Terremotare il canone

Cosa può un corpo?

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Marzia Mealli durante la performance "Invalid Keyword" del gruppo Theatre, 1980. Courtesy Archivio Ippolita Avalli.

Performance, materia, affetti (Bulzoni, 2021) è un testo di Ilenia Caleo che si configura come una «cartografia femminista». Questo consente immediatamente di mettere a fuoco due punti rilevanti: come la modalità cartografica del pensiero si contrappone alla decalcomania e apre a connessioni inedite; il ruolo giocato dal posizionamento femminista nella critica radicale del sistema ufficiale dell’arte.

Cartografare significa, innanzitutto, sfuggire ai codici della rappresentazione come paradigma assoluto del pensiero, nonché mettere in crisi una produzione teorica che si racconta come neutra e universale e in cui è il primato della visione a legittimare il punto di vista dei dominatori come sguardo imparziale sul mondo. Questa impostazione teorica genera relazioni binarie tra corpo e pensiero in cui la corporeità è ridotta, in termini cartesiani, al puro attributo dell’estensione: una critica radicale della rappresentazione implica una tensione rinnovata tra soggetto e oggetto, tra interno ed esterno, tra spirito e materia – dislegati da una tradizione che produce un pensiero del «corpo assente» – insieme con la destituzione della potenza gnoseologica del soggetto di dominio.

Il punto di vista femminista rafforza la crisi delle categorie vigenti, dal momento che esso è andato costruendosi a partire dall’esigenza di una sottrazione agli spazi colonizzati. Il femminismo ha scelto come luogo di collocazione il «margine», come possibilità concreta di resistenza, manifestando un forte bisogno di rifare mondo, di inventare altresì una lingua non catturabile da quella di Stato.

Si può far risalire già a Carla Lonzi e alle donne di Rivolta il rifiuto di inserirsi in un mondo progettato da altri, deducendone che il pensiero della differenza ha agito problematizzando il concetto di «inclusione» e terremotando un canone inteso come risultato di un’organizzazione patriarcale dei discorsi. Questo «terremoto» ha riguardato ovviamente anche l’arte, non più intesa come spazio di produzione neutrale, decostruendo insieme la relazione verticale tra creatore e spettatore e la fiction dell’autorialità/genialità, come compiuta in se stessa e come legittimazione ulteriore del Soggetto umanistico-tradizionale che si è avvalso della marginalizzazione e del silenziamento di soggettività non assimilabili, per costituzione, al modello dominante. Il femminismo ha, dunque, pensato che l’arte si portasse ancora troppo mito addosso e ha rifiutato nettamente di farsi complice di un apparato troppo coinvolto nelle logiche di oppressione femminile.

In questo discorso assume successivamente un valore centrale, grazie anche alla svolta queer, la performance come concetto anti-rappresentativo, come categoria politica in grado di attivare il potenziale sperimentale di corporeità multiformi e assemblate, come processo di soggettivazione in contrasto con le strategie consolidate di assoggettamento. La performance si rivela, in questo modo, già politicamente orientata, come luogo che pensa in sé e non piuttosto come luogo di applicazione di teorie che si producono altrove: le arti vanno intese come vere e proprie pratiche, non come oggetti classificabili e decodificabili dal sistema vigente dell’arte.

Questo ci restituisce un’idea della produzione artistica che supera la sua concezione borghese di conservazione dei beni culturali, riconfigurandola come una delle possibili espressioni del pensiero. Come indicano Deleuze e Guattari, l’arte non pensa meno della filosofia, ma lo fa in modo differente: non per concetti, ma per sensazioni. Questa connotazione dell’arte ci indica, dunque, la performance come spazio politico, come spazio delle lotte in cui indagare «che cosa può un corpo», dilatando, in termini post-umanistici, la capacità di agire e la vivibilità della materia contro il monopolio umano dell’azione.

Uno dei risultati di questo testo, definito nella sua introduzione come testo «per l’avvenire», è un ripensamento imprevisto delle relazioni tra arte e politica, che le lascia interagire e intrecciarsi produttivamente. Al di fuori del regime della rappresentazione viziato da una fissazione egemonica del pensiero, c’è uno spazio altro, da re-inventare continuamente, in cui il corpo liberato suggerisce destinazioni inedite del presente. L’arte è all’altezza di questo presente, di questi presenti, quando irrompe senza lasciarsi incarcerare nell’austerità del canone.

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