Eravamo stati così belli

Il '68 come futuro prossimo

Atelier Populaire Maggio 68, Parigi
Atelier Populaire, Parigi Maggio 1968 .

Il principale tratto del suo carattere?
La nostalgia del futuro
Luigi Nono, La nostalgia del futuro (2007) 

Colpisce, nella risposta data dal musicista Luigi Nono al questionario di Proust che chiude la raccolta di saggi dall’omonimo titolo, la caratteristica principale delle temporalità non cronologiche: la nostalgia (del futuro) non è un rimpianto del passato, una creazione di stati emergenziali di fronte a ciò che è irrimediabilmente perduto bensì vivificazione della memoria la quale è proiettata in uno sforzo di rielaborazione percettiva e intellettiva delle cose e delle persone, del presente e del futuro. Si può dire insomma che la nostalgia del futuro non aspira mai a una completezza piena, vive piuttosto in posizioni instabili di ricerca, lontane da quella ottusa interezza di cui parlava anche Italo Calvino (Postfazione (nota 1960), in I. Calvino, Romanzi e racconti, 1991).

In questa temporalità vive il ’68, anno a venire di rivoluzioni e contestazioni, di cambiamenti irreversibili intorno alla vita. Un anno in cui la politicizzazione delle singolarità si è costruita intorno al desiderio di una comunità possibile e nelle contaminazioni di esperienze assembleari e collettive di tutti coloro che non avevano una comunità originaria da cui partire (Virno). Il desiderio è sempre un desiderio di corpi e di incontri. Il paradigma spinoziano consiste proprio nella metamorfosi delle passioni in affetti, senza però ridurre il peso di questi spegnendone l’energia, ma contenendo la tristezza, polo negativo dell’antropologia spinoziana che altrimenti deprime la tensione verso il meglio e la vita. Gli affetti non vengono intellettualizzati, sublimati, ma semplicemente privati della loro opacità. Tramutare le passioni in affetti significa quindi per Spinoza dire sì alla vita. «Spinoza dice che il male – non è difficile – il male è un cattivo incontro. Incontrare un corpo che si miscela male col vostro. Miscelarsi male, vuol dire miscelarsi in condizioni tali che uno dei vostri rapporti subordinati o che il vostro rapporto costituente è o minacciato, o compromesso, oppure addirittura distrutto» (Deleuze, Spinoza. Corso a Vincennes, 1978)

Nel confronto con il 68 si muove- nell’ambito del festival artistico- musicale Dromos – dal 30 luglio al 15 agosto – la mostra 68/Revolution, Memorie, Nostalgie, Oblii, a cura di Ivo Serafino Fenu e di Chiara Schirru. Un’iniziativa che ricorda che – dice Fenu- «se l’eredità del ’68 è misurabile e palpabile in una dimensione che afferisce alla biopolitica – nei figli nati dal diritto all’aborto, finalmente voluti e non subiti da madri sole, genitori gay, famiglie ricomposte, multietniche, rifugiate, nell’infanzia che, crescendo, rovinerà la rovina presente e darà torto al nostro pessimismo (Claire Fontaine) – più controverso è misurarne la portata in ambito artistico». Non è casuale quindi l’intento di affidare tale tentativo a un gruppo eterogeneo di artisti attivi nel panorama sardo, internazionale e nazionale che per ragioni anagrafiche non hanno vissuto quel periodo ma che ne ripercorrono le caratteristiche artistiche essenziali: la fine di un’arte istituzionale e istituzionalizzante, l’apertura a spazi altri rispetto ai gangli delle ripartizioni disciplinari, l’emergere di contaminazioni e commistioni, l’innesto tra arte e performance.

Luciano Fabro, L’Italia rovesciata (1968) – Foto Archivio Luciano e Carla Fabro Milano.

«C’è un’opera del 1968 di Luciano Fabro, L’Italia rovesciata,che evoca l’Italia di quel fragile periodo storico, luminoso di cultura ma pervaso da pulsioni rivoluzionarie in cui emerse, con urgenza improcrastinabile e in linea con l’evolversi degli eventi storici mondiali, la necessità di un cambiamento radicale del vivere quotidiano. Un vento sovversivo capace di minare il sistema istituzionale in ogni sua parte che trasformò il Paese, tra sogni e false ideologie, in un campo di battaglia: insomma, un’Italia rovesciata», ricorda Chiara Schirru citando Fabbro, gigante dei materiali nuovi dell’Arte Povera. Il 1968 è il vento primaverile di maggio – non era che un inizio come nelle strade parigine – che spazza e spezza i luoghi dell’arte aprendo nuovi scenari possibili. Venezia ’68 vede vincitore un film Artisti sotto una tenda del circo: perplessi di Alexander Kluge, esponente del Nuovo Cinema Tedesco, capolavoro più criticato che visto. La storia della trapezista Leni che, alla morte del padre, vorrebbe rivoluzionare il circo di cui diventa proprietaria ma che finisce per lavorare in televisione. Stesso respiro militante e stesso capovolgimento linguistico- espressivo del Godard di One plus One, pezzi frammentati del maggio francese (le riprese di Simpathy for the Devil dei Rolling Stones con un Brian Jones in dissoluzione, il nuovo nazismo culturale, Anne Wiakemsky falciata da una raffica di mitra).

Un circo, il cinema, la storia tedesca esigono un cambiamento radicale e nessun fallimento in fondo è tradimento delle aspettative. Fanno da contraltare le immagini di trasgressione radicale di Nostra Signora dei Turchi di Carmelo Bene – il cinema stesso è cancellato – e la rivoluzione che muove astrattamente i corpi e i desideri in Teorema di Pasolini. Di nuovo quindi la nostalgia, quella del futuro, nessun passatismo e nessuna celebrazione stanca. Tra le opere una riproduzione fotografica di Pierluigi Colombini Mad in Italy racconta gli abusi del Potere in tutti gli aspetti della vita.

Pierluigi Colombini, Mad in Italy (2018).

«Se l’ impossibile diventa possibile!» (Basaglia) si abbattono i muri alti della separazione. Coeva alla mostra, in collaborazione con Dromos, il centro per l’Autonomia della ASSL di Oristano propone il 30 luglio (R)evolution, ovvero matti da (s)legare, una piéce con protagonisti una famiglia, una zia matta e un matrimonio. Era il 1968, la rivoluzione: Sergio Zavoli e le sue telecamere entravano in manicomio a Gorizia. In questa cellula nuova lavora Franco Basaglia, lo psichiatra che in quell’anno pubblica L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico. Si infrangono gli spazi chiusi della contenzione, il manicomio diventa spazio di confronto attivo e il malato mentale è il soggetto di cui prendersi cura non più oggetto astoricizzato e oppresso. Il malato, non la malattia. «Fino alla seconda metà del XV secolo, o ancora un po’ oltre, il tema della morte regna da solo. La fine dell’uomo, la fine dei tempi prendono l’aspetto delle pesti e delle guerre. Questa conclusione e quest’ordine ai quali nessuno sfugge dominano l’esistenza umana. […] Ed ecco che , negli ultimi anni del secolo, questa grande inquietudine gira su se stessa; la derisione della follia prende il posto della morte e della sua serietà. Dalla scoperta di questa necessità che fatalmente riduceva l’uomo a niente, si è passati alla contemplazione sprezzante di questo nulla che è l’esistenza stessa». (Foucault, Storia della follia nell’età classica 1976)

Gorizia diventa comunità terapeutica, agita da tutti, pazienti, medici, personale, nella quale far affiorare la condizione del malato, che perde sé stesso due volte, come malato e all’interno dell’universo concentrazionario, nel suo articolato rapporto con il manicomio e la sua organizzazione, a partire dall’uomo psichiatra, cui viene affidato dalla società. Basaglia, o della tensione continua dell’istituzione chiusa a replicarsi in modi e tempi diversi, in una torsione, anch’essa permanente, che la pone in conflitto con i valori fondamentali, anche per la nostra Costituzione, della libertà individuale, che impongono un deciso ripensamento delle strutture manicomiali e della violenza ripetuta sui malati. «La malattia (…) si verifica in un contesto sociale ma non è solo un prodotto sociale, è una interazione tra tutti i livelli di cui siamo composti, biologico, sociale, psicologico, e di questa interazione fanno parte una enorme quantità di variabili (…) Il problema sta nella relazione fra il nostro corpo organico e il corpo sociale nel quale viviamo (…) finché si resta all’interno del sistema, la nostra situazione non può che essere contraddittoria: l’istituzione è contemporaneamente negata e gestita, la malattia è messa tra parentesi e curata, l’atto terapeutico rifiutato e agito» (Basaglia, L’istituzione negata, 1968). È la voce che si fa immagine del 1968: la voce dei corpi negati, vessati, umiliati da Gorizia verso Trieste. A San Giovanni, nel 1974, è la giacca patchwork di Ornette Coleman che duetta con una formidabile suonatrice di armonica.

«Bruciare le navi… distruggere le vele, il timone, le gomene, tutto, perché questa nave non può esser affondata se non la si distrugge pezzo per pezzo», le stesse pratiche della contraddizione fino ad arrivare alla legge 180, in un’altra domanda di anniversario, 40 anni fa. Non era che un inizio in fondo, una dimensione di progetto aperto, un’incompletezza ancora da completare.

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