Un’insolita ragazzaccia

Giulia Niccolai nel film di Manuela Gandini e Sergio Racanati

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Still tratta dal film "Vuoto: geografia di un sentimento di un'insolita ragazzaccia" di Manuela Gandini e Sergio Racanati, regia di Sergio Racanati. Foto: archivio Capta.

Vuoto: geografia di un sentimento di un’insolita ragazzaccia è il bel titolo del recente progetto filmico realizzato da Sergio Racanati e Manuela Gandini, dedicato a Giulia Niccolai (Milano, 21 dicembre 1934 – Alassio, 22 giugno 2021), protagonista della neoavanguardia artistica e letteraria italiana, attiva a partire dagli anni Cinquanta, prima come fotogiornalista, poi come poetessa, scrittrice, artista verbo-visiva, traduttrice, monaca buddista. Legata alle punte più avanzate della sperimentazione poetica del Gruppo 63, Niccolai è redattrice di «Quindici» (1967-1969), fucina di elaborazione critica e politica diretta da Alfredo Giuliani, poi da Nanni Balestrini, a cui collaborano alcune tra le menti più brillanti dell’epoca. Nel 1972 fonda con Adriano Spatola «TAM TAM. Rivista trimestrale di poesia», che, tra interruzioni e riprese, andrà avanti fino all’inizio degli anni Novanta, ospitando interventi di intellettuali, poeti, artisti di primo piano nella scena nazionale e internazionale, tra cui, in ordine sparso, John Cage, Fernanda Pivano, Emilio Villa, Corrado Costa, Julien Blein, Pablo Echaurren, Mario Lunetta, Antonio Porta. Il film si presenta come un delicato dialogo a tre voci, dove i due autori incontrano la poetessa nello spazio intimo e quotidiano della sua abitazione milanese, in un intreccio densissimo di racconti dove memorie personali e vicende pubbliche si saldano strettamente. Dalla narrazione emerge la figura di un’intellettuale eccentrica, non allineata, di grande spessore culturale e umano, sulla cui storia il film di Racanati e Gandini getta nuova luce attraverso una narrazione che procede con garbo, si accende di bagliori improvvisi, e riesce a restituire, senza retorica, la familiarità di un incontro con una donna al di fuori dell’ordinario.

Raffaella Perna: Quali sono le premesse e come si è sviluppata la vostra collaborazione per l’opera filmica su Giulia Niccolai? E quale rapporto vi legava a lei?

Sergio Racanati: Ho avuto una visione quando è salita sul palco del Teatro Out Off per il centenario della nascita di Joseph Beuys, invitata da Manuela Gandini che curava una sezione di cinque giorni di azioni, incontri, performance e talk da pubblicare on line. Conoscevo Giulia per la sua poesia-visiva e sono molto legato alle avanguardie e alle neo-avanguardia. Questo è il legame più intrinseco che avevo con Giulia. Per me la scrittura si configura come un’indagine intorno ai meccanismi discorsivi che danno forma all’esperienza sociale contemporanea e alla questione dell’archeologia del presente in cui le narrative irrisolte costituisco i frammenti di un discorso sull’impossibilità di vivere il tutto e si consegnano come reperti archeologici al nostro stesso tempo presente.

Manuela Gandini: Giulia è da sempre nella mia vita. L’ho conosciuta attraverso i suoi libri, la fotografia, gli eventi di Milano Poesia negli anni Ottanta, poi ci siamo trovate a parlare in radio insieme e ai convegni. Ma la nostra relazione si è approfondita successivamente per l’interesse di entrambe verso il buddismo. Lei era monaca tibetana, io pratico il buddismo giapponese. Abbiamo meditato assieme al centro Ghe Pel Ling di Milano e abbiamo lavorato entrambe per alfabeta2. Poi avevamo in comune un affetto profondo per Nanni Balestrini. Era vera amicizia, disinteressata, fatta di curiosità e lampi di umorismo. Passavamo bellissimi pomeriggi a casa sua con una tazza di caffè, con i suoi ricordi fantasmagorici e i miei progetti pirotecnici. Uno spasso!

R.P.: Nel film l’uso dei documenti d’archivio è centrale. Qual è il vostro modo di concepire questi materiali storici e più in generale la vostra idea di archivio?

S.R.: Alla base della ricerca vi è un interesse per le scienze sociali, per gli eventi storici, per la cultura popolare e la cultura di massa, visti attraverso una lente quasi etnografica. Opero nel campo della valorizzazione del patrimonio storico-artistico, nella consapevolezza che tale campo costituisca un insieme organico di opere e un campionario di esempi volti a rappresentare un modello di archivio. L’archivio diventa così un dispositivo in divenire che da un lato negozia, contesta e avvalora il potere sociale, dall’altro ne modella la memoria collettiva.

M.G.: In realtà quando giri un film è necessario mostrare ciò di cui stai parlando e il primo archivio è il suo stesso corpo, è lei, è la sua risata, le parole che spesso scivolavano un po’ distorte a causa dell’ictus di alcuni anni prima. Era lei che decideva cosa mostrare e cosa no, ma con una disponibilità totale. La sua casa più che un archivio era un museo vivo, una biblioteca di Babele, una Wunderkammer ma anche un tempio tra cultura occidentale e spiritualità orientale. L’idea di archivio non è così centrale nel mio procedere. Sono cresciuta negli anni Settanta modalità performative, fluxus, fugaci. So che è necessario l’archivio, ma bisogna fare in modo che non diventi museo delle cere.

R.P.: Come si lega questo progetto alle vostre rispettive attività di artista e di critica d’arte?

S.R.: La mia ricerca artistica si sviluppa all’interno della moltitudine di relazioni, idee ed esperienze volte a generare connessioni con il materiale fragile dell’umanità, affrontando la questione degli spazi e tempi del sensibile. In questo quadro la mia pratica guarda alla sfera pubblica, sociale e agli immaginari collettivi come luoghi di indagine privilegiati poiché anche i confini dell’arte si sono progressivamente dilatati in uno spazio plurale e trasversale. Quindi, il mio approccio è basato su un’idea/modello sperimentale di progettualità e formalizzazioni ibride. Uso diversi media in base alle urgenze ed esigenze. Il film è uno dei media che utilizzo. Realizzo film d’artista. Questo di Giulia è un ritratto. O forse vorrei definirlo film essay.

M.G.: Mi è molto piaciuta la proposta di Sergio di fare un film su Giulia Niccolai mentre stavo ricostruendo, con Susanna Schoenberg, il pensiero beuysiano attraverso figure interdisciplinari. Ho lavorato a New York per la RAI nei primi anni Novanta. Ho fatto il film su Leo Castelli con Raffaello Siniscalco, Leo Castelli, il signore dell’arte e una puntata pilota sulle gallerie newyorkesi. Per me non è così diverso essere davanti o dietro la cinepresa o di fronte a un registratore o con penna e carta. Un incontro è un incontro. Amo il lavoro di Sergio, i suoi tagli, i particolari visivi che adotta, certe uscite affettate… Ho pensato che sarebbe venuto un ottimo lavoro e così è stato con grande entusiasmo anche di Giulia, dei suoi ultimi giorni. Noi eravamo lì così come siamo, con la nostra reciproca amicizia, stima e voglia di poesia.

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