Buona anomalia a tutti

Su Giorgio de Finis al Macro

Claire Fontaine_ Stranieri ovunque (2012)
Claire Fontaine, Stranieri ovunque (2012).

A leggere la rassegna stampa di stamattina sulla nomina di Giorgio de Finis a direttore del Macro si ha la conferma di quello che sapevamo già sulla pochezza di certo giornalismo culturale. Miseria a cui si aggiungono il razzismo e la violenza (vieppiù squadrista) di personaggi vari che affollano il sottobosco artistico-culturale romano (ricordate la terrazza de La grande bellezza?), la cui nomea non ha mai ha superato il raccordo anulare e forse neanche le mura del condominio e di casa. Ricordate chi si lamentava che ormai anche l’operaio volesse il figlio dottore, ma che ambiente ne può venir fuori? Non c’è più morale, contessa! Arrivano i barbari dunque, brutti, sporchi e cattivi (proprio come quelli di Ettore Scola), e ora vogliono sedersi al nostro tavolo! Eh no, se non muoiono in mare che restassero in qualche campo lontano dalla nostra vista dove lasciarli vivere e far morire, ma al nostro desco no! Ma come sono carine e gentili queste piccole comparse del teatrino romano (le stesse che, volendo la morte che costitutivamente gli appartiene, starnazzarono quando il Teatro Valle diventò un centro culturale vivo e conosciuto in tutta Europa). Attenti a tracciare confini e competenze, metterebbero le manette anche al Jefferson di una costituzione per ogni generazione. Abusivi! Certamente, lo sono loro che da anni occupano posti che non gli competono, responsabili della morte sociale e culturale di questa città. Quanta paura e quanto odio (di classe?) traspare dai loro sguardi mai limpidi. Poiché il pudore del loro fallimento non gli appartiene, una sola parola meriterebbero: Vergogna!

Eppure se si riuscisse a giocare sui mille piani dell’imprevisto, si potrebbe sperare di arrivare a spiazzare tanto gli entusiasti quanto i denigratori di questa nomina. Magari ricordando insieme i fili di un passato in contro-tempo, quelli che riportano a Ernesto Nathan, sindaco radicale e cosmopolita di una Roma e un’Italia ancora papalina e monarchica, e poi a Renato Nicolini, che giusto quaranta anni fa dava inizio a quella che fu l’estate romana più visionaria e incredibilmente irriducibile. E in questa operazione di memoria che si fa futuro, si dovrebbe ricordare che niente sarebbe potuto accadere senza l’apporto di una moltitudine di persone che la città la inventavano e la praticavano, contro l’immobilismo delle rendite di posizione e dei pessimisti massimalisti del «tutto o niente» e del «meglio niente che qualcosa».

E sempre nel gioco dei lari verrebbe naturale ricordare Maria Montessori a San Lorenzo, con la sua rivoluzionaria idea della Casa del bambino e i bambini, le maestre, il quartiere intorno, al centro. E allora ecco il cinema, i poeti e gli artisti dopo il 1977 nelle accaldate nottate romane, in spiaggia a Castel Porziano e al centro di Roma, a Massenzio. Mille piani, che possiamo abitare ancora, rifacendoci anomalia solo se ne assumiamo la costante: attorno a Giorgio de Finis ci dovranno essere artiste e architetti, ricercatrici e poeti, artigiani e pittrici, maestri e professoresse, ingegneri e attrici, i critici e le stiliste, i nuovi cantori di Roma e le posse di hip hop, mecenati e rigattieri, flâneur e urbaniste, fondazioni e spazi sociali e via fino a includere tutto quello che «siamo noi, siamo in tanti ci nascondiamo di notte per paura degli automobilisti, dei linotipisti siamo i gatti neri, siamo pessimisti siamo i cattivi pensieri e non abbiamo da mangiare», come diceva il poeta Lucio Dalla, esattamente quaranta anni fa, ancora una volta.

E sarà poi necessario essere schietti, con l’amministrazione, la città e le persone che la abitano: senza investimenti privati e pubblici sull’arte di un buon vivere insieme non si salva nessuno. E non si fa nessun progetto credibile se prima di tutto, e non dopo di tutto, non si chiarisce che cultura, arte, creatività, immaginazione, invenzione fanno rima con scelte di programmazione e investimenti che permettano a questa Roma di essere città tra le città, di poter giocare un ruolo nelle nuove fisionomie istituzionali che finalmente possano legarla a Napoli, Barcellona, Berlino Parigi ed Atene nel sogno di una immaginaria eppure possibile repubblica del felice protagonismo collettivo. Se si riuscisse a sognare il sogno moltitudinario a cambiare non sarebbe soltanto un museo, una istituzione. A cambiare sarebbe il modo in cui sogniamo. A cambiare sarebbe l’orizzonte stesso dei nostri sogni, finalmente spostato ben oltre la linea del pantano.

Serve rinnovare l’atto di coraggio per rimettersi dalla parte dei minori, dei profondamente orfani, per uscire dai riflettori che abbagliano sul vuoto di un panorama ripetitivo e decadente dell’offerta artistica, andando in cerca di pepite che non si troveranno se non si è disposti a cercare il valore in una pietra comune. Serve pazienza ed erranza e tutte altre zete che fanno il sonno del tempo meditativo e quell’oblio necessario senza ansia di prestazione. Ricordiamola tutti l’attitudine alla qualità, al valore, piuttosto che alla quantità, alla guerra al tempo e allo spazio (anche virtuale) già così saturi. Serve un’im-postura, un movimento che congedi il segno acquisito e che ci scuota ancora una volta dal posto in cui ci hanno-ci-si è messi. È il gesto sovversivo dell’artista , dell’attore, del danzatore, del curatore funambolo che collega la terra alla luna.

E allora potremmo prolungare la poesia di Remo Remotti e andarcene da questa Roma dei musei delle cere e di storia naturale, dei salotti buoni della cultura, della competenza e della formazione che è sempre e solo quella degli altri, delle gallerie e fondazioni la cui missione di cultura non sembra sporcarsi le mani quando vendono opere alla camorra o riciclano denaro, da questa Roma degli artisti invidiosi e rancorosi in cerca di postazioni del narcisismo dalle quali brillare, dei critici e degli storici dell’arte dall’immaginazione ordinata dalle promozioni di mercato o dai concorsi accademici…

E finalmente entrare in un museo con la gioia di scoprire l’immaginario di trasformazione di un artista magari con meno di cinquant’anni, magari figlio di un immigrato, magari privo di una galleria importante, capace di pensare e di creare le condizioni di una percezione estetica altra, di sottrarsi al posto da domestico che gli si voleva assegnare e di rilanciare non solo il suo di destino ma anche il nostro. E guardare un’arte della vita che fa luce sul potere, sulle subordinazioni, sulla divisione sociale e delle identità, sulle passioni tristi, sugli affetti ignobili che agiamo su noi stessi e sugli altri, e che in questa scena dei nuovi operai del politecnico nella quale ci troviamo ci addestra a scovare piccole fratture e linee di fuga. E chissà che non si finisca per sorprendersi e per toccare con mano proprio dentro un museo qualcosa dell’ordine di una pratica dell’assemblaggio che rischia di essere la cosa più vicina a una forma della vita decente.

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