Il lavoro e le macchine

Raniero Panzieri: Politica, etica e teoria come coordinate dell’azione

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Andy Warhol, Hammer and Sickle (1977).

Nel 2021 ricorrerà il centenario della nascita di Raniero Panzieri, padre nobile dell’operaismo italiano e fondatore dei Quaderni Rossi. Per l’occasione ombre corte pubblica Il lavoro e le macchine. Critica dell’uso capitalistico delle macchine, una raccolta di scritti di Panzieri a cura di Andrea Cengia. Pubblichiamo qui un estratto dall’introduzione. Ringraziamo l’editore e l’autore per la collaborazione e ricordiamo che il libro si può acquistare e ordinare direttamente sul sito di ombre corte, in libreria e negli store online. Sosteniamo sempre l’editoria indipendente, in modo particolare ora. Rimettere in circolazione classici del pensiero critico e militante è un progetto culturale e politico indispensabile per ricominciare a respirare. 

A quasi cento anni dalla sua nascita, vengono qui proposti alcuni articoli e saggi di Raniero Panzieri che, lungi dal rappresentare esaustivamente la sua intera produzione, hanno lo scopo di riaprire un dialogo con il suo patrimonio di esperienza politica, teorica e culturale. Senza entrare nel dettaglio della sua straordinaria, quanto difficile biografia, occorre ricordare brevemente che Raniero Panzieri, nato nel 1921, è stato all’origine un dirigente del Partito socialista italiano (Psi) appartenente alla corrente di Rodolfo Morandi con il quale ha sviluppato una forte intesa politica e culturale.

Durante l’esperienza di partito egli ha avuto modo di toccare da vicino la condizione dei braccianti nel sud Italia per poi giungere, negli anni Sessanta, a conoscere i destini delle industrie del nord, spesso popolate da molti braccianti di quel sud che Panzieri aveva ben conosciuto. Nel 2021 ricorrerà il centenario della nascita e questa raccolta di saggi guarda a quell’anniversario non certo con un atteggiamento “memorialistico” o “monumentale”. Al contrario, si ritiene che ridare voce a Panzieri, a cent’anni dalla nascita, sia un’operazione politicamente e teoricamente significativa in quanto capace di offrire alcune chiavi interpretative anche per il XXI secolo. Questa introduzione cercherà di articolare un percorso a partire dalle seguenti questioni: l’individuazione di alcune coordinate teoriche del percorso panzieriano, la collocazione politica di Panzieri nel rapporto di continuità e discontinuità con l’esperienza operaista e il lascito politico del suo lavoro teorico e politico.

Panzieri, Marx e la fabbrica

Tra i numerosi ricordi della figura intellettuale e politica di Panzieri, quello proposto da Antonio Negri ben sintetizza il baricentro dei lavori di Panzieri: “ricostruire il sapere operaio della produzione e della distruzione dello sfruttamento, a partire dall’officina”. Questa ricostruzione del sapere operaio avviene, nell’esperienza operaista, attraverso “una reinterpretazione senza precedenti di Marx fuori dal marxismo […] e del conflitto sociale colto, attraverso l’inchiesta, come lotta operaia”. Proprio il carattere di novità, ossia il gesto teorico-politico di scarto rispetto al pensiero mainstream, fanno di Raniero Panzieri un punto di riferimento che può essere valorizzato anche nella contemporaneità.

Dopotutto oggi, se escludiamo i soggetti collettivi e individuali che le dinamiche storiche hanno contribuito a marginalizzare, la situazione può essere paragonata a quella vissuta da Panzieri e dal primo operaismo. Nella condizione odierna si assiste all’affermarsi di un modello di pensiero totalmente interno alla visione economica, sociale e culturale del modo di produzione capitalistico. La capacità e il coraggio di uscire da uno schema ideologico dominante appaiono quindi come qualità che vanno riconosciute all’uomo Panzieri e contemporaneamente prerequisiti per quella azione di ristrutturazione dei punti di riferimento teorici necessari e all’altezza dell’analisi politica del tempo.

Si tratta di un’operazione “di rifondazione teorica e di innovazione strategica” che richiede, per essere compresa, di essere collocata all’interno del contesto filosofico e politico che fa da sfondo al pensiero e all’azione di Panzieri. Il dipanarsi di questo determinato nesso storico tra teoria e prassi va ricercato “soprattutto nell’opera teorica e politica di Raniero Panzieri”. Per usare una nota espressione di Norberto Bobbio, la dinamica culturale che qui si manifesta è quella del “ritorno a Marx”, formula che racchiude il senso di una esigenza teorica e politica. In questa azione si condensa la capacità di segnare una rottura metodologica e teorica rispetto al clima culturale dell’epoca che deve fare i conti con la linea egemone del Partito comunista.

Questo coraggio intellettuale va riconosciuto interamente agli operaisti e a Panzieri in modo particolare. Con una formula di sintesi, si potrebbe affermare che l’originalità e la forza dell’esperienza di Panzieri nascono dal rapporto che egli ha costruito, in rottura con il ‘canone’ marxista italiano di quel periodo, con il pensiero di Marx. Alcune delle più significative radici della nascita dei “Quaderni rossi” vanno fatte risalire a questo passaggio. Nel gesto teorico del ritorno a Marx si cela l’intento di combinare la teoria e la prassi in un modo nuovo rispetto ad altre correnti del marxismo. Quale percorso teorico aveva in mente Panzieri? Una prima risposta a questo quesito consiste nell’osservare come i problemi contingenti che Panzieri vuole affrontare riguardino la produzione industriale ad alto contenuto di automazione. A questo proposito va ricordato che l’oggetto di studio privilegiato di alcuni importanti scritti di Panzieri, in particolare quelli apparsi sui “Quaderni rossi”, è costituito della quarta sezione del Libro I del Capitale, esempio emblematico di riscoperta dei testi di Marx che arriva fino alla pubblicazione dell’inedito Frammento sulle macchine. Questo sforzo di riproposizione del lavoro marxiano continuerà anche dopo la rottura operata dal gruppo romano di “Classe operaia”, estendendosi, nell’arco di un quindicennio, al 2 e 3 libro del Capitale e terminando, per quella che Sergio Bologna chiama la prima generazione operaista, circa alla metà degli anni Settanta.

Si assiste complessivamente a un lavoro teorico che sfocia nell’allontanamento definitivo dalla prospettiva del marxismo italiano di quegli anni nelle sue impostazioni filosofiche ufficiali e accademiche, ossia a quello che Paolo Virno ha definito un ritorno a “Marx contro il marxismo”. L’allontanamento dalla tradizione e la presa di distanza dagli eventi ungheresi del 1956, produce quindi un ambizioso progetto teorico, sociale e politico che trova nella nascita dei “Quaderni rossi” uno dei suoi punti di più alta realizzazione e che può essere racchiuso nello straordinario tentativo di riproporre una prospettiva marxiana all’indomani degli eventi del xx Congresso. Rimanere legati a una prospettiva marxiana nonostante l’Urss, ripartendo da stimoli eterogenei: il “‘Politecnico’ di Vittorini”, il “laboratorio di Adriano Olivetti”, il “socialismo di sinistra di Rodolfo Morandi” e il “marxismo eterodosso di Galvano della Volpe”. “Ricominciare da capo. Partire da zero”. Tutto ciò ricorda alcune altre iniziative europee, come ad esempio quella francese di Socialisme ou Barbarie. Panzieri condivide l’idea che sia necessario far chiarezza rispetto alle convinzioni illusorie e alle false liberazioni, secondo le quali basta attendere la “presa del Palazzo d’Inverno o […] l’entrata nella stanza dei bottoni” per produrre la necessaria emancipazione del Movimento operaio. Scrive Panzieri:

Si tratta dunque in particolare per i socialisti e per i comunisti di ricongiungere i temi della loro azione politica – di quanto in tale azione si è finora positivamente affermato come ricerca coerente della via italiana e democratica del socialismo – a un più ampio esame dei presupposti più generali, teorici di tale azione e per tale via di rendere possibile l’ulteriore, necessaria elaborazione e precisazione, in termini sempre più concreti, degli obiettivi di una politica di conseguente sviluppo democratico.

La solidità delle convinzioni teoriche, politiche e strategiche che Panzieri verrà interiorizzando produrrà un momento di insanabile rottura politica dell’universo operaista. Si tratta di un momento drammatico che metterà fine alla “fase classica dell’operaismo”. L’occasione, ossia l’evento politico spartiacque nella storia dei “Quaderni rossi” e di Panzieri si riassume nei cosiddetti scontri di piazza Statuto, avvenuti a Torino nel luglio del 1962. Attorno a quella vicenda emerge un “dissenso […] di lunga data”, un contrasto che rende impossibile una linea politica comune tra alcuni esponenti dei “Quaderni rossi”.

La linea di Panzieri è quella di marcare la distanza del proprio progetto politico da quegli avvenimenti. Alla base vi è la ben più ampia consapevolezza della rottura di un rapporto, in parte teorica e in parte strategica, con Mario Tronti. Sul piano politico, l’errore strategico che Panzieri individua, consiste nell’aver alimentato una prospettiva di scontro politico senza che fosse maturata una strategia politica fondata su forme organizzative. A monte, il vero punto di rottura è quello teorico portato avanti da Mario Tronti in due contributi. Panzieri si opporrà in particolare al primo perché troppo impegnato a far “rivivere una filosofia della storia”. Il punto di osservazione di Panzieri è strategicamente difforme da quello di Tronti, in quanto tende a leggere il rapporto tra l’analisi del modo di produzione e l’azione politica come largamente sbilanciato a favore della seconda.

Nel periodo successivo ai fatti di piazza Statuto, scrivendo Lenin in Inghilterra, pezzo d’apertura del primo numero di “Classe operaia”, Tronti accelera ulteriormente il processo di presa di distanza da Panzieri, affermando che “è un errore” aver visto “prima lo sviluppo capitalistico, poi le lotte operaie”. Il momento della lotta sembra divenire prioritaria anche rispetto alla necessaria valutazione delle forze in campo. Tale impostazione sarà poi ulteriormente spostata in avanti da Negri, richiamando così alla necessità costitutiva della priorità della dimensione dell’azione compiuta. Al contrario, per Panzieri la presenza di una “spinta di classe assai forte”, come sottolinea Wright, rimaneva debole in quanto priva di una “strategia coerente” e quindi disorganizzata. Tronti nel 1964 stigmatizzava, affermando che:

Si rivela a questo punto una certa eredità che potremmo chiamare da “Quaderni rossi”, perché quella esperienza è caratterizzata da questo, cioè da una capacità di pura e semplice analisi anche del momento dell’intervento, che in quanto tale dovrebbe invece superare l’analisi e passare così a forme pratiche di attuazione concreta.

Esistevano tuttavia anche delle affinità tra Tronti e Panzieri. Una delle più significative riguardava il tema del limite e della contraddizione dell’accumulazione capitalistica. Questo limite in Panzieri viene recuperato direttamente da Marx e interpretato in senso operaistico. “Le contraddizioni immanenti non sono nei movimenti dei capitali, non sono ‘interne’ al capitale: solo limite allo sviluppo del capitale non è il capitale stesso, ma la resistenza della classe operaia” afferma Panzieri in Plusvalore e pianificazione. Vi era quindi un deficit analitico, rispetto alle posizioni delle sinistre ufficiali, che Panzieri e Tronti avevano cercato di colmare. Già nel saggio sulle macchine, qui riproposto, Panzieri ribadiva alcuni fondamenti della linea operaista della rivista, affermando la necessità del controllo operaio rispetto alle trasformazioni neocapitalistiche. “Noi riteniamo che, praticamente e immediatamente, questa linea possa esprimersi nella rivendicazione del controllo operaio”, argomentava Panzieri in risposta alle novità tecnologiche di razionalizzazione del neocapitalismo.

Questo significava, dal punto di vista organizzativo e politico, “una presa di coscienza globale e una lotta generale della classe operaia in quanto tale”. Si tratta di una valutazione comune anche a Tronti. Ma Panzieri indugia sulla dimensione organizzativa E non spontaneista delle lotte. Esse vanno organizzate. È a partire da ciò che, come ha sostenuto in anni recenti Tronti, “Raniero vedeva l’esplosione della fabbrica, ma non pensava che potesse sfondare nella società”. Questa valutazione a freddo, conduce Tronti anche a una riconsiderazione complessiva della ‘rottura’ con Panzieri affermando che “nel breve periodo aveva ragione lui”. Di fronte alla sconfitta operaista, dove “avevamo torto tutti”, va osservato che l’ipotesi politica, organizzativa e teorica di Panzieri non è stata interamente esplorata. Essa rimane una possibilità di lavoro che merita oggi di essere ripresa a partire dall’originalità storico-politica in cui nasce. L’esperienza di Panzieri indica come sia possibile svincolarsi sia dagli schiaccianti condizionamenti politici egemoni, in quel caso il ruolo del Pci, sia dai temi delle alleanze nella classe operaia, a cui Panzieri andava sostituendo l’obiettivo del controllo operaio. Nel percorso panzieriano, la dimensione dell’azione può realizzarsi solo a partire da un’attenta opera di organizzazione della forza-lavoro, magari secondo gli accenti marxiani di un’associazione dei lavoratori, Arbeiterassoziationen. Su questo piano, è significativo come anche “Classe operaia” abbia ricordato Panzieri con un esplicito riconoscimento in occasione della sua morte prematura.

Cercando di dare risposta al perché dell’importanza della figura di Panzieri per il movimento operaio, la rivista rispondeva che, a dispetto della figura del santo laico, Panzieri andava ricordato “come il compagno che ha ricominciato in Italia il discorso sulla classe operaia”. Usando una formula di Negri, “Raniero poneva il problema del passato con un piede nel futuro”. Per questa serie di considerazioni, occorre affermare che il debito culturale, che le stagioni operaiste degli anni Sessanta e Settanta hanno contratto con Panzieri, consiste in un legame genetico difficilmente cancellabile. Un’altra storia è invece quella che riguarda il dissenso sulle scelte politiche contingenti e sulla strategia dell’organizzazione a cui si è accennato in precedenza in riferimento a Tronti. Rimane allora da chiedersi quanto l’atteggiamento strategico della visione panzieriana, pur con alcuni limiti che la morte prematura non ha fatto che stigmatizzare, possa rimanere utile anche oggi. L’esempio di un atteggiamento di libera capacità critica all’interno della crisi del movimento operaio e la ricerca di un luogo teorico e politico di messa alla prova di una capacità di analisi marxiane, sono due aspetti che non possono non colpire il lettore odierno. Si tratta di un lavoro che le pagine panzieriane qui raccolte vogliono mettere in luce.

Insomma, si ritiene che, ancora ai nostri giorni e per il difficile futuro degli anni a venire, le indicazioni panzieriane sulla necessità di “capire sia il piano capitalistico che la fisionomia della nuova classe operaia” mantengano intatta la loro attualità, resa ancora più urgente dalla drammatica sconfitta subita dalle classi subalterne. A ben vedere, si tratta di un programma di ricerca e di azione politica valido in particolare nel tempo presente. La radicalità di questa esigenza va accettata, con Panzieri, diffidando delle facili accelerazioni che prescindano dall’analisi politica della situazione produttiva. Panzieri, “soggetto inesauribile di sollecitazione alle ipotesi di ricerca”, merita quindi di essere ri-attualizzato a partire dal suo disegno teorico-politico. Si tratta di un progetto che lo stesso Panzieri illustra a Negri il 19 settembre 1963: “il nostro programma di lavoro è molto semplice: impiantare su nuove basi il lavoro di analisi del Capitale (oh!) in modo più approfondito. In più cercheremo di mettere in piedi una ricerca piuttosto ampia di carattere storico-teorico sul movimento operaio”. L’opera del “più eccezionale”dei militanti socialisti degli anni Cinquanta giunge qui a dispiegare un piano di lavoro rigoroso e originale rispetto ai condizionamenti del proprio tempo. Un’altra categoria si affianca a quella del controllo operaio: quella di “piano del capitale”. Il piano, inteso come forma di razionalità che dalla fabbrica estende la sua influenza anche nella società, attraverso la forza tecnologica e organizzativa del modo di produzione capitalistico, sembra oggi un’anticipazione del tema del controllo elettronico disponibile grazie alla trasformazione della società in una rete di pervasive connessioni digitali.

Si tratta di un risultato prezioso che affonda le sue radici nell’ostinata capacità di Panzieri di intraprendere da “solo” una precisa linea di indagine e di approfondimento teorico. Su questo punto la visione di Panzieri si oppone a quella più concentrata su urgenze politiche immediate di cui si fa portavoce Tronti. Proiettando la lezione di Panzieri sull’attuale condizione della classe operaia, devastata in occidente dalle trasformazioni produttive che ne hanno drammaticamente depotenziato il peso politico, è possibile stabilire che un limite strutturale dell’operaismo fu “l’impazienza politica” che produsse in più occasioni, nei decenni successivi, la decisione di sacrificare l’impegno teso allo studio della composizione di classe, alla possibilità di “afferrare l’occasione”. Impazienza che, al contrario, non fu tra i limiti della strategia panzieriana. Anche per questo motivo, si può affermare che la lezione di Panzieri è anacronistica.

Essa riattualizza oggi la necessità teorico-politica dell’analisi marxiana delle potenti trasformazioni sociali in corso, senza filosofie della storia che spesso concedono una resa troppo generosa alla forza della controparte. Per questa ragione, se a Panzieri può essere ricondotto uno dei fili rossi che porta al Sessantotto, è anche vero che non possono essergli imputate le numerose sconfitte delle stagioni successive. Anzi, come ha affermato Cesare Cases, “la sua lezione principale, quella che occorre cercare la soluzione in gruppi autonomi dalla politica ufficiale e legati soltanto alle masse, è più attuale che mai, e più che mai si abbisognerebbe della sua pazienza nel ricominciare da capo”.

È evidente che l’eredità di Panzieri deborda dai confini della sua biografia. Questo non solo perché Panzieri è stato un punto di riferimento per molte esperienze politiche del post-operaismo. La ricchezza della sua esperienza politica, costruita sul difficile tentativo di leggere le modificazioni del lavoro dal punto di vista della fabbrica, è più ricca di quanto non appaia. In generale, i suoi successori non si sono lasciati contaminare da alcune intuizioni che Panzieri stava rilanciando con coraggio. Il riferimento è al tema delle macchine e della scienza. L’operazione critica di dichiarare le macchine e la scienza come non neutrali configura un luogo teorico di straordinaria importanza e centralità che è stato accantonato preferendogli altri punti di osservazione. Tuttavia, il discorso di Panzieri può riemergere oggi in un contesto sociale largamente definito da elementi tecnologico-scientifici. La spinta incessante all’accelerazione dei ritmi produttivi appare oggi come una potente controprova empirica di come le trasformazioni tecnologiche abbiano prodotto non tanto forme di emancipazione, ma nuove e raffinatissime forme di sussunzione reale nate nella fabbrica e ormai pienamente presenti nella società.

 

 

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