Teologia del lavoro

Che lo spirito del manager sia con voi

Claire Fontaine STRIKE (K. font V.III) 2005 2007 (2000x1500)
Claire Fontaine, STRIKE (K. font V.III) 2005/2007.

Una giovane in viaggio verso l’Alaska in cerca di lavoro viene colta a rubare una scatoletta di cibo per il suo cane Lucy nel drugstore semivuoto di una cittadina depressa dell’Oregon dove le fabbriche hanno chiuso e non c’è lavoro. Uno dei dipendenti la ferma mentre sta per uscire per segnalare il furto al suo capo. Come si intuisce dagli sguardi che i due si scambiano si potrebbe evitare la denuncia alla polizia ma il giovane dipendente precisa: «Le regole sono valide per tutti. Se una persona non può permettersi cibo per cani non dovrebbe avere un cane. Si tratta di dare un esempio». Un esempio per chi? Per nessuno, è evidente, visto che la ragazza non è di quelle parti e nel drugstore come in giro nella città c’è soltanto solitudine. Il giovane in questo modo dimostra la sua inflessibilità di fronte a qualunque atto, anche il più insignificante, che possa mettere a rischio il suo posto di lavoro oltre che la sua fedeltà al capo. Questa scena del film di Kelly Reichardt, Wendy e Lucy, descrive bene come l’erosione della compassione sia anche l’effetto della totale destrutturazione delle relazioni e dell’appartenenza di classe.

Le politiche del lavoro nella società capitalistica sono riuscite a distruggere qualunque forma di riconoscimento e a rendere ogni individuo isolato nell’illusione della sua libertà, oltre che vulnerabile nelle manifestazioni di potenziale dissenso. Il lavoro al tempo d’oggi è considerato un privilegio che si basa sulla retorica del «self management» al servizio dell’impresa. Il famoso discorso alla Bocconi di Sergio Marchionne – tipo ideale del dirigente infaticabile, energico, mai fermo, immerso totalmente nella sua realtà professionale – nel quale si lamenta del provincialismo dei lavoratori italiani che vanno in ferie ad agosto nel momento in cui l’azienda, la Fiat, è in calo, rappresenta meglio di qualunque altra formula il credo del tardo capitalismo. «Perdevo 5 milioni di euro e tutti erano in ferie. In ferie da cosa?». Perché i lavoratori dovrebbero fermarsi, andare in ferie e non esser dediti al lavoro se l’azienda va male? Come ogni buon manager dovrebbero sacrificarsi per il bene dell’azienda anche da semplici dipendenti. Quello che dal discorso di Marchionne si evince è che il lavoro nel tardo capitalismo liberista non è altro che una attività al servizio dell’economia, l’essenza dell’esistenza umana nel quale ognuno deve mettere tutto se stesso anche se esso non sempre è sufficiente per una vita dignitosa.

È quello che accade a tanti lavoratori. D’altronde Marx lo aveva intuito, anche i capitalisti sono sottomessi al «mostro animato». Il Capitale ha l’anima in corpo, scriveva, è vivo, e per questo ha necessità come tutti di nutrirsi. E si nutre infatti anche di coloro che lo venerano. Questo avviene oggi in tutti i campi del lavoro, anche tra coloro che immaginano di essere dei privilegiati «lavoratori cognitivi», sottomessi al soddisfacimento delle ambizioni e alla razionalità della concorrenza e della prestazione, necessarie alla sopravvivenza in un sistema dove la tecnica ha sostituito il sapere.

Questa teologia dell’efficienza legittima il conflitto orizzontale, interno alle classi, e trasforma il lavoro in una attività di «nobilitazione dell’indifferenza» – come è per il giovane dipendente del drugstore – mascherandola da autonomia e motivazione. Una vera e propria sublimazione dell’io. La storia delle lotte di classe, per la verità, insegna che anche della morale e delle virtù si può fare un uso capitalistico. Bob Coates – protagonista del romanzo di Valerio Evangelisti One Big Union sul sindacalismo rivoluzionario americano di fine Ottocento – è una spia al servizio delle agenzie investigative al soldo dei capitalisti contro i lavoratori in sciopero: «Sono i lavoratori che invidiano i ricchi – spiega alla figlia – solo perché sono ricchi. Credono di essere vittime di un’ingiustizia. Non capiscono che a ognuno, negli Stati Uniti, è data la possibilità di evolversi, di migliorare la propria condizione. Non siamo in Europa, dove certe fortune dipendono dal sangue e dal casato. Qui la base di tutto sono il duro lavoro e uno stile di vita morale, parco e onesto». Coates è in fondo un proletario reclutato dalla polizia privata che conduce un’esistenza da miserabile e continua la sua missione in nome di una falsa morale anche quando viene abbandonato dai suoi padroni.

L’ideologia moralistica del capitalismo contemporaneo (che non riguarda solo il lavoro) non è molto lontana da quella del capitalismo industriale dell’Europa del XIX secolo, quando si tendeva a distinguere tra «classi laboriose e classi pericolose”, ovvero tra coloro che umilmente si asservivano ai padroni lavorando senza reclamare nulla e coloro che invece erano considerati portatori di un’amoralità contagiosa. Il capitalismo contemporaneo si alimenta dell’idea che ognuno possa «guadagnarsi» l’accesso alle risorse, finanche quelle morali, indipendentemente dalla propria condizione sociale, con la perseveranza, con l’impegno e con il merito. Questa idea quasi religiosa della centralità delle virtù individuali ha degli effetti sul piano materiale: limita la possibilità di vedere se e quanto le strutture della società sono di ostacolo per la mobilità sociale, e annulla completamente la possibilità di ragionare in termini di classe. Ha senso pensarsi appartenenti a una classe sociale in una «società di individui», dove ciò che conta è la capacità di ognuno di costruire da sé le proprie opportunità grazie alle virtù che si è stati capaci di coltivare?

Una classe sociale non è un insieme informe di individui – come nel tardo capitalismo si vorrebbe che fossero tutte le cose (fluide, sfuggenti, immateriali ecc…) – non è composta da una eterogenea amalgama di soggettività che hanno interessi singolari da perseguire e istanze egoistiche da porre alla società. Una classe sociale non rappresenta solo l’insieme di individui che ha una posizione sociale più o meno simile all’interno della struttura sociale. È anche questo, certo, ma non solo questo. La classe sociale descrive la relazione che un «soggetto collettivo» ha con l’apparato di potere. Se si ammette l’idea che in ogni società vi sono dei rapporti di potere, e questo mi sembra fuori discussione, non si può non ammettere la necessità di comprendere il modo in cui gli apparati di potere agiscono verso le classi. Ragionare in termini di classi sociali significa ripensare lo spazio del conflitto del quale sono parte i cittadini e i lavoratori tutti, e spostarlo dal dominio della «sovranità individuale» a quello del collettivo. Significa riconoscerne la capacità trasformativa e contrastare il progetto capitalistico tra i cui fini vi è quello di depotenziare qualunque forma di organizzazione sociale.

Tempo fa “The Economist”, giornale di orientamento storicamente liberista, incorona (e non è un caso!) l’Italia di Mario Draghi paese dell’anno per la gestione della pandemia e perché l’economia si sta riprendendo meglio delle altre. Dovremmo esserne felici, ma siccome conosciamo lo statuto del lavoro nel capitalismo, e sappiamo che esso ha un carattere unicamente economicistico che non necessariamente ha a che fare con la felicità e la dignità dei lavoratori, nutriamo qualche dubbio. Il capitalismo si basa sulla produttività del lavoro, sulla necessità cioè di aumentare sempre più i profitti di fronte ai mezzi impiegati e non certo sulla piena realizzazione degli individui. Va così da centinaia di anni. Il rapporto tra mercato e lavoro è un rapporto inevitabilmente conflittuale. Il mercato è uno spazio di chiari indirizzi (competizione, produttività, efficienza ecc..) – lo diceva Elsa Fornero da Ministro del lavoro quando parlava dei giovani schizzinosi (choosy): «nel mercato devi entrare, ti devi attivare e poi magari migliorare», non certo lamentarti di venir pagato una miseria, potremmo aggiungere. E infatti i giovani ai quali si rivolgeva potevano aspirare solo alla sopravvivenza, nulla di più.

Una classe è composta da una infinità di lavoratori molto diversi tra loro – Marx lo sapeva molto bene anche se vedeva il motore della lotta di classe nel proletariato industriale – e questa classe esiste anche se non è riconosciuta dall’esterno, dalle formazioni politiche e dagli studiosi, o anche quando essa stessa non si riconosce. La classe si forma come soggetto storico quando prende coscienza e agisce come totalità, scriveva György Lukacs rileggendo Marx, attraverso quella «riforma della coscienza» che ha ad oggetto se stessa in opposizione all’ordine esistente. Ritornare a ragionare in termini di classe oggi è necessario per comprendere le asimmetrie del sistema sociale, per immaginare forme di riconoscimento, per la ricomposizione delle relazioni tra coloro che non sanno di avere posizioni e possibilità comuni, come il giovane dipendente del drugstore in crisi che ha paura di perdere il lavoro e la giovane nei guai alla continua ricerca di lavoro.

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