Se Cavarero da una parte spiega che la riscoperta della libertà pubblica «sia preceduta o addirittura causata da una serie di istanze e motivazioni la cui forza propulsiva si manifesta sovente con la violenza», dall’altro aggiunge, sulla scorta di Arendt, che solo le rivoluzioni più fortunate riescono a «lasciare alle spalle il travaglio del processo della liberazione ed esperire finalmente la libertà». Ciò spinge a credere, dice l’Autrice, che si tratti non solo di due tipi di momenti separati (il momento della liberazione e il momento della libertà) ma di due tipi di affetti ed emozioni totalmente diversi a dover essere mobilitati. Tuttavia, se filosoficamente il discorso appare chiaro, a sfuggire sono le famose ricadute politiche concrete. Se, infatti, fin dal titolo, il libro è costruito polemicamente contro il concetto di democrazia insorgente (i cui alfieri sono Claude Lefort, Miguel Abensour, Jacques Rancière) che si posiziona sul confine liminare – quand’anche non in aperto conflitto o esodo – del perimetro della democrazia rappresentativa, non è facile individuare con precisione il posizionamento della democrazia sorgiva rispetto alla struttura della democrazia rappresentativa.

Siamo, infatti, di fronte ad un momento, che per il pluralismo e l’agire di concerto che esprime, si limita a riattivare le forme imputridite della post-democrazia che viviamo, a fungere da mobilitazione di supporto per le elezioni delle forze progressiste altrimenti incancrenite, a ricostituire gli spazi democratici statali ridotti a soliloqui digitali? O, al contrario, la sua ambizione è alternativa ai meccanismi di rappresentanza e più che chiedere ai politici di «svolgere seriamente il proprio lavoro», inventa nuove forme di cooperazione, azione, politica, finanche di sensibilità oltre/post-umane? Ci troviamo, insomma, di fronte a una forza che olia gli ingranaggi saturi della democrazia rappresentativa e ne previene le storture – all’interno quindi dello schema rappresentativo – o, diversamente, in un buco nero che da quello schema rappresentativo preme per una nuova invenzione democratica?

Forse, azzardiamo, la democrazia sorgiva è il trascendentale di ogni agire democratico, inteso quest’ultimo non come forma di governo ma come fondamentale esperienza comune della pluralità che si organizza progressivamente – e faticosamente – in forme istituzionali egualitarie; e tuttavia, resta da pensare quale rapporto tale esperienza comune abbia intrattenuto e intrattenga con la violenza, che di tale relazionalità costituiva resta il lato umbratile.

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