L’isola

Ovvero la tumultuosa passione del lungo far niente

Oberto1974_3820
Anna Oberto 1974, L'Utopico. Eanan o la scoperta del flusso magico della luce, scrittura a inchiostro blu, polariod, collage su cartoncino Schoeller, cm 54x40

luogo: Folegandros, Grecia
durata: 351 ore
mezzi utilizzati: taxi aereo autobus aliscafo furgone motorino
valuta: euro
costo: 1200€ circa
categoria: viaggio d’amore

L’Isola è un acceleratore di particelle. Arrivando, il tempo di prima viene sbalzato indietro a mondi di distanza. Da ora esiste solo un lungo assolato presente. L’Isola ha forma di nocciolina americana. O di bozzolo bicamerale. O di cellula nella fase finale della riproduzione per mitosi, quando il nucleo si sdoppia in due cellule figlie. Ma appena un attimo prima che la metafase giunga a compimento, quando i due centrosomi vivono ancora dentro un’unica membrana. Nel punto più stretto della congiunzione, tra due precipizi laterali, le marmitte dei motorini 50cc sono messe a dura prova.

L’Isola ha un alto e un basso. Un sopra e un sotto il mare. Un nord e un sud. Una strada. È esposta ai venti ma simultaneamente anche al riparo. L’Isola non ha alberi. Anzi no, l’Isola ha uno solo albero di foglie e se ne sta piantato nella piazza del paese. È la piazza del paese. L’Isola è nido per gli animali e ha i propri indigeni. Tra questi si può riconoscere il sottogruppo dei Banditi: i Banditi parlano solo greco, guidano senza casco e se ne fottono del patentino europeo.

A poco a poco, oppure d’improvviso, l’esercizio della decisione collassa. L’Isola ne allenta le viti, così che l’ingranaggio gira a vuoto. Mangiare o non mangiare una albicocca/tuffarsi o rimanere distesi/dormire sotto un albero o scavare una piccola buca per il piede/spostare un sassolino nella sabbia o lasciarlo lì, dov’è. Lasciarlo lì, dov’è. La vita arriva quasi a coincidere con la vita, questa materia prima. E nelle ore più calde del meriggio, l’Isola spinge l’immaginazione fino ai territori più estremi: figurarsi una vita fatta solo di vita.

Nell’Isola, la Creatura diventa un Selvaggio. Fa il bagno, corre nuda, insegue pesci, narvali ed altri mostri marini, incide legni con il coltellino francese, infila collane di conchiglie e di sassi, dorme, respira distesa sotto il sole. Urla il grido di battaglia, e al mattino canta le canzoni di Calcutta.

Salta la luce sull’Isola per 72 ore. Perché la luce non è una tecnologia wireless, viaggia ancora dentro dei materialissimi cavi di collegamento. Nel suo piccolo, è una mini Apocalisse. Niente acqua, i market presi d’assalto, scorte di zucchero e olio. L’unico bancomat dell’Isola è uno schermo nero: solo chi ha il cash si salverà. Si improvvisano strategie di economie informali, solidarietà inattese, proposte di baratto. La Parola recupera il suo antico potere, lasciata in pegno al bancone a garanzia di prestiti – ed è il raki più buono, quello strappato al futuro. Insieme alle stelle del firmamento, si accendono i generatori. I resort soltanto risplendono violenti nell’oscurità.

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L’Isola costringe alla prossimità fisica persone che altrimenti abiterebbero mondi distanti, è la temporanea sospensione delle classi, delle appartenenze, l’Isola è un campo di forze che compone intorno a un tavolo a intrecciare bicchieri di raki noi e un anchorman del telegiornale, professionisti dei quartieri alti e fricchettoni delle periferie, scrittori olandesi in crisi d’ispirazione e ingegneri aereonautici. L’Isola è un carnevale, è una peste, è una quarantena.

Il tempo si muove seguendo le stazioni del Nautilus. Le foreste sottomarine di Crespo, i selvaggi antropofagi, il canale segreto di Suez, i resti di Atlantide, la carneficina dei calamari giganti. E mentre il Nautilus sfiora le coste di Creta e di Paros a poche miglia da noi, ci si disvela la missione segreta di Capitan Nemo, pirata dei mondi sommersi: finanziare con le sue immense ricchezze le rivolte degli indipendentisti e degli oppressi. Mobilis in mobile. Cogliere le virtù dall’elemento.

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