Un pomeriggio a Flatlandia

Alcune osservazioni su un oggetto complesso presente nella capitale più piatta d’Europa

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Museo Macro Asilo, Festa di inaugurazione del 30 settembre 2018.

Questo articolo è stato scritto circa una settimana prima della sua pubblicazione. Mentre era in coda d’uscita sulla rivista, la sua attualità è stata scavalcata da una serie di circostanze che hanno del tutto ridefinito la situazione del Macro. A quel punto avremmo potuto scartare questo testo e scriverne un altro per affrontare la questione al punto in cui il dibattito era evoluto. Ma abbiamo preferito fare diversamente. La stesura di queste righe, infatti, è avvenuta in un momento in cui non si addensavano sul futuro del Macro nubi minacciose o pretese dietrologie. Quanto riportato in questo articolo prescinde, quindi, dalle posizioni degli uni o degli altri e congela l’essenza di un progetto in una fase distesa della sua attività.

Abbiamo deciso di pubblicare questo articolo perché pensiamo che le questioni si discutano nel merito e non in base alla polemica del momento. Secondo chi scrive non sono le ragioni degli uni o degli altri ad essere in discussione, ma i progetti. Quel che segue è il resoconto di un progetto, con punti di forza e criticità. Nel momento in cui questo testo ha preso forma chi ne è autore non era a conoscenza neppure che il progetto presentato per il secondo biennio di de Finis prevedesse alcune correzioni di rotta che andavano ad incidere proprio sui punti che avevamo evidenziato come critici. Al lettore consegniamo questo resoconto. Possa essere utile ad un dibattito nel merito.

Tempo al tempo. Più che una massima è una prospettiva esistenziale. La si acquisisce con l’imbiancarsi dei capelli. Oggi, scrivo in prima persona, i lettori mi perdoneranno per questo atto che non è di egocentrismo, quanto di sincerità. D’altra parte, da quando si è iniziato a delineare il progetto del Macro Asilo, sono stato chiamato in causa molte volte da chi, in buona o cattiva fede, mi chiedeva di condividere opinioni oppure di contestare le accuse e le difese che sono piovute un po’ da ogni parte.

Ho voluto attendere la galanteria del tempo e dar retta a quella mia vecchia attitudine di critico (lavoro che ho svolto per 10 anni nel mondo del teatro e della danza) che mi ha sempre fatto essere d’accordo con Rino Gaetano sul fatto che «criticare un film senza prima vederlo» non fosse cosa della massima serietà.  Per cui, mentre infuriava la polemica con ogni genere di pretesi scandali (addirittura morali, nell’Italia di oggi!!!), mi sono limitato, a far notare a qualche amico che nei toni o nei modi si stava valicando il limite della correttezza o, peggio, della deontologia professionale. E ho atteso fino ad oggi per produrre un’analisi basata sui fatti, e non sui rapporti di amicizia o inimicizia che possono legarmi a organizzatori o avversatori.

Premetto che la mia è un’analisi soggettiva e parziale, un’analisi personale. Per questo ho deciso di calcare così tanto la mano sulla prima persona in cui è scritto questo articolo. Lo scrivo commettendo consapevolmente l’errore formale di usare il pronome «io» perché non voglio nascondermi dietro una pretesa oggettività da terza persona, e tengo a ribadire il valore dell’opinione di chi, in primo luogo, è un artista. E a onor del vero, lo dissi a suo tempo che della faccenda mi sarei occupato almeno la metà del suo corso. Mi sembrava un arco di tempo serio e ragionevole per poter osservare un fenomeno. E così eccomi puntuale ad esprimere una posizione su quel che ho visto al Macro in un giorno qualunque della sua programmazione. Il primo e unico giorno in cui vi sono entrato da quando la nuova direzione si è insediata.

Ho assistito ad un talk sull’Europa tenuto da un artista svizzero portato a Roma da un progetto europeo molto serio cui ho partecipato io stesso l’anno scorso nella sua declinazione lettone. Ho incontrato diversi artisti amici che tenevano un’assemblea per chiedere delucidazioni circa la dismissione di un altro museo comunale, parte del patrimonio culturale della comunità romana. Ho visitato quattro atelier di artisti che non conoscevo e di cui ho percepito la generosità nel mettersi a disposizione per discutere con dei visitatori nel delicatissimo momento della creazione. Ho visitato un progetto corale realizzato da un gruppo di artisti romani che ho sempre reputato una sorta di aristocrazia degli outsiders, artisti magnifici e geniali che, per mille ragioni, appartengono al mondo dell’arte con ispirazione e purezza, ma non al «sistema» dell’arte. Ho visto la preparazione della presentazione di un libro di Franco Purini ad opera dell’autore e ho atteso per un po’ che iniziasse la conferenza sulla parola del giorno tenuta da un giornalista intelligente e raffinato. Poi ho incontrato Tomaso Binga con la sua meravigliosa vitalità, senza che vi fosse un apparente motivo legato alla sua presenza lì. E ovviamente mi sono intrattenuto per oltre un’ora a discutere con il direttore che ha dialogato col pubblico nelle diverse occasioni che si sono presentate durante un suo giro per il museo.

Non ho scelto la giornata. Sono entrato al Macro per la sola ragione di essere passato a Roma per ragioni personali. Ho dedicato al museo due ore. Due ore assai dense, piene di scambi e di persone, in giro per le sale o sedute ai tavolini del bar. Pare che l’ultimo mese il Macro abbia contato 25.000 presenze. Un numero di tutto rispetto in ragione delle medie mensili dei musei d’arte contemporanea in Italia. Qualche detrattore dirà che essendo a ingresso gratuito non sarà poi così difficile fare grandi numeri. Ma, di solito, quei detrattori sono gli stessi che si stracciano le vesti di fronte alla gratuità dei musei inglesi come esempio di grande civiltà. Per cui tenderei a non tenere in grande considerazione questo genere di obiezioni e preferisco concordare sul fatto che la gratuità del patrimonio culturale – specie in questo momento – è sempre e comunque un incontestabile valore.

Quel che posso dire alla fine del mio pomeriggio romano, nella piena onestà che finanche i miei più acerrimi detrattori, talvolta, mi riconoscono, è una breve lista di osservazioni che qui riporto e che costituiscono la mia posizione critica sul Macro offerta alla lettura di quei pochi che potranno esservi interessati.

1 – Indubbiamente il progetto Macro Asilo ha avuto il merito di lavorare sulla creazione di un ecosistema necessario al mondo dell’arte. Posso dirlo con cognizione di causa, giacché la morte di quell’ecosistema fatto di libertà, divertimento e varietà di gradi di qualità, è stata la ragione che, dopo dieci anni, mi ha fatto lasciare New York per una città certamente più povera, ma oggi certamente più vitale nel suo ecosistema come Napoli (chi obietta quanto ho appena scritto ridacchiando al raffronto tra Napoli e NYC, semplicemente non ha vissuto per due lustri nella Grande Mela e il suo parere conta quanto quello di un No Vax).

L’ecosistema di artisti vari ed eventuali, di studenti, di appassionati, di portatori di tesi o di tesisti, che il Macro ha contribuito a vivificare è necessario all’arte tanto quanto la presenza dei geni che fanno grande l’arte italiana nel mondo. Per intenderci – visto che siamo in Italia – porterò un paragone calcistico. Un campionato di serie A che veda soltanto Cristiano Ronaldo, Messi, Buffon e Neymar è un campionato che non si gioca. Perché per far giocare queste quattro stelle è necessario che siano tesserati ed entrino in campo ogni domenica almeno altri 316 calciatori. Esatto, ne servono 320 (minimo) per poter godere dei lampi di quei quattro. E mentre li vedremo giocare tutti, forse ci accorgeremo che tra loro ce ne sono almeno un’altra decina capaci di emozionarci, almeno altri venti che rappresentano delle giovani scommesse, altri 100 che sono senza dubbio onesti come Gattuso e poi gli altri che sono funzionali a portare in questo sistema energie, entusiasmo e «gambe» (che nell’arte si legge «cervelli»). Alla creazione di questo ecosistema di solito non pensa mai nessuno. A Roma c’era, un po’ debole, è vero, fino a 10 anni fa. Poi si è seccato, come un giardino su cui non piove mai e che nessuno mai neppure ha pensato di irrigare. Solo due città hanno mantenuto questo ecosistema, in Italia, Milano e Napoli. La prima in ragione alla propria attenzione verso la produttività (che significa attenzione alla filiera), la seconda per spirito anarchico. Non so se sia la kunsthalle di una capitale a dover fare questo, ma se nessun altro lo fa ritengo necessario e meritorio che qualcuno se ne assuma l’onere.

2 – L’esperienza del Macro è estremamente «divertente» e questo è un tema centrale per le istituzioni museali. Dopo tutti questi anni, credo che sia ormai chiaro il limite del museo-mausoleo. I migliori musei del mondo sono squisitamente divertenti, senza che questo significhi abdicare alla qualità. Nell’attuale Macro, il punto in più, rispetto al passato è l’apertura del museo alla città. Nei fatti non si ha mai, entrando da via Nizza o da via Reggio Emilia, la sensazione di essere in un luogo poco familiare, un luogo che suscita timore o soggezione. Anche questo, nell’Italia di oggi, uno dei paesi ridottisi tra più ignoranti d’Europa, mi sembra quanto mai necessario. È bene che il pubblico, soprattutto quello che non è abituato a frequentare i musei (e che è esponenzialmente più vasto del pubblico degli appassionati e degli addetti ai lavori), in un museo si senta «a casa» e non «a scuola».

3 – Per quanto si siano scritti anche degli articoli appositi per presentare questo nuovo Macro come il naturale prolungamento culturale del M5S, devo dire in piena sincerità che il progetto di Giorgio De Finis mi appare quanto di più lontano dall’amministrazione Raggi e dal suo terrificante partito. La sua apertura integrale ad ogni tipo di confronto e di posizione, il suo essere adulto nell’affrontare ogni possibile criticità anche all’interno del programma è l’antitesi dell’odiosa ortodossia pentastellata. Non so se nello scrivere questo stia facendo un favore o un fallo al direttore, che, per le ragioni esposte, dubito sarà riconfermato da chi di competenza per un secondo mandato, ma, se non altro, posso affermare tutto questo con una certa cognizione di causa, avendo personalmente subito una censura odiosa, la più antidemocratica delle censure, quella su un’opera d’arte, proprio da parte del vicesindaco e assessore alla cultura della città. Questo Macro, che molti hanno sfottuto giocando sull’ambiguità della parola Asilo che ne definisce il progetto, è, invece, a differenza del Comune e della sua squadra di amministratori ancora in libertà, un soggetto plurale aperto e maturo che non somiglia in nulla alla «piccolezza» del progetto politico che tiene in ostaggio la città da troppi anni.

4 – C’è spazio però anche per qualche osservazione negativa. Così, in piena sincerità devo dire che nel grande baccanale dionisiaco di questo «museo in discussione» manca il momento apollineo affinché la sua presenza in città si ponga come vero dispositivo tragico antico, come specchio integrale dell’anima della sua comunità. Lo affermo con la stessa limpidezza con cui ho definito i valori del progetto. I limiti sono essenzialmente due, comunque, il primo, come appena scritto, sta nel fatto che la grande sala ex Enel sembra non esprimere a pieno il suo potenziale nell’ordinamento attuale. Questo spazio resta evidentemente un luogo a vocazione espositiva, una vocazione che il progetto di de Finis, per compiere un salto evolutivo, dovrà, ad un certo punto, sposare. Alternativa non è data all’infuori dell’errore. Ma questo potrà essere senza che in nulla si depotenzi lo statement politico del direttore che – giustamente – è voluto ripartire dalla contraddizione di un museo che per molti anni è stato ostaggio delle gallerie finendo per pervertite un sistema di collaborazioni potenzialmente virtuoso, un sistema che, riportato nei cardini della correttezza, potrebbe consentire al Macro di superare le proprie difficoltà economiche strutturali. Su questo mi permetto di suggerire una prospettiva a de Finis, quella di lascare almeno in una sala l’arte libera dalla complessa e organica macchineria da lui messa in piedi. Niente indicazioni, niente pensieri, niente statement, niente preorganizzazioni architettoniche. Solo le opere, libere, in quel grande spazio monumentale, sole, o a confronto con altre opere. E possibilmente senza più vedere una delle collezioni più brutte e peggio costruite dell’intera storia italica che oggi, al di là delle buone intenzioni e delle cattive intuizioni allestitive, incombe sul vuoto. E’ bene che quella collezione resti nei depositi in cui è stata rinchiusa per anni. Perché purtroppo anche grandi artisti fanno opere (molto) minori e questo non sarebbe un problema di per sé. Lo diventa se quelle opere (molto) minori finiscono regolarmente, come è stato in passato, per essere acquisite tutte dal Macro. Ma qui siamo già oltre le responsabilità di de Finis nel volerle esporre.

5 – L’altro limite che riconosco al direttore è, forse, l’aver creduto che l’oggetto che aveva costruito fosse qualcosa di più semplice da spiegare di quanto non sia in realtà. Se questo Macro lo hanno capito in pochi tra gli addetti ai lavori e solo pian pianino, con la pratica e col tempo, si comincia a prendervi una costruttiva confidenza, vuol dire che, evidentemente, qualcosa non è passato nella comunicazione dell’idea. Non credo però che sia mancata la voglia o la capacità in termini assoluti di spiegarsi o raccontarsi. Credo semplicemente che nella testa di chi ha pensato e gestito il progetto ci sia stata una sottovalutazione del livello di complessità con cui potesse essere recepita una operazione multidimensionale come quella del Macro in un contesto di appiattimento assoluto come quello dell’attuale sistema dell’arte. Il Macro è un oggetto semplice, è vero, ma è un oggetto tridimensionale in un contesto culturale che assomiglia alla Flatland di Erwin A. Abbott. Chi ha letto il libro sa cosa intendo.

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