Tradire la critica

Un saggio di Mariano Croce

Colwell
Virginia Colwell, Untitled Ruin no. 2, 2014, courtesy APALAZZOGALLERY

Che di tradimento si tratti è detto esplicitamente, e quasi rivendicato, con commisurata ironia, sin dall’incipit di Postcritica (edito per i tipi di Quodlibet), una vivacissima ricognizione del campo che Mariano Croce àncora ai concetti, di derivazione spinoziana, di asignificanza, materia, affetti. Il tradimento, vedremo fino a che punto e in quale misura, è ovviamente nei confronti della critica, «la più blasonata delle creature filosofiche» (p. 7) e – si potrebbe aggiungere – vero e proprio mot de passe di ogni intrapresa riconducibile al campo della filosofia (maxime se con velleità politiche). E tuttavia il distacco è forse indolore, ma certamente non senza strascichi: a cominciare dalla stessa scelta del termine, postcritica appunto, un rimando – quasi un doppio legame – che espone quest’ultima a una serie di incomprensioni dovute proprio al rinvio alla tradizione (della) critica, ancor prima (e più) che alla sterilissima diatriba circa il prefisso. Il possibile fraintendimento è duplice: il riferimento alla critica consente indirettamente all’orizzonte di senso tracciato da essa di imporre terreno di confronto e posta in gioco, che appare quella di un prendere posizione (a) secondo alternative mutuamente escludentisi (o comunque ordinabili gerarchicamente) lungo l’asse – variamente declinabile, ma fondamentalmente binario – giusto/ingiusto, autentico/inautentico o comunque migliore/peggiore, (b).

Ora, il problema è che la postcritica non intende affatto prendere posizione, se non quale effetto tra altri di un approccio primariamente incentrato su una specifica ontologia sociale e dettato da una immediata urgenza trasformativa, e di certo non intende farlo secondo le categorie sacralizzate dalla critica tradizionale. Il consiglio al lettore è dunque quello di leggere Postcritica, e di apprezzarne a pieno l’agile densità, dimenticando (o mettendo tra parentesi) ogni rimando alla critica (come funzione e come ambito). Del resto che la postcritica sia una forma di critica nei fatti è, anche in questo caso, detto con estrema e risolutiva chiarezza, quando si fa riferimento, nel tratteggiarla, a «un panorama concettuale […] capace di fare le stesse cose che fa o che faceva la critica in modo diverso, […] più efficace» (p. 8).

Ma è appunto il panorama concettuale a fare la differenza, e la differenza – al di là di ogni altra considerazione – è indubbiamente notevolissima. Detto in estrema sintesi, la postcritica rimanda alle infinite modalità di connettere cose, con la pretesa epistemica che forma e significato di esse dipendano essenzialmente dai modi stessi della connessione, e soprattutto che nessuna cosa preesista (quanto a individuazione e forma) alla specifica connessione che, dispiegandosi, la fa emergere. A rendere ciò che esiste diverso da quel che è – che è poi la sfida, se non l’obiettivo, che critica e postcritica condividono, e in cui la seconda dunque tradisce, in altro e differente senso, la prima – è non già una qualche opera di ricapitolazione del reale che sveli le forme di dominio in esso operanti ancorché (e proprio perché) inavvertite dagli attori sociali, quanto piuttosto un diverso modo di comporre e ricomporre ciò che si dà, creando e ricreando assemblaggi di cose che – è questo, lo ribadiamo, uno degli aspetti distintivi dell’alternativa postcritica – non preesistono alla loro stessa connessione.

Di qui la proposta di rimpiazzare il disvelamento di fantasmatiche presenze di meccanismi di dominio generalissimi e transcontestuali con la mappatura delle microtrame, dei dettagli, degli interstizi che innervano la realtà più minuta. Il tutto, però, con l’idea di fuoriuscire da quel regime di significazione per cui non si può accedere al mondo (e dunque conoscere) se non per tramite del linguaggio, una pretesa di assoluto che ha contraddistinto la filosofia degli ultimi due secoli. Si tratta non già di dire addio al linguaggio, quanto di rompere con l’idea che la significazione costituisca l’inaggirabile condizione di possibilità per ogni (altro) agire sul mondo, e di farlo per mezzo di un linguaggio asignificatorio che permetta l’emergere di una materia dotata di un potenziale creativo che precede – e di fatto, lungi dal subirlo, contribuisce a plasmare – il significante.

Se dunque la filosofia, nella declinazione postcritica, si fa osservazione, prima che interpretazione, di una rete di connessioni in continuo divenire, con l’obiettivo di scardinare ogni diade ontologica (naturale vs. artificiale, umano vs. non-umano, fenomeno vs. epifenomeno) per mappare le forme contingenti di una materia che esprime di volta in volta, dischiudendola, una conformazione diversa del mondo (e dunque un mondo diverso), non sarà incongruo illuminarne la logica ricorrendo a voci, per così dire, esterne al campo. Tanto più che a essere in gioco è anzitutto il modo in cui le diverse connessioni determinano e sono al contempo determinate dall’intensità, variabile ma sempre operante, della relazione affettiva (in senso spinoziano, vale a dire come insieme degli effetti in opera) tra soggetto conoscente e oggetto di cui si fa esperienza. Ecco allora che il secondo capitoletto, Topografia del non-linguistico, si volge alla discussione di due autori quali Giorgio Manganelli e Raymond Queneau, ma soprattutto di un’autrice, Clarice Lispector, capace, a giudizio di Croce, di rendere nella sua incontaminata asignificanza la presenza materica della parola (ma più ancora che l’algida possessione evocativa di Lispector a risultare illuminante è il rimando alle iperdescrizioni di Robbe-Grillet, lette assai felicemente come fonti di costante creazione e ricreazione di possibili sviluppi e punti di fuga narrativi).

L’asignificanza non consiste dunque in un abbandono estatico quanto ingenuo all’ineffabile, a misteriose eccedenze di senso (o di essenza) più presupposte che rilevate, quanto piuttosto la “desedimentazione” di una sclerotica calcificazione di significati fissi e gerarchicamente ordinati assegnati al referente, in forme tali da consentire l’emergere del potenziale demiurgicamente ridescrittivo di esso (laddove ridescrivere il reale significa determinare nuovi legami tra cosa e cosa). Se poi tale referente possa essere materia prelinguisticamente accessibile o meno – vale a dire se, detto altrimenti, il sedimento riscattato dallo sguardo postcritico sia effettivamente esterno allo spettro dei significati comunque possibili della parola oppure tale desedimentazione possa esaurirsi in un doppio movimento di desemantizzazione e risemantizzazione – è questione tanto capitale quanto qui, per i nostri scopi, non così centrale (e, a ben vedere, neanche per gli effetti della proposta postcritica, se non per il suo statuto epistemico).

E non lo è, a mio avviso, perché la postcritica è anzitutto un fare, compreso il suo dirsi. Un fare che si esaurisce nel collocarsi rispetto a qualcosa e a farlo in un certo modo, vale a dire secondo modalità che producono sul soggetto certi esiti (o effetti), in una relazione di coimplicazione che è propria di quella specifica connessione (e che crea, nell’atto stesso di connessione, le entità da connettere, come un faro su un palcoscenico fa emergere, illuminandoli, tanto due oggetti quanto la relazione tra essi, materializzata dall’intensità e dall’inclinazione del fascio di luce). In quanto contingenza irriscattabile oltre il qui e ora, ogni collocazione non già determina la realtà a partire da tale relazione, ma – ben più radicalmente – è parte costitutiva di una realtà che si dà solo tramite tale relazione (ovvero solo per il tempo e lo spazio della sua durata).

Conoscere, in questo senso, non è che collocarsi – o, per straniare una postura centrale dello strumentario critico, prendere posizione – in una rete di affetti, così come ogni concetto non è che la concreta «disposizione delle cose in un concatenamento» (p. 61), e non già (non più) la rappresentazione di essa; similmente, un oggetto non appare altro dall’insieme degli effetti di connessione che esso determina. Se non fosse materia incandescente (e, quel che è qui più grave, fuorviante), diremmo che è tale contingenza non risalibile che svuota di senso le forche caudine del relativismo prospettico: dacché uno stato di cose è tale solo in rapporto a una determinata collocazione, destinata presto a superarsi, non si dà quella contemporaneità di esperienze distinte (tanto meno un disaccordo sul mondo creato o richiamato tramite queste) che del relativismo è condizione di pensabilità; o se si vuole, più drasticamente, esistono tanti modi della realtà, ma in ogni caso mai attualmente compresenti, quante sono le possibili connessioni tra cose in essa esperibili (sicché la questione se un corpo diverso sia lo stesso di prima ma connotato altrimenti o un corpo totalmente altro perde di rilevanza, se non anche di cogenza semantica).

È in questa inesauribilità del processo di creazione e ricreazione del reale, ossia della possibilità di esperire quest’ultimo secondo combinazioni differenti potenzialmente infinite (alternative, se si vuole, ma non in alternativa), che la postcritica tradisce in un significato ancora diverso la critica, vale a dire nel senso di una conservazione, trasmissione e attuazione dell’afflato trasformativo proprio di essa. Se infatti l’irriflessa adozione di attitudini, desideri e comportamenti standardizzati è a ben vedere premessa e punto di partenza di ogni scavo critico, la postcritica non fa altro che tracciare una via per rompere ogni darsi ricorsivo di modelli e pratiche di azione reiterati in modo irriflesso. E lo fa, coerentemente con la sua impostazione radicalmente prassista, tramite l’esperienza di nuove conformazioni, vale a dire creando legami con nuovi attori, che a loro volta danno vita a nuove collocazioni e, per ciò stesso, a nuove forme del reale. Si ha pertanto a che fare con un esistente che non si tratta né di abbattere né di riformare, bensì semplicemente di far emergere altrimenti, e quindi far essere altro da quel che appariva, ed era, nelle precedenti connessioni.

Ma c’è un ultimo aspetto della sfida postcritica – sfida alle angustie del mondo, non alla critica – che merita di essere sottolineato. A differenza di quanto si potrebbe immaginare, il prospettivismo e l’immanenza radicale che stanno al cuore della proposta postcritica non orientano quest’ultima nella direzione di un nugolo di micropolitiche trasformative con ricadute – eventuali – meramente soggettive (nel duplice senso di idiosincratiche e individualistiche). La rete di connessioni che, collocandomi, creo e mi crea, in altre parole, non ha come effetto un’incidenza che si limita al mio mondo, per come esperito tramite il mio posizionarmi in esso. Al contrario, la proposta postcritica si mostra capace di una torsione che riacquista alla causa anche il labaro più sacro della tradizione critica, vale a dire l’universalismo: un universalismo, certo, che non potrà più darsi in una comunanza di strategie emancipatrici, ma che assumerà piuttosto le forme di un’onnipervasività degli effetti di ciascuna collocazione (e ogni collocazione è di per sé e per sua natura, vale a dire già solo per il suo operarsi e operarsi come ritaglio altro del reale, un atto trasformativo).

È qui, ossia all’altezza dell’ultimo capitoletto del testo (Le combinazioni e gli affetti), che il discorso di Croce rimanda (più) esplicitamente al lascito spinoziano, richiamato in particolare nella lettura intensiva – verrebbe da dire iperspinosizzante – che ne ha fornito Gilles Deleuze. Quello che è in gioco, nella plasticità connettiva dei corpi, è la possibilità, mai eradicabile, di massimizzare la potenza di agire di ciascuno di essi, vale a dire di creare legami che si aprano alla più ampia composizione possibile con altri corpi (e quella possibile, in questa prospettiva, è sempre la più ampia, contrariamente a quella che in certi passaggi appare sul punto un’eccessiva prudenza da parte dell’autore). Questa la scommessa spinoziana rilanciata da Croce: la corolla compositiva dei corpi aumenta la potenza di agire di ogni singolo componente. Si tratta pertanto di «collocarsi in ogni composizione in modo da esaltarne la potenza» (p. 79). Accrescere e accrescersi al contempo, secondo vibrazioni di consonanza che hanno nella loro diffusione il veicolo di quella particolare universalità sopra richiamata: «Quando il minuto si trasforma, l’ampio esce trasformato» (p. 83).

Possiamo ora tornare alla critica per un ultimo confronto, questa volta scientemente ricercato, con essa. Sto vedendo una partita con degli amici (nel testo si fa l’esempio di una poesia letta in pubblico, ma qui si vola bassi). La critica potrebbe aguzzare lo sguardo invitandomi a riflettere, e lamentando una fatica enorme nel riuscirci, sulle modalità consuetudinarie e inavvertite tramite cui prendo parte a un rito di socializzazione che veicola determinati significati circa lo stare insieme, la condivisione, il consumo, sulla base di direttrici critiche assai divaricate (dal prevalente maschilismo di simili contesti alla commercializzazione del tempo libero, per fare solo due esempi tra i molti possibili). Cosa mi invita a fare la postcritica, di contro? Anzitutto non mi invita: come la critica assume che si sia già da sempre interni a logiche di condizionamento eteronome, la postcritica muove dal fatto che si è, altrettanto originariamente, in una condizione creativa non derogabile, spinozianamente consustanziale (e si è va qui inteso in senso forte: si viene a esistere).

Il controcanto postcritico – come ogni controcanto non traccia armonica alternativa o complementare, ma disegno melodico sovrapposto o sottoposto a quello principale, sia quest’ultimo la critica stessa o il legame tra cose che si staglia come preminente in un determinato momento – insiste sulla co-originarietà di soggetto e contesto di esperienza: la partita che sto vedendo in compagnia è diversa da quella che avrei visto da solo, così come io sono altro da quello che sarei stato se avessi visto la partita con altra compagnia; la persona che sono nell’interazione con i miei amici, in quel momento, e la partita che sto vedendo contestualmente emergono in quella data connessione di corpi e si danno solo all’interno di essa, sicché la possibilità di un’esperienza altra, e il potenziale trasformativo a essa sottesa, non solo è già da sempre a disposizione del singolo, ma agisce in re nel darsi e compiersi stesso del momento esperienziale.

Si potrebbe dire, credo senza forzare il senso e l’ambizione della sfida postcritica, che non si è dominati per il semplice fatto che non esiste forma di dominio possibile, e non esiste in ragione della costitutiva immanenza della condensazione (sempre contingente) degli stati di cose. Si è dominati, in sostanza, solo se si crede di essere tali, e debellare tale forma di nocebo, con un invito alla presa di coscienza che è solo l’ultimo dei ferri del mestiere sottratto alla critica, viene opportunamente annoverato tra gli effetti indiretti, ma più gioiosi, dell’alchemica postcritica. Un’alchemica composta in pagine brillanti, che del manifesto non aspirano affatto all’assertività, men che meno alla sintesi, ma semmai all’occasionalità furtiva di una imprevedibile diffusione.

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