L’invivibilità di Roma

E l’impossibilità di porvi rimedio votando Tizio Caio e Sempronio

Claire Fontaine, Visions of the word (Rough and Smooth) 2012 Photo by James Thornill (2)
Claire Fontaine, Visions of the word (Rough and Smooth), 2012 - Photo by Jamed Thornill.

Questo articolo, come quelli di Peppe Allegri, Ilenia Caleo e Roberto Ciccarelli, Nicolas Martino, sono stati scritti per il libro «Rome. Nome plurale di città», a cura di Giorgio de Finis e Fabio Benincasa. Il volume, pubblicato da Bordeaux Edizioni, è in arrivo nelle librerie nei prossimi giorni. Qui lo anticipiamo, annunciando anche la presentazione che si terrà alla Casa dell’Architettura di Roma mercoledì 15 giugno alle ore 18,00. 

 

«A bionno, co’ carma e pe’ piacere!»: così risponde Lazzaro, nella versione nostrana, a chi gli comanda «Alzati e cammina» 

Indolenti e indifferenti, i romani si sono a lungo compiaciuti di quella strafottenza di cui si può fregiare solo chi è nato nel cuore dell’Impero (e per questo le ha viste tutte). «A bionno, co’ carma e pe’ piacere!»: così risponde Lazzaro, nella versione nostrana, a chi gli comanda «Alzati e cammina». Tutte le strade, allora, portavano a Roma.

Oggi nessuno stereotipo può consolare questa capitale che non è più il cuore di niente (nemmeno della decadenza, come vorrebbe suggerire – a uso e consumo del pubblico delle multisale d’oltreoceano – La grande bellezza) e che l’Impero, con un centro lontano anni luce dalla terrazza panoramica di Jep Gambardella, attraversa in tour, alla ricerca non della città ma dei patrimoni dell’umanità, il Colosseo, la Cappella Sistina, San Pietro e la Fontana di Trevi, i non-luoghi di un turismo globale che Roma evita e che evita Roma.

Che è tutto quello che c’è intorno al Colosseo, alla Cappella Sistina, a San Pietro e alla Fontana di Trevi, alla città-mondo, il resto abitato e attraversato da residenti resilienti (annoveriamo tra questi anche coloro che sono costretti dai prezzi esorbitanti di immobili e affitti a uno sfiancante pendolarismo giornaliero), che digrignano i denti (fermi nelle auto in coda o stipati sulla metro all’ora di punta) e sbuffano. Perché si può dire, senza tema di sembrare disfattisti, che a Roma non funziona niente. Niente di niente (e con quest’affermazione un po’ generica, ma incontrovertibile, saltiamo a piè pari la parte riservata da copione al cahier de doléance).

Qualcuno, ingenuamente, si chiede perché i romani, almeno quelli desiderosi di risorgere ai fasti di Roma caput mundi, fosse anche co’ carma e pe’ piacere!, non insorgano, chiedendo la testa di politici, amministratori, direttori di musei, e via discorrendo… uniti, i «vertici», nell’essere pari merito inetti a svolgere la funzione (pubblica) cui sono assegnati… Perché non scoppia un quarantotto e assistiamo invece a una campagna elettorale a encefalogramma piatto, priva di contenuti e della benché minima vitalità? Perché nessun partito candida figure credibili, all’altezza di risolvere i problemi di Roma? (Leggiamo che invece i tifosi della Lazio, in seguito alla pesante sconfitta nel derby, hanno cercato di intercettare il presidente Lotito dopo la partita, costringendolo a lasciare di fretta e furia il ristorante dove stava cenando!).

Per capire perché questa città lazzarona non si rialza e cammina, nemmeno se scende in campo papa Francesco, occorre cambiare modo di pensare. E leggere quelle che ci sembrano un’assurda serie di piaghe piovute dal cielo, che neanche quelle d’Egitto – la corruzione, l’incompetenza, il clientelismo, la mafia… per quello che sono. Una strategia

Per capire perché questa città lazzarona o perché lazzaretto non si rialza e cammina, nemmeno se scende in campo papa Francesco tirando fuori dalla tiara un Giubileo per la bisogna, occorre a mio avviso cambiare modo di pensare. E leggere quelle che ci sembrano un’assurda serie di piaghe piovute dal cielo, che neanche quelle d’Egitto – la corruzione, l’incompetenza, il clientelismo, la mafia… ma anche il degrado, la sporcizia, l’illegalità diffusa – per quello che sono. Una strategia.

Il solo modo per comprendere l’impasse che caratterizza Roma è cominciare a leggere come un piano la mancanza di piani. Dovremmo credere che nella capitale, come nel Parlamento che qui risiede, siano sospese le leggi della probabilità? Che sia frutto del caso il fatto che a governarci siano sempre degli imbecilli o dei mascalzoni? La vera questione è: perché il malgoverno è diventato l’unica forma possibile di governo della città (e del Paese)?

La Roma veltroniana voleva piacere. Si faceva bella con le architetture griffate e i festival, le notti bianche, i red carpet – l’eredità dei giochi gladiatori della Roma Antica e delle naumachie barocche. Per sedurre i capitali stranieri, ma anche i romani (i potenti signori del mattone che a fine mandato riceveranno in regalo un piano regolatore con 2.059 nuovi ettari edificabili, e il «popolo», che nell’epoca del politically correct si suole chiamare società di massa ma è pecorone come ieri e non ha cambiato dieta, felice se nutrito a panem et circenses, anche con spettacolini più fac che simili rispetto a quelli nati nella ville lumiere, che di spettacolare, da noi, avevano solo il movimento degli spettatori venuti a vedere lo spettacolo.

Con la crisi la festa è finita. Non solo per mancanza di soldi, quella è stata molte volte la scusa utilizzata per chiudere baracca e burattini. La festa è finita quando si è capito che, nell’era della politica asservita alla finanza, dove di fatto tutti eseguono lo stesso mandato (non quello dei cittadini che hanno ingenuamente scelto di votare Tizio o Caio, credendo fossero diversi da Sempronio, ma quello dei poteri forti, molti dei quali oggi sovranazionali) non era più necessario inseguire il consenso. La questione si riduce tutt’al più a contenere il dissenso, quando questo si dovesse manifestare. Con i prefetti, i questori e le forze dell’ordine munite di idranti, che di recente abbiamo visto utilizzati perfino in Campidoglio!

Ma soprattutto, e qui veniamo alla strategia mascherata da calamità, con lo strumento della disaffezione, fiaccando la resistenza, fisica e mentale, dei suoi abitanti, in tutti i modi possibili, giorno dopo giorno, con il costo della vita, le scarse opportunità di lavoro, il vuoto culturale, il traffico, la mancanza di parcheggi, lo smog, il rumore, la sporcizia, la paura… Col risultato di disamorare Roma, che amore ce l’ha nel palindromo. E ridurla a una somma di individui depressi o rabbiosi, in entrambi i casi incapaci di farsi corpo sociale. Dividi et impera. Altro insegnamento della tradizione latina al buon governante di tutti i tempi, precetto preso alla lettera e applicato fino all’unità minima, il singolo, trattato da residente e non più da cittadino.

Chi si reca a votare, in queste circostanze, compie più che altro un rito civile oramai senza significato. La democrazia va solo simulata. Magari anche fingendo di combattere l’astensionismo 

Roma è buia, sporca; in pochi anni si è trasformata in una città fantasma e tale sembra destinata a rimanere (anche la celebratissima opera realizzata da Kentridge sul lungotevere, che per un attimo ha riacceso i riflettori sulla capitale, ci ha restituito, alla fine, uno spettacolo di ombre). Una città pericolosa. Ce lo ricordano le campagne xenofobe, che nelle periferie invitano a fermare l’invasione aliena, e i militari coi fucili spianati che inutilmente presidiano le fermate della metro. Che dobbiamo avere paura, e che se non è proprio necessario uscire allora forse è meglio e più prudente restarsene sul proprio sofà (e per arrivarci al sofà, magari preferire la sicurezza della propria auto ai mezzi pubblici).

Sul sofà a guardare le serie tv che ci mostrano come ogni volta che si esce di casa ci sia sempre qualcuno pronto a rapinarti, seviziarti e poi ucciderti, nei modi più efferati, quelli sì fantasiosi, a dispetto della trama sempre fatalmente la stessa. Se la città deve essere brutta e ostile, non da meno possono essere coloro che la amministrano, che svolgono in maniera ineccepibile il compito assegnatogli di deluderci (è la parte più interessante e perversa del piano) rendendosi ogni giorno protagonisti di scandali e volgarità: ecco la ricetta per allontanare i cittadini dalle strade e dalle piazze prima, e dalle urne poi, che di fatto, questo stato di cose apparentemente senza soluzione, invita a disertare. Chi si reca a votare, in queste circostanze, compie più che altro un rito civile oramai senza significato. La democrazia va solo simulata. Magari anche fingendo di combattere l’astensionismo e concedendo un giorno in più per andare a votare. Per votare chi? Quale programma? Con che reale speranza di cambiamento?

Un recente film di fantascienza, Tomorrowland, ci racconta di un mondo alla deriva, con i giorni contati. È la profezia che si autoadempie. Ognuno ha accettato l’inevitabile e attende la morte annunciata, causando con la sua rassegnazione la rovina del pianeta. Ma l’immagine di questo «destino» a cui tutti si uniformano – tranne i «sognatori» perseguitati dal sistema e sempre nel mirino degli «animatroni» incaricati della loro eliminazione – è costruita e instillata nella testa delle persone dalle trasmissioni di un ripetitore che i protagonisti dovranno distruggere, scongiurando così la catastrofe.

Credo che la Roma odierna, come il mondo governato dal malvagio Nix, abbia soprattutto bisogno di «sognatori». «Devono esistere anche oggi – scrive a proposito degli outsider1 il romano Emanuele Trevi recensendo il libro di Colin Wilson – chiusi nelle loro stanze, o perduti nella folla della città, mentre esercitano il privilegio e soffrono i tormenti di una seconda vista, svegli in un mondo addormentato». A loro, ai visionari, spetta il compito di battere e indicare altre strade possibili, guardare oltre il reale, ma con i piedi ben piantati per terra, per poterlo cambiare.

I sognatori che ho conosciuto a Roma sono quelli che hanno costruito Savorengo Ker, la Casa di Tutti2, al Casilino 900, il campo rom più grande d’Europa ai tempi di Alemanno sindaco, per dimostrare, con un prototipo in scala 1:1, che con la metà del prezzo di un container era possibile realizzare una casa dignitosa in autocostruzione, e lo hanno fatto con donne e uomini di etnie e religioni differenti, fuggiti da una guerra fratricida che ne aveva segnato le esistenze, che per qualche mese hanno creduto in un riscatto possibile, fuori dalla logica della segregazione e del campo. Hanno sognato gli occupanti del Teatro Valle, che per tre anni hanno dato vita a un laboratorio artistico e giuridico senza precedenti nel cuore della città storica, discutendo e praticando quotidianamente il Bene Comune.

E sognano gli artisti e i militanti che a Metropoliz dopo aver costruito un razzo per andare sulla Luna3 stanno creando il maam, un museo abitato (e abusivo) che sta facendo concorrenza a macro e maxxi e conta ormai sulla partecipazione di centinaia di artisti che con le loro opere hanno alzato una barricata per proteggere dallo sgombero coatto e dalle ruspe gli abitanti della città meticcia, tutelandone i diritti, alla casa, all’istruzione, alla salute, al movimento e alla bellezza per tutt*4. Senza questi e altri «sogni» a Roma rimane solo la cappa opprimente dei moniti di Monitor5 e il vicolo cieco che ci invita a percorrere.

Note

Note
1«Colui che vede ciò che gli altri non vedono e non attribuisce valore a tutto ciò che per gli altri ha valore», Emanuele Trevi, «La fine dell’outsider», Corriere della Sera, la Lettura, 233, 15 maggio 2016, pp. 2-3.
2Cfr. G. de Finis, Diari urbani, Prospettive Edizioni, Roma 2010, pp. 82-91.
3F. Boni e G. de Finis (a cura di), Space Metropoliz. L’era delle migrazioni esoplanetarie, Bordeaux edizioni, 2015.
4G. de Finis (a cura di), Forza Tutt*. La barricata dell’arte, Bordeaux edizioni, 2015.
5Il nome del trasmettitore nel film di Brad Bird sopra menzionato.

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