Il cono di luce

Forza lavoro tra visibile e invisibile

Attila Csernik Symbols 2
Attila Csernik, Symbols 2 (1977).

Le redazioni dei programmi televisivi mi chiedono talvolta di trovare un caso umano. Un autore legge su un quotidiano una notizia sui nuovi «schiavi», espressione idiomatica intesa come sinonimo di povertà estrema, mancanza di diritti, lavoro povero. (…) Rifiuto di fare i nomi, non conosco schiavi, né casi umani, rispondo. Come me, lo fanno gli interessati. Sentirsi definire schiavi, soggetti privi di libertà, cose senza volontà, è un’offesa.

Sono le primissime righe di apertura del volume, che mostrano, ancor prima di mettere a tema, la questione. Forza-lavoro è una proposta per nominare lo stato delle cose, è una posizione di esperienza, non fa capo a cose bensì a esseri umani in carne e ossa, dotati dunque di forza o – per dirla con Spinoza, compagno di pensiero di Roberto Ciccarelli – di conatus. L’offesa è il moto di ripulsa che la «personalità vivente di uomini e donne» (pp. 21 e 96-100) prova verso l’atto discorsivo altrui che, mimando l’interessamento, di fatto conferma o raddoppia, a mezzo linguaggio, la sua condizione di impotenza. È questo un primo punto di intersezione tra la proposta di Forza lavoro e alcuni punti cardinali dell’elaborazione teorica femminista: essere accolte e comprese in quanto vittime non fa che confermare lo stato di cose e i rapporti di forza esistenti, di più, nega che chi subisce dominio e sfruttamento possa entrare in gioco come soggetto.

Si tratta anche di righe programmatiche perché, pur muovendo dall’indignazione, il testo non si soddisfa di un approccio critico, che farebbe coincidere l’analisi dei processi di sfruttamento con la presa di distanza da questi – una postura, malgrado le buone intenzioni di chi la pratica, affetta da idealismo – e nemmeno si acquieta nell’obiettivo della denuncia. Piuttosto, la denuncia si fa corposa inchiesta sulle numerose e diverse situazioni lavorative che chiamano in causa «la facoltà delle facoltà» umane – l’Amazon Mechanical Turk, l’introduzione di compiti regolati da algoritmi, i programmi di automazione dei mezzi di trasporto… – e, soprattutto, sulle forme di mobilitazione, che mostrano a loro volta come la questione non riguardi una forza messa al lavoro, immediatamente e senza resti, bensì come questa forza sia al contempo catturata e capace di altro.

C’è un altro punto di intersezione con l’elaborazione femminista che, oltre a essere significativa di per sé – sono ancora troppo rare le analisi capaci di interloquire con la potenza concettuale dispiegata da autrici e anche dalle recenti scritture collettive come il Piano di Non Una di Meno – indica un’ulteriore prospettiva, un terreno di ricerca e militanza, che voglio qui mettere in evidenza e tratteggiare brevemente, quella della creazione, estrazione e riappropriazione del valore.

In linea con lo spirito materialista del testo, la forza lavoro non viene definita alla stregua di un costrutto ideale, ma emerge piuttosto attraverso una serie di distinzioni dinamiche e conflittuali rispetto ai processi produttivi e discorsivi del contemporaneo. La forza lavoro non consiste nel tema del «Lavoro», che campeggia contro ogni evidenza nelle retoriche delle politiche pubbliche; non trova la propria sede nei «posti di lavoro», che di tali retoriche dovrebbero costituire l’esito e la promessa; e tantomeno coincide con il «capitale umano», che è sì capacità soggettiva e singolare ma, in quanto capitale, già definita dalla sua organizzazione e finalità produttiva.

La forza lavoro si articola allora come quell’insieme di attività e disposizioni – intellettuali, pratiche, linguistiche, corporee, psichiche e cooperative – che rendono viva la vita (p. 21); è un processo dinamico, è un rapporto sociale (p. 81), messo e rimesso in movimento dalle capacità trasformative umane così come si realizzano, nell’organizzazione e riorganizzazione sociale e produttiva, nel quotidiano e nelle lotte; condizione e dinamica della vita stessa – e non bene prefissato in capo a chi lavora – che «va protetta e liberata, reinventata, curata e inclusa» (p. 21). Così delineato, forza lavoro diventa il nome attraverso cui interagiscono diverse genealogie teorico-critiche – tra le altre, quella del lavoro vivo, del lavoro cognitivo e immateriale e quelle femministe della riproduzione e della politica del simbolico.

Perché in effetti il campo di contesa, di liberazione e riappropriazione del valore che la vita singolare produce nei mille click, task, job fino ai più complessi gesti di cura e sollecitudine, si costituisce anche attraverso la mitopoiesi, la costruzione cioè di rappresentazioni discorsive dei processi produttivi – sono notevoli le pagine che ricostruiscono l’automazione come mito (p. 31 e ss.) – che ne stabilisce il regime di visibilità (p. 77 e p. 83). Quel che è visibile, cioè nominato, assume valore, e viceversa ciò che rimane nell’ombra diventa materia di sfruttamento intensificato. Nominare è parte integrante della produzione, si fa attraverso le codifiche disciplinari, come ben sappiamo con Foucault, ma anche rendendo visibili, a mezzo tecnica, elementi viventi che in precedenza rimanevano in uso al soggetto vivente stesso – ovociti, tessuti, cellule (p. 111), come anche sorridere o distinguere un cartello stradale da un’insegna. Diventare invisibili ovvero essere collocati dalla parte della natura, quella risorsa inerte, femminile, passiva e a disposizione, che aspetta solo di essere colta come «un frutto che si trova sugli alberi» (p. 61) e che solo nell’atto di estrazione acquisisce valore.

Se è il padrone, il datore di lavoro che stabilisce il significato del lavoro, stabilisce cosa è o non è lavoro, cosa dunque rientri o meno nella misura salariale, è lì che si esercita anche la riappropriazione, come dichiara la National Domestic Workers Alliance: dare un nome a ciò che si fa, rendere visibili le necessità proprie e altrui che vengono prodotte e riprodotte. Nel punto di massima tangenza tra le analisi femministe della riproduzione e la restituzione della forza lavoro a se stessa, emerge come il diventare merce del vivente, umano e non umano, avviene per un’ulteriore distribuzione del visibile e dell’invisibile, quella che sposta il cono di luce sull’individuo isolato, sull’imprenditore di sé che diventa risorsa, natura, a se stesso e lascia nel cono d’ombra la continua tessitura relazionale – ovvero «intellettuale, pratica, linguistica, corporea, psichica e cooperativa» – che lo rendono possibile.

Sfruttamento e dominio, estrazione di valore economico e costruzione simbolica delle sue misure, si congiungono oggi, aprendo un campo di analisi e di mobilitazione che individua e sposta a proprio favore i movimenti della linea della valorizzazione, quella che di volta in volta istituisce cosa è lavoro semplice o qualificato, cosa e quanto è salariabile o, di converso, quali siano le condizioni di una vita degna.

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