Terra, Casa, Lavoro

Una ricezione complicata

Gian Maria Tosatti, Sette Stagioni dello Spirito - 1_La pes2
Gian Maria Tosatti, Sette Stagioni dello Spirito (2013-2016) 1_La peste, 2013 - Courtesy Fondazione Morra, Napoli e Galleria Lia Rumma, Milano-Napoli.

Lo spazio messo a disposizione qui per discutere la trasformazione in corso nella Chiesa cattolica è un’opportunità che sono felice non sia andata sprecata. L’idea è nata dalla pubblicazione per l’editore Ponte alle Grazie dei tre discorsi pronunciati da papa Francesco in occasione degli Incontri mondiali con i movimenti popolari (cartoneros, campesinos, indignados, sindacati e movimenti per i beni comuni) che si sono svolti dal 2014 al 2016 (Terra, casa, lavoro. Discorsi ai movimenti popolari, 2017). La decisione del manifesto di distribuire questo libretto – curato e commentato da chi scrive con l’introduzione dello storico della Chiesa Gianni La Bella – ha sollevato un discreto clamore, un ampio interesse e alcune critiche. Come sempre, una volta «lanciato» un libro vive di vita propria e, quando va bene, genera percorsi e processi autonomi. Nel caso di questa pubblicazione, le diverse ricezioni sembrano aver abbozzato una mappatura molto interessante anche dal punto di vista politico.

Innanzitutto, come era prevedibile (e auspicabile), l’uscita del libro con il «quotidiano comunista» ha sollevato lo sdegno delle destre e degli ambienti conservatori cattolici. Sui siti tradizionalisti, che consiglio di consultare per la loro irresistibile comicità involontaria (http://www.communitylacroce.it/el-pueblo-unido-di-papa-francesco/ – http://www.lamadredellachiesa.it/il-manifesto-sponsorizza-papa-francesco/), sono fioccati gli insulti contro il «pontefice rosso», ma l’opportunità di utilizzare la pubblicazione per polemizzare non è sfuggita neppure ad alcuni quotidiani di diffusione nazionale. Il 6 ottobre La Verità di Maurizio Belpietro sbatteva in prima pagina, come uno scandalo, la pubblicità del libro. Leggermente più fine Libero, che si interrogava su quale sarebbe stata la reazione negli ambienti vaticani; decisamente più divertente Il Foglio, che pubblicava in forma anonima la storiella gustosa di un cardinale indignato. Ora, è evidente che senza l’autorizzazione da parte della Libreria Editrice Vaticana, che detiene (e diffonde a sua discrezione) i diritti sui testi pontifici, l’editore non avrebbe potuto pubblicare il libro e Il manifesto diffonderlo. Ma affermare che il papa ha «scelto» quella sede è una fake news. Va precisato, infine, che, se nel complesso i media cattolici hanno accolto con interesse l’iniziativa – si vedano VaticanInsider.it, blog della Stampa, e Avvenire, che ha ospitato un’intervista a Norma Rangeri – anche tra i critici c’è chi ha saputo sfruttare la carta con più intelligenza. È questo il caso del vaticanista Sandro Magister, che sul suo blog sull’Espresso (Settimo Cielo) è entrato nel merito degli incontri, mettendo in evidenza le strette connessioni tra gli ambienti curiali vicini al papa e i rappresentati dei Sem Terra e degli Slum Dwellers; i rapporti con il Forum Sociale Mondiale; la presenza di esponenti della sinistra marxista, insomma una minestra indigeribile per molti e sulla quale ora torneremo più nel dettaglio.

Che le destre avrebbero reagito era qualcosa di previsto, soprattutto alla luce delle spaccature che si sono create dentro la Chiesa: si pensi, per esempio, ai dubia espressi da alcuni cardinali sull’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia e, più precisamente, attorno al nodo dei divorziati risposati, ma si pensi soprattutto alle spaccature politiche con le forze anti-immigrazione oppure sull’«enciclica verde» Laudato si. La ricezione del libro in alcuni ambienti laici e progressisti non è stata però meno contrastante. Su Left è stato pubblicato un articolo del sociologo Marco Marzano, che stroncava l’operazione senza neppure menzionarne i contenuti critici e distorcendo volutamente il senso della pubblicazione. Micromega ospitava un articolo di Michele Martelli che evidenziava alcune contraddizioni del pensiero di Bergoglio, peraltro ampiamente analizzate nel libro. Anche in questo caso, si tratta di punti di vista da inserire in un orizzonte più ampio, si veda per esempio il favore con il quale il libro è stato accolto da Radio Radicale, non proprio la punta più avanzata del clericalismo. Tuttavia, non c’è dubbio che la decisione del manifesto abbia messo a nudo le contraddizioni: quelle del papa, nel libro, e quelle della sinistra nella sua ricezione e quindi, da ultime anche le proprie. In primo luogo, va specificato che il lavoro che ha portato alla pubblicazione è stato impostato molto prima dell’accordo tra l’editore e Il manifesto per la sua diffusione. Questa scelta è stata invece il punto di approdo di un crescente interesse nel corso dei primi quattro anni di pontificato (oltre che, ovviamente, un’intelligente operazione commerciale e di visibilità per un quotidiano certo non sulla cresta dell’onda). Se si vanno a riprendere i numeri dell’immediato post-elezione si troveranno toni tutt’altro che entusiastici nei confronti del papa venuto dall’Argentina di Videla. Dal Non è Francesco del 14 marzo 2013 a Terra, Casa, Lavoro, cosa è successo? La risposta è quasi banale: un cambio di passo del quale era impossibile non accorgersi.

Non è questa la sede per ripercorrere i tanti gesti simbolici che hanno scandito questo processo di accreditamento del papa negli ambienti della sinistra internazionale: la visita a Lampedusa, gli interventi contro la guerra in Siria, la denuncia delle politiche europee sulle migrazioni, le sferzate contro Trump e poi naturalmente le tante, tantissime parole pronunciate contro il sistema neo-liberista. Senza intervenire sulla dottrina e senza fare passi indietro sulle posizioni in materia di bioetica e di contrasto al «relativismo secolarizzante», papa Francesco ha messo la questione sociale al centro della sua agenda pastorale, modificando così l’ordine del discorso e facendo del suo messaggio politico un qualcosa di credibile e di forte. Già nell’ottobre 2014, cioè al primo degli incontri dei movimenti popolari, Guido Viale sul manifesto e Ignacio Ramonet su Le Monde diplomatique avevano colto il potenziale di un’assemblea che aveva raccolto molte delle sigle del Forum sociale mondiale attorno a un programma di lotte sociali. Stiamo parlando di centinaia di sigle di movimenti (in maggioranza laici e provenienti dall’America latina) che praticano attivamente il conflitto attraverso pratiche di disobbedienza e che, stando a quanto è emerso dai documenti finali della rete, non intendono certo uniformarsi al catechismo (una richiesta che peraltro la Chiesa non ha fatto). Il volume di Ponte alle Grazie è stato dunque il risultato di una stratificazione di eventi che il manifesto non aveva mancato di seguire nel loro svolgimento, così particolare per la sua mescolanza tra alto e basso, profano e religioso. L’elemento di maggiore interesse era ovviamente rappresentato dall’inedito protagonismo della Santa Sede e della sua guida.

Presentando il libro sul quotidiano del 4 ottobre, Luciana Castellina ha scritto che «la grande innovazione di cui Papa Bergoglio si è fatto paladino sta nel dire che i poveri bisogna amarli e aiutarli e che poi andranno in paradiso, ma che devono alzare la testa e combattere qui e oggi, su questa terra e in questo tempo. E nel chiedere ai movimenti, e cioè alla politica, di farsi carico di generare i processi necessari». Vittorio Agnoletto ha giustamente osservato che siamo un passo oltre la dottrina sociale, siamo di fronte a un papa post-ideologico e, per certi aspetti – possiamo aggiungere – a un populista del tempo presente, in tutte le diverse accezioni che sappiamo possono essere date a questo lemma e che, in questo caso, si collegano direttamente alla storia della teologia del popolo argentina del Novecento. «Il comunismo non c’entra – spiega ancora la Castellina – ma il focus significante delle parole del papa ha certo a che fare con i movimenti rivoluzionari». Come possiamo leggere altrimenti i programmi che sono stati stilati al termine dei tre incontri? Sono consultabili sul sito dell’EMMP e sono ricchissimi di riferimenti alle lotte concrete – riappropriazione delle fabbriche, occupazione delle terre, occupazione degli spazi urbani – e alle loro parole d’ordine: lavoro giusto, reddito, cittadinanza, riappropriazione e difesa dei beni comuni. Il tratto unificante è la denuncia radicale dell’ordine neoliberale mondiale, la medesima che orienta tutti e tre i discorsi del papa.

Certo, come è stato giustamente fatto osservare da più parti, nei discorsi del papa e, soprattutto, nel tentativo di un incontro con le forze laiche e progressiste esistono delle contraddizioni macroscopiche, alcune delle quali sono analizzate in questo nostro focus e che vale la pena ripercorrere anche solo sommariamente. In primo luogo, c’è il problema della biopolitica. Non è evidentemente un punto secondario, dal momento che tocca direttamente anche le ambiguità della sinistra storica nel fare i conti con il rapporto tra riscatto sociale e emancipazione dei corpi. Su questo campo non solamente non si sono registrate significative discontinuità con la dottrina sessuale della Chiesa, ma neppure è lecito aspettarsele. In più occasioni Bergoglio ha sostenuto la tesi secondo la quale i diritti civili sarebbero un derivato della cultura relativista e secolarizzata. A suo giudizio, del tutto irrilevanti, per non dire dannosi, in una prospettiva di riscatto delle masse. C’è poi il problema della concezione interclassista della categoria di popolo che contraddistingue la sua teologia. Come si è detto, papa Francesco identifica nei subalterni il soggetto del cambiamento, ma non sposa una vera analisi di classe come era stato nel caso della teologia della liberazione di Gutiérrez e Boff. Il disegno complessivo è quello di un’ecologia umana, in cui il problema socio-ambientale si collega a una presunta deriva antropologica. In modo non diverso da Benedetto XVI, papa Francesco individua dunque nell’idolatria dell’Occidente il punto di crisi che tiene insieme la battaglia per la difesa della vita (contro l’aborto, la diffusione di quella che chiama «l’ideologia del gender», ecc.) e quella per la difesa del Creato. La piattaforma dei movimenti riuniti in Vaticano non ha sposato integralmente questa visione socio-religiosa, tuttavia i documenti papali sono stati la bussola che ha guidato la genesi della rete internazionale.

Tornando in conclusione alle delle diverse ricezioni del libro, dovrebbe risultare ormai chiaro che nessuno, e men che meno i movimenti, ha inteso identificare in papa Francesco un potenziale leader della sinistra internazionale. Questo genere di osservazione è però rivelatrice delle enormi difficoltà della sinistra stessa. Spaccata, divisa in tribù e alla ricerca di totem, questa galassia sembra aver perso la convinzione delle proprie categorie, in primo luogo della laicità, spesso confusa con l’anticlericalismo, oppure al contrario sacrificata, anche perché mai realmente assimilata, da quegli intellettuali che ricercano nella Chiesa una madre premurosa per i loro istinti antimoderni (e che, fateci caso, di solito non vedono di buon occhio il papa argentino). Sembrano davvero lontanissimi gli anni del post-concilio Vaticano II, quando la sinistra storica era ancora in grado di comprendere le trasformazioni con l’ambizione di intercettare laicamente (e criticamente) le potenzialità della riforma religiosa. In mezzo, ci sono stati il declino del Pci, delle nuove sinistre, ma anche della stessa Chiesa, uscita profondamente indebolita dal quarantennio di Wojtyla e Ratzinger e piagata dalle scabrose vicende di pedofilia del clero. Il risultato è stato uno scadimento complessivo del confronto politico-culturale in un momento storico in cui sono i legami sociali del Novecento che stanno venendo meno.

Ecco allora che in questo quadro la decisione del manifesto di pubblicare i discorsi del papa può essere interpretata come un’affermazione di non autosufficienza ideologica, di volontà di contaminazione, e di superamento del Novecento lungo i binari stessi di quel secolo che aveva visto nel quotidiano comunista uno dei canali del confronto con il cattolicesimo riformatore. Anche in questo caso, molto ci sarebbe da dire sull’organicità con la quale determinate istanze vengono portate avanti. Ugualmente sarebbe da aprire una riflessione sui rischi di una politica che spesso e volentieri sembra aver sacrificato la dimensione dell’analisi sociale (verrebbe da dire di classe) in favore di una dimensione sterile del diritto, che indebolisce la portata stessa dell’emancipazione dei corpi. Su chi invece plaude al papa argentino «perché dice le cose che noi non diciamo più» poco c’è da aggiungere sui danni della politica della nostalgia.

Nondimeno, a giudizio di chi scrive, l’esperienza degli incontri mondiali dei movimenti popolari e le parole pronunciate dal papa in quel contesto rimangono uno strumento, volendo usare parole forti un’arma, nelle mani di tutti coloro che vogliono radicalizzare le contraddizioni, a partire dalle proprie. Non è un caso che i media mainstream abbiano praticamente ignorato questi incontri nella loro opera di incensamento di papa Francesco. Sarebbe eccessivo dire che sono stati incontri scomodi. Più semplicemente, sono stati considerati inutilmente folcloristici. Vale la pena ricordare, come conclusione, che pochi giorni dopo la pubblicazione del libro alcuni lavoratori stagionali hanno occupato Cattedrale di Foggia per chiedere il diritto ad una vita dignitosa e esortare la diocesi a mediare la vertenza in sintonia con le parole del papa sul lavoro. Esperienze simili ci sono state in altre città industriali, e gli stessi movimenti sociali riuniti in Vaticano, sono stati i primi a prendere parola contro l’enorme patrimonio ecclesiastico oppure, come è successo a Bologna, cercando nella diocesi una sponda per la difesa delle occupazioni. Insomma, grande è la confusione sotto il cielo e interessanti sono i canali che si stanno attivando dal basso in un momento non particolarmente alto dal punto di vista delle mobilitazioni, e in cui la traducibilità politica delle istanze risulta particolarmente complessa.

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