La vita ospitale delle città invisibili

L'esperienza di PEROU
(Polo di esplorazione delle risorse urbane)

Colwell
Virginia Colwell, Untitled Ruin no. 2, 2014, courtesy APALAZZOGALLERY

Vivere tra le rovine sembra essere un paradigma che va ben oltre i limiti delle aree devastate dalle guerre… Le metropoli contemporanee, soprattutto, ne sono il principale testimone. Quali sono a tuo parere gli strumenti (politici, etici, estetici…) che possono contribuire a vedere nella vita tra le rovine qualcosa di diverso da un paradigma della mera sopravvivenza?

Forse, per resistere alle devastazioni contemporanee occorre premunirsi contro una certa forma di intossicazione mentale che è ancora più pericolosa. Collettivamente, siamo tutti raggelati da quanto ci accade, e numerosi sono i corpi in lotta – neri di collera, contratti, con le mascelle strette – che portano i sintomi di una profonda sconfitta, di una nuova incapacità ad affrontare con gioia l’avversità. Forse, resistere alla violenza significa anzitutto rinunciare alla tentazione di rimuginarne il racconto, smettendola di riferirne quotidianamente le prove come se dovessimo stilarne la lista esaustiva, come se non potessimo trascurarne alcuna. Forse, resistere alla catastrofe implica, al contrario, celebrare quotidianamente quanto non cessa di vivere e di crescere e di credere, implica il fatto di non rinunciare all’entusiasmo, di fare dell’affermazione una nuova lingua politica che sia la nostra.

Questo mondo in rovina abbonda di mondi a venire, che è urgente ascoltare, riconoscere, far vivere, per non esserne spossessati. È una delle lezioni di Gilles Clément, cofondatore di PEROU, straordinario ambasciatore del giardino in movimento 

Una stupefacente tentazione mortifera caratterizza i tempi presenti, una fascinazione per le rovine e per la fine. Sono all’ordine del giorno di qualunque assemblea politica, dove qualunque parola che si voglia lucida e matura non può non denunciarne l’estensione, infliggendoci in questo modo l’ennesima conferma del marasma nel quale siamo immersi. Un catechismo del disastro ci impedisce di prendere in considerazione la potenza sovversiva «della vita che sempre inventa», per riprendere le parole di Gilles Clément. Eppure, non abbiamo alcuna ragione di limitarci alla sopravvivenza, come se fossimo assediati. Occorre munirsi di un ottimismo della lotta. È qualcosa in più di un semplice strumento, si tratta di una disciplina: contare e raccontare in modo sistematico tanto i fruscii quanto le insorgenze, tutto ciò che si agita e che si mette in movimento nelle nostre solidarietà, nei nostri testi, nelle nostre costruzioni, nei nostri gesti, nei nostri canti, nelle nostre strade. Ecco un programma politico, etico, estetico: coltivare tutto ciò che davanti a noi si afferma, si inventa, si costruisce. Questo mondo in rovina abbonda di mondi a venire, che è urgente ascoltare, riconoscere, far vivere, per non esserne spossessati. È una delle lezioni di Gilles Clément, cofondatore di PEROU, straordinario ambasciatore del giardino in movimento. È una delle lezioni del matsutake, il fungo della fine del mondo raccontato da Anna Tsing.

PEROU è un laboratorio di ricerca che si colloca sul terreno della «città ostile» e che cerca nuove piste per rinnovare concetti e pratiche dell’ospitalità, della cittadinanza, dell’azione pubblica. Puoi raccontarci qualcosa di questa esperienza?

È un’esperienza di lavoro che da circa sei anni ci ha portato nelle bidonville, nei campi, negli edifici occupati o semplicemente per le strade per accompagnare la lotta di quelle e di quelli il cui habitat è distrutto dagli uomini in divisa. Insieme ad artisti, architetti, ricercatori, tuttofare, semplici passanti, cerchiamo, nella pratica, di rinnovare il repertorio dei saperi su quanto accade nei luoghi, su cosa faccia la specificità di un luogo, e di raccontarne la storia mettendola in opera, per quanto possibile, all’insegna di un futuro radioso, di un esito diverso dalla catastrofe, dalla distruzione, dall’espulsione. Nelle bidonville e nei campi, abbiamo costruito un’ambasciata, un cinema (insieme allo straordinario collettivo italiano di artisti e architetti Stalker), una piazza pubblica per le feste, una residenza per artisti; abbiamo pubblicato in 4000 copie un falso giornale comunale, abbiamo organizzato feste incredibili, divulgato delle false ordinanze municipali, organizzato falsi concorsi di architettura, creato dei curriculum vitae, pubblicato libri per bambini, portato avanti inchieste e ricerche di 500 pagine, creato delle istituzioni e dato un nome a luoghi che non ne avevano. Il modo attraverso il quale procede PEROU è un’arte dello spiazzamento: rovesciare, parassitare, piratare, creare carte e raccontare storie sul pensabile e il possibile.

Tutto sta nell’arte di mobilitare altri abitanti nella gioia e nella costruzione, non nella manifestazione di indignazione e di collera. Tutto sta nell’arte di creare nuove relazioni con attori pubblici, non attraverso la lamentela ma con l’affermazione, cercando di portare tutti a danzare. È molto difficile, ma credo sia necessario. In questo momento stiamo lavorando nel quartiere de La Chapelle a Parigi: con un gruppo di abitanti stiamo costruendo un «museo dei gesti di ospitalità» a cielo aperto, cercheremo di depositare presso l’Unesco una domanda per iscrivere il gesto di ospitalità nel patrimonio immateriale dell’umanità. Con SOS Méditerranée lavoriamo per un progetto di nuova imbarcazione, perché siamo convinti che dobbiamo con urgenza impegnarci ad abitare il mare.

Qual è l’apporto specifico che l’arte, l’architettura, l’estetica possono fornirci per pensare una politica all’altezza della città?

Nella vita quotidiana dei cittadini solidali sono capaci di inventare gesti che sono come danze, di incredibile bellezza. Tra le pieghe del territorio si inventano dei ripari che sono come liturgie, spazi nei quali si sogna, si fa l’amore, si canta. Nel collettivo PEROU l’arte è anzitutto documentaria, la posta in gioco è far risuonare la potenza di ciò che è presente nonostante lo sforzo circostante di farlo sparire 

Ai nostri paesaggi mentali e psichici mancano bombe poetiche, far risuonare le potenzialità del tempo e degli spazi che con PEROU attraversiamo. Nella vita quotidiana dei cittadini solidali sono capaci di inventare gesti che sono come danze, di incredibile bellezza. Tra le pieghe del territorio si inventano dei ripari che sono come liturgie, spazi nei quali si sogna, si fa l’amore, si canta. Nel collettivo PEROU l’arte è anzitutto documentaria, la posta in gioco è far risuonare la potenza di ciò che è presente nonostante lo sforzo circostante di farlo sparire. L’arte risponde anzitutto alla nostra ossessione di inscrivere sulla carta del nostro mondo ciò che nell’avversità è appena abbozzato, dandogli in questo modo una forma in divenire quando si impara a prendersene cura. Prestare attenzione, riconoscere, ascoltare, prendere nota, documentare, archiviare, sono queste le azioni impiegate nelle situazioni. Poi vengono: aumentare, amplificare, intensificare, esagerare, magnificare. Questi altri verbi di azione testimoniano del modo in cui consideriamo la creazione artistica e il nostro lavoro. Marielle Macé, bravissima scrittrice francese e teorica della letteratura, delle azioni di PEROU dice che esse consistono nell’immaginare ciò che è. Trovo questa espressione magnifica e la leggo, ben al di là delle nostre azioni, come ciò che fa la potenza sovversiva della creazione artistica. All’esatto opposto del modo in qui oggi si fa la città, disprezzando la vita e il quotidiano, disprezzando quei gesti di invenzione che abbiamo visto in opera nella giungla di Calais o nelle bidonville intorno a Parigi, disprezzando quelle architetture vive che costituiscono città invisibili altamente abitabili, anzitutto perché vissute.

Gilles Clément ci ha insegnato a guardare all’incolto con uno sguardo estetico, credi sia possibile qualcosa di analogo su piano politico?

Una rivoluzione dello sguardo che avviene nel giardino non attraverso un decreto morale ma nei fatti, nella relazione alla vita che vi ha luogo, che fa il luogo 

Credo davvero che il giardiniere Gilles Clément sia un grande uomo politico, che la portata dei suoi lavori superi largamente il perimetro del paesaggio e abbia forte attinenza con l’ambito politico, per l’appunto. È lui stesso a scriverlo nel Manifesto del terzo paesaggio, riferendosi non al Terzo mondo ma al Terzo Stato che nell’espressione di Siéyès indica durante la Rivoluzione francese il popolo, che non sta nella sua rappresentazione ma nel suo divenire. Da giardiniere diplomatico, Gilles Clément lavora a rovesciare le evidenze, accogliendo nel suo giardino tutte le forme di vita, per far proliferare la bellezza di questo mondo e favorirne le coabitazioni. In ogni suo gesto c’è una lezione politica, e tutto è assolutamente trasferibile sul piano politico, tanto più ora che attraversiamo la cosiddetta «crisi dei migranti». Si tratta di una rivoluzione dello sguardo che avviene nel giardino non attraverso un decreto morale ma nei fatti, nella relazione alla vita che vi ha luogo, che fa il luogo. È un uomo politico come ne esistono pochi, come me servirebbero. Resta il lavoro di mettere in opera una politica della vita, una politica vitale.

Intervista a cura di Ilaria Bussoni

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