Il diritto alla letteratura

Per una storia sociale e costituzionale dell'Italia

#7 Senza titolo
Domenico Antonio Mancini, Senza titolo (2010) - cartapesta, legno, pagine della Costituzione. Courtesy l'artista e Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli.

Con la curatela del volume titolato Per una storia costituzionale italiana attraverso la letteratura (Franco Angeli, 2022), i giuspubblicisti Gianluca Bascherini e Giorgio Repetto hanno tessuto la rete di un lavoro collettivo che appare prezioso e propulsivo, certo per gli studi e le ricerche scientifiche, tra diritto e letteratura, ma anche e soprattutto per re-immaginare le invenzioni giuridiche e letterarie di una storia sociale e costituzionale repubblicana nei tempi lunghi di mutamenti, transizioni, rotture e continuità.

Un volume collettivo prezioso e propulsivo

Prezioso perché il polifonico volume permette di riflettere sulle connessioni tra diritto e letteratura nella travagliata storia, anche pre-repubblicana, costituzionale (e sociale, viene da aggiungere) del Bel Paese. Nella visione di questa comparazione diacronica tra testi e contesti i curatori si inseriscono in un sentiero di studi e ricerca di law and literature, droit et literature che da qualche decennio attraversa il dibattito culturale globale, accademico e non solo, sottolineando come «in questa prospettiva, l’attenzione del giurista alla letteratura, come ad altre forme di espressione artistica, non ha nulla della divagazione, rivelandosi piuttosto uno strumento utile a una migliore comprensione dei fenomeni oggetto di studio, a non tralasciare i contesti umani e culturali in cui quei fenomeni sono calati e, dunque, ad allargare lo sguardo senza per questo smarrire lo specifico punto di vista e il ruolo dello studioso di diritto» (p. 8 della Premessa).

Propulsivo perché le intenzioni dei curatori – anche autori di due saggi – sembrano indirizzate nel senso di un cantiere aperto di progressive riflessioni in comune intorno alle possibili relazioni tra gli aspetti e le tendenze latamente “culturali” del vivere associato e l’evolversi del diritto e delle istituzioni giuridiche, in una costante prospettiva di comparazione storica che restituisce profondità analitiche e ricostruttive in grado di arricchire tutti i contributi qui raccolti, con la «consapevolezza che il fenomeno giuridico si alimenta spesso di raffigurazioni, di ideologie, di visioni del mondo e dell’ordine sociale e politico che sono al centro anche del discorso letterario» (sempre p. 8 della Premessa).

Comparazione interdisciplinare storico-giuridica e movimenti culturali

Certo, devo premettere di “essere di parte”, poiché ho seguito, seppure a distanza, la gestazione del volume, curata da due studiosi con i quali nell’ultimo trentennio si sono create diverse occasioni di incontri e lavori condivisi, a partire dalla comune ascendenza di una parte, probabilmente decisiva, della nostra formazione, in seguito all’incontro, nel percorso di studenti universitari prima e dottorandi di ricerca poi, tra gli inizi e la fine degli anni Novanta del Novecento, con quello che diverrà il nostro comune Maestro Angel Antonio Cervati, in quegli anni Professore di Diritto costituzionale italiano e comparato tra le allora facoltà di Scienze Politiche e di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Roma, La Sapienza. Il cui principale insegnamento è forse da rintracciare nella capacità di presentare gli studi costituzionalistici in una chiave comparativa che fosse prima di tutto immersa nella concreta materialità dei rapporti sociali e quindi nello scambio comunicativo e nel confronto e dibattito pubblico quotidiano con i molteplici movimenti culturali, filosofici, artistici, letterari – popolari, marginali o maggioritari che fossero – che accompagnano il dispiegarsi del vivere associato nei diversi ordinamenti giuridici, con particolare attenzione all’influenza sull’immaginario di quell’umanità delle persone comuni che attraversa, a volte subisce e altre volte innesca, i cambiamenti nelle società. Con l’urgenza di aprire confronti interdisciplinari che proprio in quegli anni della nostra formazione avemmo la fortuna di incrociare nella comune lettura della Revue interdisciplinaire d’études juridique nel cui numero 1 del 2000 apparve il seminale intervento di uno dei fondatori, il compianto Michel van de Kerchove (1944-2014), con il compagno di mille studi e ricerche François Ost, De la pyramide au réseau ? Vers un nouveau mode de production du droit ?, che anticipò il loro celebre volume De la pyramide au réseau? Pour une théorie dialectique du droit (Bruxelles, 2002), aggiornando il loro precedente studio Jalons pour une théorie critique du droit (Bruxelles, 1987), quindi il volume collettivo Lettres et lois. Le droit au miroir de la littérature (Bruxelles, 2001, con la cura di Ost e van de Kerchove, cui si aggiungono Laurent Van Eynde e Philippe Gérard). Un volume che, spaziando dall’antichità classica al pieno Novecento, sanciva per noi la definitiva, esplicita connessione tra l’immaginario giuridico e quello letterario, donandoci una ricchezza impensabile di riflessioni e argomentazioni per provare ad affrontare lo studio comparato del diritto pubblico e costituzionale con letture critiche all’altezza dei mutamenti istituzionali, sociali, tecnologici in corso. Anche recuperando la tensione tra narrativa giudiziaria e letteraria che in quegli stessi anni il grande psicologo Jerome Bruner, a partire dai suoi celebri studi sulla psicologia culturale, dell’istruzione e della conoscenza, esplicitava nei seminari che confluirono poi in La fabbrica delle storie. Diritto, letteratura, vita (Laterza, 2002, ma i seminari, che ebbi in parte la fortuna di seguire, furono tenuti al DAMS dell’Università degli studi di Bologna nell’aprile 2000).

In questo percorso di formazione, studio e discussione l’intenzione sembrava essere quella che lo stesso Cervati ribadisce in conclusione del suo testo sulla letteratura europea e lo studio della storia nell’opera di Riccardo Bacchelli contenuto nel volume che si intende presentare, dove osserva come «il ricorso alla lettura ad alta voce di testi scelti per animare il confronto delle opinioni potrebbe costituire un mezzo di arricchimento per una comunicazione più libera che apra lo sguardo e l’ascolto verso forme di partecipazione più intensa, non solo dottrinale, scolastica o mnemonica, ma libera, spontanea, aperta alla diversità delle culture e delle forme di comunicazione» (p. 314). È un invito a valorizzare concretamente il pluralismo dei punti di vista e delle forme di comunicazione e relazione sociale, nell’epoca in cui proprio l’oralità della narrazione digitale, ad esempio nei podcast online, sta riportando l’attenzione e la passione delle giovani generazioni e delle persone comuni sulla parola scritta, letta, declamata, sia essa letteraria, cronachistica, d’inchiesta, ecc.

È così che questo approccio concretamente pluralistico e aperto alla contaminazione comunicativa e riflessiva tra le finzioni del diritto e quelle dell’arte letteraria assurge a spirito guida dell’intero volume, strategicamente suddiviso in tre parti capaci di rendere multi-prospettica la riflessione sulla storia costituzionale italiana attraverso la letteratura.

Momenti transitori e passaggi costituenti, tra singolarità e comunanza

Si parte con i momenti e passaggi in cui sono raccolti i saggi di Giorgio Repetto, Fabrizio Politi, Giuseppe Filippetta, Fulvio Cortese e Gianluca Bascherini, dove si tiene il passo di una successione temporale che dagli anni Settanta del XIX secolo giunge alla fine della stessa decade del secolo successivo. Dalla ricerca dei paradigmi disciplinari – giuridici e letterari – per la nuova Italia unita (con Repetto che fa dialogare, tra assonanze e dissonanze, la tradizione letteraria e il riformismo di Francesco De Sanctis della Storia della letteratura italiana, 1870-71, con l’organicismo statualistico del nuovo diritto pubblico nazionale promosso da Vittorio Emanuele Orlando), si giunge al crocevia della solidarietà nazionale del 1976-79 (Bascherini, p. 135), tra sommovimenti sociali, strategia della tensione e terrorismo, come impossibilità di fare i conti con i Padri resistenti e costituenti, nell’irrisolto dialogo intergenerazionale che sembra essere una costante dell’intera storia sociale e culturale post-unitaria, ma che Bascherini giustamente evidenzia in quel decennio (come del resto si è provato a sostenere nel rintracciare le lontane origini della crisi repubblicana di quegli anni), anche a partire da tre testi del nuovo millennio: Piove all’insù di Luca Rastello (2006), Sangue giusto di Francesca Melandri (2017) e soprattutto La rancura di Romano Luperini (2016).

In mezzo troviamo la sensibilità giuridica e storico-letteraria di Fabrizio Politi che affronta la prospettiva della lotta alle diseguaglianze e alla valorizzazione della dignità umana e sociale tenendo insieme storia costituzionale italiana e prospettiva letteraria facendo leva sull’attenzione ai «con-testi determinati dalle dinamiche storiche e dagli assetti economico-sociali» (p. 56), cari agli studi del costituzionalista europeo Peter Häberle e alla sua visione della Costituzione e del costituzionalismo come “scienza della cultura” di una società aperta degli interpreti della Costituzione, nel dialogo sovrastatale e sovranazionale.

E il confronto e dialogo tra singolare dimensione esistenziale individuale e contesto pubblico, capace di mettere in discussione la propria disponibilità personale e collettiva, è interrogato da Giuseppe Filippetta nell’eredità della Resistenza e da Fulvio Cortese nel tessere il filo narrativo dalle transizioni costituzionali alla grande transizione nazionale. Filippetta parte dalla nuova dimensione del vivere insieme mobilitata dalla Resistenza come momento nel quale si «dissemina il potere nell’orizzontalità delle esistenze, delle responsabilità e dei progetti individuali e collettivi e la banda partigiana […] apre agli italiani lo spazio della politica come esistere e agire da eguali» (p. 59), insieme, nella cooperazione sociale che trasforma vite, società e istituzioni. E libera le esistenze individuali e collettive, perché rende possibile il cambiamento di ciascuna singolarità nella condivisione di una plurale e comune potenza trasformatrice, a partire dai collettivi di giovani uomini e donne, in una tensione ideale, libertaria e sociale per il futuro, che fa tornare in mente la generazione di giovanissime e giovanissimi protagonisti della Repubblica Romana del 1849, nella Roma senza Papa, nel cuore della (mancata) rivoluzione sociale delle città d’Europa contro le forze reazionarie, in quegli spazi urbani – Trastevere, Monteverde, il Gianicolo – oggi attraversati da altre bande (posse, crew, gang), di cantori, creativi e manipolatori di suoni in questo caso, a volte scanzonati, a volte scellerati, sempre pronti a battere il loro tempo, al presente di immaginari sofferti e poetici, al futuro di una scena artistico-musicale che è anche impresa collettiva alla ricerca dei propri spazi e forme di vita e socialità.

Mentre la riflessione di Filippetta precipita nel vivo di un’altra ricerca, quella di una nuova cittadinanza repubblicana, post-statutaria e antifascista, che «non è il fare parte di un popolo, ma l’esistere e l’agire in uno spazio pubblico comune per la realizzazione dei valori di libertà, di giustizia e di eguaglianza che la Costituzione proclama» (p. 72). Nuova cittadinanza repubblicana che mai si darà, tra affermazione di uno «Stato clerico-liberale», sospeso tra «polizia e sacrestia» di una parte predominante dei democristiani, e quella «gran bonaccia delle Antille» (Italo Calvino) che a lungo attanagliò lo stalinismo del PCI, amaramente descritto anche dal più arrabbiato fra i lavoratori culturali di quegli anni, il provinciale, anarchico garibaldino, mai milanese d’adozione fino in fondo, quel Luciano Bianciardi, ora centenario, de La vita agra (1962) e precedentemente de Il lavoro culturale (1957), salito a Milano per vendicare i suoi poveri minatori morti nell’esplosione della miniera di Ribolla (L. Bianciardi, C. Cassola, I minatori della Maremma, Laterza, 1956). Eppure Cortese ci porta a riflettere sulle possibilità delle rinascenze non solo nella transizione repubblicana, ma anche nell’epoca più a noi prossima della «decostruzione e transizione permanente» (pp. 107 e ss.), quando è la stessa narrativa contemporanea a poter favorire il risveglio della coscienza del singolo nella «promozione permanente di una cittadinanza sostanziale intesa quale anticorpo per la cura e la successiva costruzione di una dimensione pubblica alternativa» (p. 114).

Temi irrisolti e problemi aperti

È la stessa speranza che, nel mezzo della seconda parte di questo volume, Antonio Mastropaolo interroga nella sua riflessione su Scrittori e Leviatano: le basi di una nuova cittadinanza nella letteratura italiana, dove dall’opposizione culturale al fascismo passa all’enunciare la ricerca di una «rinascita attraverso i romanzi» (p. 193), con l’esperienza della Resistenza come snodo per immaginare «la possibilità stessa di un’Italia rinnovata, costruita a partire non più da astrazioni filosofiche e asettiche rivendicazioni di diritti negati, privi di radicamento nel vissuto, ma da fatti ancora pulsanti nella mente di coloro che erano stati i protagonisti e che se ne sentivano soprattutto gli artefici ultimi» (p. 203), facendo leva sugli scritti di Elio Vittorini, Carlo Levi, Italo Calvino, Cesare Pavese. Autori nelle cui pagine si poteva rintracciare anche l’urgenza di una relazione evolutiva tra diffusione di cultura e conoscenze e protagonismo delle masse, in quel processo di costituzionalizzazione della cultura ricostruito da Daniele Donati col regime fascista che riduce «la percezione del popolo e la relazione tra cultura e politica, in una commistione di censure, divieti e misure promozionali» (p. 141), tra «controllo, indottrinamento e l’intenzione dichiarata di acculturare gli italiani, condotta con strumenti a volte affilati, a volte goffi» (p. 144). Per finire con l’incompiuto tentativo condiviso dai partiti costituenti «di dar vita a una democrazia delle masse» (p. 149), aspirazione comune che sembra durare lo spazio di un mattino, infrangendosi con la rottura del patto antifascista, già con la vittoria democristiana alle elezioni del 1948 e la consequente polarizzazione ideologica delle politiche culturali incapaci di lasciare spazio alla formazione e diffusione di una cultura libera, aperta, plurale, nel senso di una politica della cultura rivendicata ad esempio dal Norberto Bobbio di Politica e cultura (Einaudi, 1955) ricordato da Donati (pp. 162-163).

Ma nella cesura del patto costituente – certamente breve e momentaneo – si produce una discontinuità epocale, con l’estensione del suffragio universale alle donne «finalmente cittadine», come esordisce Barbara Pezzini, ricordando, contro i toni paternalistici della stampa dell’epoca, che «il voto è conquista che riconosce un soggetto politico nuovo già sulla scena [… e] la cittadinanza politica delle donne diviene origine e principio fondativo della Costituzione repubblicana» (p. 167). Pezzini si sofferma quindi sull’analisi della prostituzione come questione paradigmatica a partire dall’adozione della l. n. 75, del 20 febbraio 1958 – cd. Legge Merlin – che «dispone la definitiva chiusura delle case di prostituzione di stato il 20 settembre 1958». «Finalmente tutte cittadine» (p.170), grazie ad una normativa che diviene davvero «un elemento di rottura che contribuirà ad una mutazione del costume», come sostenuto nel riportato dibattito parlamentare per l’adozione della legge. Eppure la prostituzione come questione di genere, tra sex work e autonomia femminile, rimane un campo aperto e un nodo irrisolto intorno al quale proprio la letteratura continua a dare occasione di riflessione e dibattito, come ricostruito da Pezzini a partire da narrazioni e figure emblematiche rintracciabili in La Romana (1947) di Alberto Moravia, I milanesi ammazzano il sabato (1969) di Giorgio Scerbanenco, Un amore (1963) di Dino Buzzati, fino ad una irrisolta storia contemporanea, sospesa tra lavori culturali precari, comunicazioni digitali e sofferte relazioni tra i sessi, quella di Ottanta rose mezz’ora (2019) di Cristiano Cavina.

La seconda parte del volume si chiude con due saggi che di fatto dialogano tra loro: Giuseppe Martinico insiste sulla «questione meridionale come costante della storia costituzionale italiana», mentre Alberto Vespaziani prende di petto «la delusione costituzionale in Rocco Scotellaro e Carlo Levi». Sembra di muoversi in una sorta di comune prospettiva meridiana, volutamente fuori centro rispetto alla tradizionale visione statual-nazionalistica, con Martinico che a partire dalle oppositive coppie famiglia/Stato, diritto/giustizia e oppressi/oppressori finisce per domandarsi e domandarci: «cosa è allora il dopoguerra per molti di questi protagonisti della letteratura meridionale? Fonte di aspettative, ma anche causa di profonda delusione, data la continuità tra passato e presente, nonostante una guerra (anche civile), nonostante una rivoluzione» (p. 218). Con lo Stato che finisce per soffocare la Costituzione repubblicana, a fianco della quale sembra celarsi, evoca Martinico, «una segreta carta costituzionale che al primo articolo reciti: la sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini», ricordando le parole di uno sconsolato Leonardo Sciascia (Il Cavaliere e la morte, Adelphi, 1988). Sembra uno scacco che attraversa anche la disillusione costituzionale del poeta e uomo politico, sindaco di Tricarico, Rocco Scotellaro e quindi Carlo Levi, militante antifascista, scrittore e pittore suo mentore, sapientemente narrata da Vespaziani e che ci obbliga a pensare ancora, nuovamente, i modi e i moti attraverso i quali poter «uscire dall’eterno fascismo italiano» (p. 235) contro cui si batteva il Carlo Levi del Cristo si è fermato a Eboli (Einaudi, 1945), insistendo sulla necessità di affermare la centralità dell’individuo inteso non come entità chiusa, ma come un rapporto, il luogo di tutti i rapporti, una relazione che permette di situare al centro delle istituzioni statuali il concetto di autonomia, perché lo Stato non può essere che l’insieme di infinite autonomie, una organica federazione (Ivi). Come nota Vespaziani, «questa concezione costituzionale era giunta a Levi mediante il contatto con autori di origini meridionali quali il pugliese Gaetano Salvemini, il sardo Emilio Lussu ed il campano Guido Dorso» (p. 236). Si tratta di una radicale visione federalistica e meridionalista, che tiene insieme solidarietà e autonomia, indipendenza e cooperazione, in una prospettiva anti-egemonica rispetto all’eterno centralismo statualista della cultura giuridico-politica dominante in Italia, osserva Vespaziani, che proprio in conclusione del suo saggio ci ricorda come Rocco Scotellaro, «dividendosi tra creazione poetica e amministrazione comunale, auspicò una soluzione autonomistica alla questione meridionale italiana» (p. 241).

Giuristi e letterati, manutentori della memoria e della cosa pubblica a venire?

Sulle note di questa mediterranea disillusione e delusione costituzionale il volume curato da Bascherini e Repetto entra nella parte conclusiva dedicata a giuristi e letterati, dove a fianco del già citato saggio cervatiano su Riccardo Bacchelli, si trova una sorta di simulazione di dialogo tra i due fratelli Betti – il poeta Ugo e il professore Emilio – puntualmente cesellato da Francesco Cerrone pescando tra le loro opere, mentre Guido Sirianni rilancia la pamplhettistica postura aforistica e parodistica di Giuseppe Prezzolini del Codice della vita italiana (1921), nella fustigatrice critica ai costumi italiani dei furbi e dei fessi. Una postura che per certi versi ritroviamo nelle pagine in cui Antonio Cantaro torna a interrogare Pier Paolo Pasolini in quel «processo alla storia italiana» – in particolare nei confronti del Palazzo, complice della scomparsa di quell’età dell’oro delle lucciole – che sembra attraversare la sua intera esistenza e produzione artistica, comunque incantata dal suo «amore per le istituzioni, per il popolo e per il suo corpo (non capisco che male ci sia ad amare il popolo) [che] gli costò l’accusa di populismo, già da allora brandita da sinistra come il più infamante dei marchi di infamia», ricostruisce con empatia pasoliniana Cantaro (p. 328).

Ma «non c’è nemmeno una età dell’innocenza da rimpiangere o una vittima da piangere», osserva puntualmente Cesare Pinelli nell’ultimo intervento del libro, prendendo in prestito le potenti parole dell’Ingegnere in blu (per dirla con Alberto Arbasino) Carlo Emilio Gadda in difesa della proprietà comune, pubblica, come valvola di sicurezza rispetto a quella privata, in una prospettiva di valorizzazione della manutenzione delle opere pubbliche che sembra non trovare eredi disposti a realizzarla (pp. 335 e 336).

Del resto è lo stesso Arbasino a ricordarci che «l’Ingegner Carlo Emilio Gadda non ha mai proliferato direttamente […] non ha mai neanche “fatto scuola”, certamente» (L’Ingegnere in blu, Adelphi, 2008, p. 173), sicché si tratta ancora una volta di inventarsi tradizioni letterarie e giuridiche in grado di ripensare, anche qui, ancora una volta, una storia costituzionale fuori dai dogmatismi nazionalistici, identitari e centralistici, come ci pare indichi il sottile filo rosso che attraversa gli irriducibilmente ricchi interventi contenuti in questo volume.

Quasi che i curatori Bascherini e Repetto si stiano muovendo, come rabdomanti di un costituzionalismo a venire, alla ricerca di quei gaddiani manutentori e manutentrici della cosa pubblica e memoria collettiva in grado di contribuire all’aperta elaborazione di un intelletto generale che nell’epoca della convergenza tecnologica – dalla carta al web; dalla letteratura, al cinematografo; dalle serie televisive, alla musica; dai radiodrammi, ai podcast; dalla TV allo smartphone – può essere praticato come inedito dialogo intergenerazionale, che riattivi ulteriori connessioni, anche in quanto ricercatrici, insegnanti e docenti in relazione con le giovanissime generazioni. Recuperando una sensibilità che non a caso rintracciamo già agli albori della nostra storia costituzionale e sociale, se si pensa a Eleonora de Fonseca Pimentel (1752-1799), direttrice e autrice di molti degli articoli del Monitore Napolitano nel cuore della Repubblica napoletana del 1799, con il suo entusiasmo nei confronti delle nuove generazioni e con l’intento di tenere insieme istruzione popolare, divulgazione nei confronti dei giovanissimi e trasmissione delle conoscenze per una quanto più libera e solidale condivisione della vita associata, che è in definitiva il cuore del costituzionalismo come teoria e pratica della limitazione dei poteri e dell’affermazione delle libertà di ciascuno nel vivere in comune.

condividi

Print Friendly, PDF & Email

Newsletter

Per essere sempre aggiornato iscriviti alla nostra newsletter

    al trattamento dei dati personali ai sensi del Dlg 196/03