Una nuova urbanistica politica

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Metropoliz - sulla torre il telescopio di Gian Maria Tosatti, la meridiana di Rub Kendy e il messaggio di Opiemme - Foto di Giorgio de Finis.

Mi ricordo Sebastiano che passeggiava in piazza Mario Vaccarella, primo cittadino di Metropoliz, l’ex fabbrica di salami Fiorucci di 15 mila metri quadri, abbandonata nel 1978, sede negli anni Novanta di memorabili rave. È stata occupata undici anni fa, nel 2009, oggi è ancora sotto sgombero. Sebastiano mi raccontò del 1974 quando lui già lavorava in officina. Ricordava il suono della sirena di fine turno che, a tratti, gli sembra ancora dopo anni di ascoltare nelle strade di Tor Sapienza, conurbazione a est della Capitale, oltre via Palmiro Togliatti. C’è stato un tempo in cui quello era il segnale che liberava un fiume di duemila operai. Le porte delle officine meccaniche, della vetreria Iberia o della fabbrica di televisori Voxson si aprivano e richiudevano. Quarant’anni dopo, all’alba, questo manto d’asfalto sembrava Pechino.

Con la pioggia, o con il sole, in fondo alla via Prenestina di Roma dov’è stato rinvenuto un antico bassorilievo romano con tre teste, operai cinesi sfrecciavano in bicicletta verso un grande centro di stoccaggio per abbigliamento e calzature in via dell’Omo. Usavano la bicicletta per non essere sorpresi senza documenti sugli autobus. Arrivavano da Piazza Vittorio e lavorano nel capannone dove i tir scaricano le merci provenienti dal porto di Gioia Tauro. Poco distante da qui, a pochi passi dalla caserma militare di Tor Sapienza, 300 mila metri quadri in dismissione, c’era la Belladonna. Era una fabbrica di motori per l’aviazione occupata da una ventina di famiglie rom che hanno continuato a vivere a Metropoliz. In quell’altro tempo industriale si raccontava che c’era un padrone che pagava bene gli operai. A Natale usciva dall’appartamento arredato fastosamente, si metteva davanti ai cancelli, faceva regali ai dipendenti. Impazzì dopo la morte del figlio e gli affari andarono a rotoli. Le ruspe hanno spianato tutto, anche il grande roseto coltivato con amore in ricordo di chi non c’è più.

Metropoliz ha creato una mito-poietica dell’occupazione. Nel luogo dello strazio dei maiali, oggi si rivive in un’arca che salva dal diluvio. E, vissuto dall’interno, è diventata una città-isola. Nel vuoto urbano Metropoliz è cresciuto come gli alberi. È un villaggio popolato da rom rumeni, peruviani, eritrei, sudanesi, ucraini e italiani. Così è accaduto che appartamenti in autocostruzione si sono sviluppati sui tre piani di Metropoliz. I nuclei familiari si sono divisi lo spazio attorno alle finestre e alzano muri a secco. Le case sono generalmente di tre vani, distribuite in base alla numerosità dei nuclei. Una convivenza sistematica e improvvisata che si autogestisce come un’assemblea di condominio.

La scrofaia da dove un tempo usciva una melma maleodorante è stata trasformata in una toponomastica che richiama le nazionalità degli occupanti. C’è piazza Perù. In Piazza Kasbah, dove un tempo c’erano gli spogliatoi, oggi vivono sei famiglie marocchine. Li dove si affollavano grappoli di teste scuoiate, oggi c’è una piazza che ricorda quella del Bramante. Incastrata nelle travi a vista c’è la luna, risultato di un’ingegnosa installazione. Lì dove si ammazzavano maiali con un colpo di pistola, oggi sorge il museo dell’Altro e dell’Altrove, il Maam, primo spazio espositivo e di residenza per artisti aperto in periferia. C’è una ludoteca per i bambini per il doposcuola. Miracoli di un cosmopolitismo dal basso e per necessità.

Vista da Metropoliz, astronave piantata in un territorio lunare, Roma è una città-mostro. Rinchiusa in se stessa, ostile ancora più del solito per difendersi dalla pandemia che bussa alle porte, da questi non luoghi della civiltà industriale metropolitana si disegna una nuova urbanistica politica. Dal Lago dell’ex Snia Viscosa fino a quaggiù il ruolo dell’autorganizzazione è storico. È un patrimonio prodotto dalle lotte che producono più politica pubblica di tutte le amministrazioni della storia recente messe insieme. Non sono un pericolo pubblico da sgomberare per difendere il diritto di proprietà, ma un alleato per creare un nuovo diritto. Dalla lotta per una casa dignitosa nasce una vita nuova.

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