Preliminari per una macchina da guerra

Prontuario di ecosofia

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Marta Roberti, Ana Mendieta Under Alocasia Leaves (2015) - Foto di Giorgio Benni.

«Annus horribilis è un’espressione latina, dal significato di «anno orribile» e posta in contrapposizione con annus mirabilis». In un mondo sommerso dalla retorica molti di noi troverebbero calzante questa definizione per l’anno ancora in corso: il 2020 si vuole affermare e raccontare come l’anno in cui qualcosa è cambiato, ed è cambiato male, portando malattie, caos, morte e distruzione. Le cause di questi funesti avvenimenti, che a raccontarli sembrano tracciare un’escalation verso l’Apocalisse tanto attesa, sono indicate in ataviche colpe la cui assegnazione sembra seguire più una preferenza morale del parlante più che una chiara e sobria analisi di ciò che sta accadendo, di ciò che è accaduto.

E sorgono così diverse teorie escatologiche, millenarismi vari che fanno da contraltare ai sogni di restaurazione; micro-battaglie la cui posta in gioco resta invariantemente la ragione: che si acceleri verso un mondo d’estinzione o una reazione conservatrice, l’azione (e la teoria) puntano più ad occupare il futuro che a tracciare il presente: ciò che è deve rimanere invariato, nel pensiero e nella prassi, per potersi dire ragionevolmente capaci di sapere. Tutti gli spazi inesplorati, le intensità (umane o non umane) che stanno esplodendo devono essere sottomesse alla ragione umana per poter essere analizzate, per essere pronti a questo terribile futuro che, altrimenti, ci esploderà in mano. Ironia delle esplosioni, pensiamo di saperne evitare le conseguenze stringendo ancor più la presa.

Fortunatamente, in qualche modo, vediamo sorgere possibilità al di là del soffocante binarismo horribilis-mirabilis, che ci schiaccia in un prospettivismo senza altre prospettive che quelle umane troppo umane; e sulla scia di proposte non-antropocentriche come quella di Felix Guattari possiamo ricercare scritti, pensieri, strategie minori: ripensare il collasso ecologico globale in una dimensione ecosofica più che ecologica, ritrovare il pensiero e il sapere al di là della logica, una σοφία altrettanto, forse più, rigida poiché non esclude più ciò che non è controllabile.

Il breve Prontuario di ecosofia di De Fazio, Lévano e Sorrentino (uscito per Ventura edizioni nel 2019) si inserisce in queste strategie minori: prodotto del lavoro svolto con ubi minor – Laboratorio di ricerca e didattica in Ecosofia, in collaborazione con Officine Filosofiche e la piattaforma Deckard, punta a fornire una mappa concettuale e una ricca bibliografia (tracciata come un percorso bibliografico) per chi volesse avvicinarsi ad un pensiero-altro sul mondo, al di là del mero binomio conoscente-conosciuto, per prepararsi ad un avvenire possibile di soggetti da formare e linee da tracciare. E forse le difficoltà nella lettura di questo manuale sta proprio nell’enorme mole di lavoro da riassumere, nella necessità di condensare in poche pagine costellazioni di pensieri possibili, spaventando un po’ i non-addetti-ai-lavori; e lasciando pensare che sia rivolto soltanto a chi già mastica un certo vocabolario, e che forse basterebbe, come una certo pensiero ecologico mainstream lascia pensare, affidarsi alle parole più che alla prassi per poter essere pronti al collasso. Ma non basta parlar di un vago antropocene per tirarsene fuori.

Il Prontuario invita piuttosto a fornirsi di concetti e pensieri come armi (non è un caso che il primo paragrafo dell’Assiomatica ecosofica sia dedicato proprio alla formazione della macchina da guerra), a calarsi in una dimensione conflittuale che ci accompagna nel nostro essere e posizionarci, nella contraddizione vivente che ogni essere umano incarna, non per risolverla, ma per attraversarla e attraversarsi. Un invito ad una politica transindividuale non per scelta ideologica, ma per necessità pratica, ontologica, programmatica.

Certo, la macchina da guerra è ancora da perfezionare, e nella lettura troveremo più possibilità per gli assemblaggi che istruzioni per l’uso: chi scrive non sa dove sarà portato, con chi farà rizoma, un’indeterminatezza determinata proprio dalla prospettiva al di là del bene e del male, quanto piuttosto d’azione, di un pensiero che ha la necessità di farsi azione. E ci si chiede, attraversati dalle traiettorie di cui questo libello è densamente riempito, quando e se si riuscirà ad infrangere anche il piano, concettuale e politico, a cui sembriamo incatenati, quando e se l’orizzontalità tanto invocata smetterà di essere un ideale a cui costringere e su cui appiattire soggetti, individui, prassi e sguardi; quando riusciremo a solcare le superfici della Terra, tracciando e definendo piani pronti a infrangersi fra loro, creare e scalare catene montuose tanto quanto piatte e lisce pianure, solcare mari che si confondono con il cielo, seguendo linee che nulla hanno più del binomio orizzontale-verticale. Per un pensiero che sia finalmente fedele alla Terra.

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