Vite in espansione

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Frame da «Euphoria» di Sam Levinson.

Ad una settimana dal lancio del secondo episodio speciale, dopo quello dedicato alla protagonista Rue, ripassa sullo schermo del nostro tempo, come una canzone che si ha voglia di ascoltare ancora. Euphoria è una serie che sfugge alle regole classiche delle serie tv, nessun codice di genere, uno smarrimento che è vertigine di visione e domanda, al contempo. Non cerca soluzioni facili in strutture drammaturgiche chiuse, ma racconta la vita corale di un gruppo di adolescenti entrando nell’intimità di ogni personaggio e costruendo un viaggio nel loro passaggio esistenziale alla maturità.

Storie private che si confondono con la vita comune, vite solitarie che affrontano per la prima volta problemi che non si possono scansare. Il futuro viene sempre da chi è prima di noi, perché a loro appartiene la capacita di sperimentare, sono loro quelli capaci di non dare per scontato la fissità delle istituzioni, non sono ancora arresi alla possibilità di far nascere l’impossibile. Lo si vede dai loro vestiti, spregiudicatamente liberi, modaioli nella maniera più intelligente, quella che distrugge ogni tendenza per ridiventare gioco di identità mobile.

Il tema fondamentale è la curiosità che diventa protagonista nelle vite dei personaggi. La curiosità per il sesso si trasforma nella chiave per scoprire il proprio corpo, le proprie pulsioni, non c’è moralismo nel rapporto con il sesso, impossibile sbagliare a 15 anni nonostante il dolore che tante scelte comportano. O la difficoltà di riadattarsi in un genere che non è quello assegnato alla nascita. «Prima volevo scopare con tanti uomini per conquistare la femminilità, poi per superarla», dice Jules, efebica ragazza con un passato di bambino. La legge morale non detta la ottusa onnipresenza sul tema, non si appropria di una landa che è sperimentazione continua per identità che non si conoscono ancora. E il mondo degli adulti, in questa serie, denuncia tutta l’incompetenza del suo sguardo sulle adolescenze. Falliscono i tentativi di spiegarle, di ingabbiarle, sono volatili e senza norma.

Non si mente sulla curiosità per le droghe, che nasce spesso come forma di vitalità estrema, scelta di partecipazione a una grande festa, a un irresistibile lunapark. Me che compie il suo cammino di ferocia nella storia della protagonista Rue, dolcissima e problematica adolescente che finisce in overdose, vede il dolore che provoca al suo corpo e ai suoi affetti lo sballo, vede che la sua vita si inceppa ma non crede all’eden della lucidità e conosce la fatica della depressione. «Era così tanto tempo che non mi sballavo che quello stato mi sembrava quasi una nuova droga, gli alti sono alti, ma i bassi sono davvero bassi». Quello che trova nella disintossicazione è la possibilità di vedere l’altro, di sentire l’altro, di uscire da quel cono di solitudine in cui una dipendenza ti va a chiudere. Nella disintossicazione può nascere l’amore per la sua amica, mai scioccamente romantico e l’amicizia di cui vanno in scena tutti gli spigoli contro i quali sbattiamo quando vogliamo bene, mentre suona la sua toccante verità Smalltown boy dei Bronski Beat.

L’estetica del film asseconda la necessità di sentirsi vivi dei protagonisti. La fotografia sembra esplorare la potenza dei colori, ogni luce sembra avere un significato e le profondità di campo diventano le strade da percorrere dei vari personaggi. Una fotografia visionaria a servizio di una regia vorticosa al limite del virtuosismo che sembra far esplodere la vita stessa. I fotogrammi sono sempre pieni di corpi, parole, suoni e colori come se le inquadrature e i movimenti di macchina non bastassero per raccontare la complessità delle vite e delle relazioni. Non si capisce in quale parte dell’America Euphoria sia ambientata, semplicemente perché non è importante, e le location sono luoghi metafisici, spazi da vivere e dove ricercare la propria identità.

Incredibile la bravura di questi giovani attori lasciati liberi di esprimersi come si trattasse delle loro stesse vite. I genitori e le famiglie per una volta sono messe in secondo piano, non diventano cause di problemi banali e sembrano spettatori inermi delle esperienze dei loro figli. Il filo che lega le varie puntate è molto sottile, come le relazioni tra i personaggi e questo rende le puntate libere e tutte necessarie come se ognuna avesse un proprio mondo da raccontare. Euphoria è un viaggio intimo ed espanso all’interno della vita stessa, un viaggio sempre pronto ad esplodere in una scoperta continua di energia come un vulcano che bolle e rende infuocata la terra dove camminare.

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