La bellezza convulsa

Un libro sull'architettura del Berghain

berghain
Berghain, Berlino.

Venerdì 22 febbraio 2019, alle ore 18:00, presso il MACRO Asilo – Via Nizza 138 e via Reggio Emilia 54 – Roma, nella Stanza delle parole si svolgerà la presentazione del volume di Salvatore Simioli, Berghain. Per un’architettura del perforante, LetteraVentidue (2018). Intervengono con l’Autore: Peppe Allegri, Augusto F. Cerqua, Claudio Kulesko, Maysa Moroni.

È un libro bello e importante Berghain. Per un’architettura del perforante, di Salvatore Simioli, giovane studioso appassionato dell’opera di Deleuze e Guattari (D&G), che come molti tra noi prova «a tessere un ponte transdisciplinare tra la filosofia post-strutturalista e la teoria dell’architettura contemporanea», come esplicitamente afferma nella breve biografia che campeggia nella bandella della stilosa copertina e veste grafica, opera di Raffaello Buccheri, per LetteraVentidue Edizioni.

Kraftwerk Berghain

Bello sin dalla veste grafica, quindi. Cento pagine raffinate, oscure e splendenti intorno alla Cattedrale, il Berghain di Berlino, il locale per antonomasia, quello in cui personalmente non sono mai riuscito ad entrare per perdermi più di quanto non abbia già fatto. Situato nella ex centrale elettrica, Kraftwerk – sì anche loro come nostra colonna sonora, rispetto alla Techno che è la protagonista in quelle sale – «tra Kreuz-berg, quartiere dormitorio dalla forte matrice etnica turca, prima appartenente alla città occidentale, e Friedrichs-hain, il quartiere che più di tutti fece da sfondo all’emergenza abitativa e alla nascita degli squat nel periodo immediatamente successivo alla caduta del Muro; dalla cui crasi deriva anche il nome» (p. 29). La scrittura di Salvatore è un’immersione totale, architettonica, spaziale, sociale, poetica, letteraria, musicale dentro le dark room del Berghain che è esso stesso una gigantesca dark room sonorizzata, alla quale si accede con il rito della fila interminabile, di nero vestiti, molto spesso non riuscendo a superare Sven Marquardt, il Cerbero di questo incandescente inferno sceso in terra, che dispoticamente e insindacabilmente dispone dell’accesso o meno a questa oltre-vita multi-sensioriale, dentro e contro la nostra, misera, inadeguata, esistenza quotidiana.

Consumo di sé

È un libro importante, anche, dicevamo, perché tiene insieme il contesto storico nel quale si è potuto dare il duraturo collasso dello spazio-tempo musicale e performativo Berghain (prima parte, Il consumo di sé), poi affonda nella sperimentazione sessuale che attraversa l’esperienza Berghain (seconda parte, Il rituale di sparizione), quindi riflette sulla tensione tra architettura ed evento alla luce delle intuizioni portate avanti dall’architetto franco-svizzero, di scuola derridiana, Bernard Tschumi, per una sorta di infinita, permanente, decostruzione del soggetto (terza parte, Il perforante). Ma è un libro importante, almeno per chi lo legge con un paio di decenni in più sulle spalle rispetto all’Autore, poiché tesse quella rete intergenerazionale che lega – indissolubilmente, possiamo dirlo – chi intorno al 1989, giusto un trentennio fa, andava a Berlino, nell’improbabile cortocircuito filmico di sognare Tokyo dalla provincia italica, o dalla capitale sabauda (l’azzardato film di Vincenzo Badolisani I ragazzi di Torino sognano Tokyo e vanno a Berlino, anno di grazia 1985) e chi a trent’anni oggi manco ci arriva.

La bellezza sarà convulsa, o non sarà

È il crogiolo di sentieri interrotti, eppure continuamente battuti, di quelle zone temporaneamente autonome che ibridarono post-punk, proto-cyberpunk e primissima scena elettronica, radio pirata e musicassette, urla nel microfono e feste in case e palazzi abbandonati, travestitismo e nomi collettivi, notti infinite e albe luminescenti, nel passaggio ai Novanta, tra centri sociali di seconda generazione, squat, Degrado mutante, street parade, rave & club culture. E poi quasi più niente, fino ad incontrare nuovamente il chaos magick del rituale rave, per dirla con Claudio Kulesko nella sua empatica introduzione al libro di Salvatore, non a caso dissepolto da questi giovani fratelli minori, come se le intuizioni rumoristiche, psicomagiche, esoteriche di Psychic TV, Coil, Death in June, Current 93, Nurse With Wound, Jim Foetus, Test Dept, Clock DVA/TAGC, parlassero a loro, più che a noi, a quei tempi, in cui il nero, cadaverico, Maldoror si aggirava alla ricerca di un Berghain immaginario, uscendo negli anni Ottanta del Novecento (la ripubblicazione dell’Opera curata da Ivos Margoni per Einaudi è del 1989) dalle pagine che il Conte di Lautréamont – dell’altro mondo – aveva scritto a ridosso della Comune di Parigi.

Per questo il lavoro di Salvatore Simioli è ancora più prezioso, in questa connessione sentimentale transtemporale, intergenerazionale, iperspaziale e mi/ci precipita in compagnia di André Breton, in quella che è forse una delle ultime citazioni che troviamo nel libro: La bellezza sarà convulsa o non sarà. Il verso finale di Nadja (1928). Eppoi, una decina di anni dopo, L’amour fou: la bellezza convulsiva sarà erotico-velata, esplosiva-fissa, magico-circostanziale o non sarà.

La scena di Roma

La bellezza convulsa di una città che è Berlino e le sue rovine a ridosso del 1989. E oggi Roma, la sua rovina millenaria, che è una rinascenza sempre in agguato, malgrado tutto e tutti. Così, dopo la presentazione del libro di Salvatore Simioli al Macro Asilo, la serata romana sarà solo all’inizio. Al tramonto di venerdì 22 settembre il collettivo in movimento di Scomodo si prende un palazzo di quella Roma millenaria, in rovina, per dare spazio alla Scena di Roma, per una notte. La scena di Roma, di oggi, un movimento frammentato e sconnesso di poesia, sonorità, parole e musica. Dura da parecchio, oramai, resiste e rilancia, sempre malgrado tutto e tutti.

 

Tra gli altri ci sarà il potente, visionario, distopico cantore del nostro scontento Ketama126, con all’attivo tre album uno meglio dell’altro, e al suo fianco Pretty Solero e il dj producer Drone126, tutti della Lovegang 126, posse maxima di sperimentazioni soniche e poetica trap, tra la Scalea del Tamburino di Viale Glorioso (i famosi 126 gradini della Gang, cari anche al Maestro Sergio Leone) e il nostro amato bar San Calisto. Sarà una nottata di occasionale coscienza ed ennesimo consumo di sé. E torneremo a parlarne, di queste lucciole che stanno nelle tenebre, dalle dark room del Berghain all’attuale scena di una Roma molto dark, una Roma Caput Mundi da rovesciare, urbi et orbi.

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