Rassegnarsi e insorgere

La lezione cilena

Istubalz_Apocalisse 7 2020
Istubalz, Apocalisse 7 (2020).

Nazismo e liberismo

Il ciclo neoliberale cominciò nel 1973, quando gli economisti nord-americani di scuola neoliberista usarono un assassino chiamato Pinochet per distruggere l’esperimento democratico di Salvador Allende nell’interesse dell’economia di profitto. Quando l’insurrezione cilena dell’autunno 2019 costrinse il governo Piñera ad accettare il processo elettorale che portò all’affermazione di Boric e all’avvio del processo costituente, dicemmo: dove tutto è cominciato là tutto potrebbe concludersi. Potrebbe. È stata l’ultima illusione. Ora sappiamo che non è andata così e forse dobbiamo abbandonare l’illusione che un’iniziativa politica (un’azione volontaria) possa fermare l’apocalisse che cinque secoli di capitalismo imperialista hanno preparato e che ora si svolge inarrestabile, non arrestabile almeno dall’azione volontaria degli umani.

Questo dovrebbe condurci a una considerazione sulla diserzione di comunità autonome insurrezionali dal destino dell’umanità planetaria. Ciò vuol dire: per lungo tempo credemmo che i movimenti sociali avessero la prospettiva di trasformare l’insieme della società. In questo senso abbiamo interpretato le insurrezioni come innesco di rivoluzioni, cioè abbiamo interpretato l’atto di rivolta e sottrazione come l’innesco di un processo di rovesciamento degli equilibri sociali e di trasformazione radicale della società nel suo complesso. Quel modello, che funzionò (in modo sempre imperfetto) nel ventesimo secolo, non funziona più. Non esiste più alcuna possibilità di fermare e rovesciare tendenze che hanno carattere di irreversibilità e che non dipendono più dalla volontà politica, neppure quella dei grandi poteri politici che fingono di potere e non possono più nulla (salvo aggiungere distruzione alla distruzione in corso).

Abbandonare le illusioni, dunque. Rassegnarsi alla fine dell’illusione moderna (democrazia, prosperità, progresso), prepararsi a moltiplicare le insurrezioni, cioè i momenti di autonomia collettiva che possono risolversi in azioni collettive di diserzione, e di autocostituzione secessiva. Nella mareggiata globale di rivolte senza progetto dell’autunno ’19, il Cile sembrava essere il luogo in cui più che altrove si manifestava la coscienza del contesto storico di lungo periodo, e delle scelte da compiere nell’immediato futuro: riscrivere la costituzione dal basso come carta dei diritti sociali e soprattutto come affermazione del primato della società rispetto all’impresa. Il Cile sembrava essere il luogo dove la dittatura nazi-liberista poteva finire. Non è così.

Il liberismo globalitario si affermò nel ’73 grazie alla dittatura militare e alla violenza. Negli anni di Thatcher e di Reagan la controrivoluzione sperimentata in Cile e in Argentina si generalizzò a tutto l’Occidente come violenza economica contro ogni tentativo di difesa della società. Non dobbiamo dimenticare del resto che la filosofia del Neoliberismo si fonda sugli stessi principi su cui si fonda il nazismo hitleriano: selezione naturale, imposizione della legge del più forte nella sfera sociale, eliminazione di ogni differenza tra la società e la giungla. Il progetto nazi-liberista si è imposto nel mondo attraverso l’eliminazione delle avanguardie operaie, la ristrutturazione tecnica della produzione, la privatizzazione della scuola, del sistema sanitario, dei trasporti pubblici e attraverso l’occupazione privata dei media. La storia ufficiale del ventesimo secolo ci racconta un conflitto nel quale si muovono tre attori principali: il movimento operaio comunista che si concretizzò (malauguratamente) nell’esperimento sovietico, il nazi-fascismo di derivazione europea che dopo la seconda guerra mondiale attecchì con virulenza nell’America latina, e il liberismo, forma estrema del predominio capitalista del profitto privato.

Dopo la seconda guerra mondiale la democrazia prevalse grazie all’alleanza (puramente militare) tra anglo-americani e sovietici, e il nazi-fascismo scomparve dalla storia. Questa narrazione è falsa, e oggi è importante capirlo non per ragioni meramente storiografiche, ma perché quella narrazione confonde la nostra comprensione. È falsa perché in verità gli attori erano e sono due: la società , capace talvolta di autonomia (insurrezione) e il nazi liberismo. Non c’è mai stata una contrapposizione radicale tra capitalismo anglo-americano e nazi-fascismo. Nel 1914 prima e nel 1939 un conflitto inter-imperialistico ha opposto due blocchi, quello delle potenze colonialiste consolidate e quello delle potenze colonialiste emergenti, ma come ogni altra guerra inter-imperialista quel conflitto non comportava un’alternativa di sistema. Allo stesso modo oggi assistiamo a una guerra tra NATO e Russia neo-zarista, tra democrazie liberali e nazional-sovranismo nella quale non è in discussione il carattere capitalistico, estrattivista, del modello economico dominante.

Il fascismo e il Nazismo non sono soltanto esibizione di una violenza delirante, ma anche e soprattutto l’ultima risorsa del suprematismo bianco e dell’imperialismo capitalista. Quando il suprematismo è in pericolo per l’emergenza di nazionalismi contrastanti o per l’ascesa di civiltà inconciliabilmente ostili, esso abbandona la forma democratico-liberale e veste la camicia bruna. La relazione tra suprematismo bianco e nazismo è chiara ai marxisti africani e afro-americani come Cedric Robinson che in On Racial Capitalism (Pluto Press, 2019) sostiene che lo schiavismo e il razzismo sistemico sono del tutto assimilabili al Nazismo hitleriano. Se volessimo esercitarci nella macabra elencazione di cifre scopriremmo che il colonialismo inglese o quello spagnolo sono responsabili di massacri e genocidi analoghi per numero e per atrocità a quello concepito da Hitler, e che l’ascesa degli Stati Uniti d’America è inseparabile dal genocidio degli indigeni e dalla deportazione e sottomissione schiavistica di almeno dieci milioni di africani.

Dal 2016 in poi viviamo in un’epoca che sembra essere caratterizzata da una lotta mortale tra democrazie liberali autoritarismo sovranista con caratteri apertamente razzisti e fascisti. Questa descrizione è del tutto falsa. Infatti i nazionalisti autoritari sono i più solerti nel perseguire politiche neo-liberiste di riduzione delle tasse per i ricchi, di privatizzazione forzata dei servizi sociali, di precarizzazione del lavoro e di riduzione dei salari. E i democratici liberali sono i più solerti nel perseguire politiche suprematiste e razziste, come mostra il caso italiano in cui l’assassinio per acqua dei migranti è stato sancito legalmente da un democratico di nome Marco Minniti che ha consegnato ai torturatori libici un numero incalcolabile di donne uomini e bambini che fuggivano le guerre e la miseria seminate dall’Occidente. Nella storia cilena questa indissolubile unità del nazismo e del liberismo apparve evidente fin dagli anni Settanta.

Le due teste del drago

Io non prevedo che nella guerra tra liberal-democrazia e sovranismo autoritario prevarrà il Bene o il Male, perché non credo affatto che la democrazia liberale sia il Bene, né penso che il fascismo che cresce dovunque sia il Male. Penso che siano le due teste del drago prodotto dal capitalismo globale nella sua fase agonica, e prevedo che la guerra tra queste due teste prepari la fine della civiltà umana. Niente di meno, niente di più. Perciò prendiamocela calma, e cerchiamo di capire.

I conformisti democratico-liberali rimuovono il fatto che la maggioranza li odia a tal punto da votare per chiunque gli odiati benpensanti mostrino di odiare, schifare e soprattutto temere. Insomma: quando Trump iniziò la sua ascesa ci si rassicurava dicendo: fa talmente schifo, è talmente falso che certamente la maggioranza degli americani, che per natura sono buoni e democratici, lo sfanculerà totalmente. Accadde il contrario: la maggioranza degli americani, che per natura sono razzisti e vendicativi, sfancularono Hillary Clinton.

I democratici italiani avvertono l’elettorato: attenzione quelli là sono fascisti, cioè cattivi. Votate per noi che siamo liberali e democratici, cioè buoni. Perderanno, perché la maggioranza degli italiani, impoveriti e inaciditi da quaranta anni di riforma liberale, intendono far del male a quei presuntuosi sfruttatori che pensano di rappresentare il bene.

Per l’ennesima volta abbiamo creduto nella democrazia

Nell’autunno del 2019 pensammo che la rivolta segnasse l’inizio di una fase in cui il dominio nazi-liberale veniva finalmente messo in questione, e per questo attribuimmo alla vicenda cilena un valore universale. Dopo l’estallido venne la sindemia, poi vennero le elezioni, poi il plebiscito che decretò a larghissima maggioranza l’abolizione della Costituzione del 1980, e quindi l’inizio del processo costituente che ha condotto alla proposta di una Costituzione moderatamente post-liberale. Non è mia intenzione discutere lo specifico del processo costituente, gli errori, le debolezze che l’hanno caratterizzato. Mi limito a constatare che il 4 settembre il referendum ha sancito la sconfitta della nuova Costituzione femminista, ecologista, plurinazionale. Per l’ennesima volta abbiamo creduto nella democrazia. Per l’ennesima volta la società è stata sconfitta. Per l’ennesima volta il capitalismo ha affermato la sua insuperabilità.

La ragione principale della sconfitta che il movimento operaio ha subito nel Ventesimo secolo, la ragione dell’affermazione del modello neoliberale che ha sottoposto l’organismo umano e l’ambiente terrestre a uno sfruttamento devastante del quale oggi cominciamo a misurare la drammaticità, sta a mio parere nell’incapacità di dar vita a forme di autonomia economica della società, e nella fiducia che il movimento operaio ha avuto, fin dal suo inizio, nella forza della legge e particolarmente in un modello di gestione della vita sociale che va sotto il nome di democrazia. L’esperienza ha dimostrato che la democrazia liberale non corrisponde affatto a una condizione di libertà della decisione né a una forma di governo efficace della macchina socio-economica. La democrazia, come l’abbiamo conosciuta nel ventesimo secolo in parte del mondo occidentale, è una macchina di sistematica dissipazione dell’energia politica della società, e di sistematica riaffermazione del dominio degli automatismi.

Le due condizioni che renderebbero la democrazia un modello efficace di gestione della società (libera formazione della volontà collettiva, ed efficacia delle decisioni politiche) non si danno assolutamente in nessuno dei paesi che si proclamano orgogliosamente democratici. La volontà collettiva (opinione e decisione) è infatti dominata e guidata da macchine mediatiche pervasive il cui controllo è nelle mani della classe proprietaria. E quando anche la dinamica democratica consegna il potere politico al movimento operaio, come è accaduto in alcune occasioni nella storia recente (pensiamo alla Grecia del 2015) la potenza degli automatismi finanziari, tecnici e militari non può essere neppure scalfita dai governi democraticamente eletti.

Credere nella democrazia, credere nella forza della legge è stato un errore letale che ha condotto il movimento operaio a soccombere, lasciando la società in preda della violenza economica. Il prevalere del modello neoliberale, contemporaneo alla sconfitta dei movimenti autonomi che attraversano l’occidente nei decenni Sessanta e Settanta, si è fondato sull’affermazione filosoficamente ingannevole secondo cui la democrazia rende possibile affermazione efficace della volontà libera della società. Non c’è alcuna libertà nella formazione della volontà collettiva, e comunque non c’è alcuna efficacia della volontà politica, una volta che questa si è formata. Dunque la legge non conta nulla, senza la forza per imporla, come dimostra la storia di un paese, l’Italia, che pur avendo una Costituzione molto avanzata sul piano dei principi, non ha mai applicato in modo coerente i principi affermati sulla Carta.

Rassegnarsi e insorgere

L’obiezione che si può rivolgere al mio ragionamento è facilmente immaginabile: esiste un modo alternativo a quello democratico? Sappiamo che l’abbattimento violento del potere statale ha condotto all’instaurazione di stati autoritari che non hanno creato le condizioni di una società libera dallo sfruttamento. Ma quel che ho imparato dall’esperienza cilena degli ultimi anni è questo: l’insurrezione è possibile, essa può creare condizioni per la fioritura di una società autonoma, provvisoria nel tempo e limitata nello spazio, ma non può trasformare durevolmente l’insieme dei rapporti sociali né attraverso il metodo democratico né attraverso il metodo rivoluzionario.

La promessa della modernità, di eguaglianza, prosperità, e pace, è svanita e a questo occorre rassegnarsi. La parola rassegnazione non ha una buona fama, se non si crede che occorre piegarsi alla volontà di dio. Io non credo che la volontà di dio governi il corso delle cose umane, ma credo che rassegnarsi alla fine delle illusioni non sia di per sé una cosa cattiva. Rassegnazione e insurrezione possono andare insieme, a patto che rinunciamo all’idea che l’insurrezione può vincere. Sui muri delle città cilene qualcuno ha scritto: No era depresion era capitalismo. L’attivazione dei corpi desideranti e la mobilitazione dell’intelligenza collettiva agiscono come una cura della sindrome depressiva, questo è noto. Nei mesi dell’autunno 2019 il capitalismo non era stato abolito, ma continuava a dominare il lavoro e la vita sociale. Dunque quella frase scritta sui muri non significava che la depressione finisce (o si sospende) quando il capitalismo non c’è più.

Significava invece che vivere nelle condizioni della sottomissione e della competizione provoca depressione. Ribellarsi collettivamente, fermare la vita regolare delle città, sperimentare forme creative di vita urbana e di consumo collettivo ha una funzione terapeutica, e può anche avere (a patto che ci rassegniamo all’impossibilità del superamento) la funzione di invenzione di modelli di vita sociale frugale e felice. La diserzione dal territorio simbolico dell’ordine costituito agisce come creazione di una dimensione simbolica autonoma che può darsi regole, può difendersi, può proliferare, a patto di non pretendere a rovesciare l’irreversibile.

È questa la lezione che io ho appreso dall’esperienza cilena: nulla può fermare l’apocalisse che cinque secoli di devastazione imperialista hanno prodotto. Ma è possibile creare isole sia pur limitate nel tempo e nello spazio in cui la depressione si sospende, e la vita felice è possibile, senza pretendere l’eternità.

Questo articolo è uscito anche su Neuromagma il 14.09.2022

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