Politiche della sorellanza

La vita invisibile di Euridice Gusmao

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Paola Agosti, Roma, 1976. Manifestazione femminista alla Magliana, 1976. Stampa alla gelatina d’argento / Gelatin silver print - Courtesy l’artista. © Paola Agosti.

«La vita invisibile di Euridice Gusmao» è come il sintomo di una guarigione collettiva. Il film di Karim Aïnouz, presentato a Cannes per la sezione Un Certain Regard, è nelle sale nei giorni in cui la potente moltitudine di Non una di meno si fa vedere a Napoli all’ex Asilo Filangieri, nei giorni in cui le serie tv che vincono i premi sono quelle che stanano l’alfabeto clandestino delle donne (da Fleabag a The Marvelous Mrs Maisel) e nei giorni in cui ri-circola il libro Le promesse dei mostri, con cui la visionaria eco femminista Donna Haraway smaschera l’artificio con il quale l’uomo costruisce la Natura facendo fuori la donna, i mostri, gli alieni, e tutto ciò che collide con una visione egocentrica di un universo che gira attorno al maschio, etero e bianco.

La struggente fotografia, la dolcezza del ritmo, la potenza insondabile del racconto ci fa guardare, attraverso lo spioncino della storia, la trama segreta delle relazioni esistenziali. Il luogo è Rio de Janeiro, il tempo è gli anni Cinquanta e Sessanta, le protagoniste sono due sorelle, che declinano, lontane, la stessa difficile condizione di ragazze di una famiglia conservatrice. La società però sembra essere senza tempo perché ora come allora, al di là delle menzogne su un emancipazionismo lontano da venire, lo svolgimento del proprio talento, la decisione sull’uso dei corpi, la strutturazione della società e delle vite è ancora totale appannaggio degli uomini.

Le due sorelle fanno a loro modo quello che tenta di fare ognuna di noi. Trovare il modo di aderire a sé stesse. La prima, Guida, decidendo di vivere il suo amore per un marinaio greco, imbarcandosi sul transatlantico dal paradossale nome («Libertines») per tornare qualche mese più tardi incinta e sola. Il padre la sbatte fuori, attribuendole l’eterno marchio di puttana, mentendole sull’assenza della sorella. Le dice che Euridice è a Vienna, a studiare al conservatorio per seguire il suo sogno di pianista. E invece Euridice è in viaggio di nozze, mandata in sposa a un insicuro e mediocre ragazzo amico di famiglia. Infelice nel suo abito nuziale, presa dopo la festa con brutale insensibilità mentre, sfatta, consuma nello sguardo la sua poesia da musicista.

Per entrambe le gravidanze sono momenti non voluti, forme di controllo sul proprio destino. Significano rimandare l’audizione dopo anni passati a studiare il pianoforte. Significano andare a riprendersi il bambino dopo aver deciso di darlo in adozione, per non vivere nel rimorso feroce di una assenza ingestibile. Non si rincontreranno mai, Euridice e Guida. La prima finirà in un ospedale psichiatrico, la seconda si ricrea lo spazio di una famiglia accudendo una vicina che le ha tenuto il bambino mentre lavorava come operaia.

Non avranno l’unico strumento a disposizione per vivere senza invisibilità, la sorellanza. Che non è una questione familiare, è una questione politica. Tocca a noi farne una pratica collettiva, che sappia dilagare. Fino a quando non si dirà uomo o donna. Si dirà persona e ogni differenza sarà solo un colore in più nel quadro di questa vita.

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