Firmare il respiro

Quando terroir si traduce vino paesaggio

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Andreco, Rami, 2014

«Per me ogni oggetto è vivo: questa sigaretta, questa scatola di fiammiferi contengono una vita segreta ben più intensa di quella di certi esseri umani. Quando vedo un albero provo una violenta emozione, come se fosse qualcosa che respira, che parla. Anche un albero è qualcosa di umano» scrive Joan Miró i Ferrà, pittore surrealista, in un testo del 1959 dal titolo Lavoro come un giardiniere. «…o come un vignaiolo» precisa poco oltre l’artista (catalano?) nel definire un termine di paragone attraverso il quale chiarire al lettore il procedere della sua prassi di creazione. Indicando così, anzitutto, l’assenza di una soluzione di continuità tra un giardino e una vigna e i relativi addetti al lavoro. Nella parità premessa di una vita non solo vegetale che arriva a toccare le cose, i sassi, le scintille, i colori, e a frantumare così la divisione dei regni finanche minerali e animali.

Anche un vinificatore del terzo millennio può pensare alle sue pratiche lontano dal dominio dei mezzi governati dai fini del lavoro agricolo e orientarsi per cominciare con quel conatus vegetale dall’irresistibile richiamo che è esperienza estatica di resistenza 

Oggi, apparentare il lavoro di un produttore di vino e di un giardiniere non ha l’evidenza che gli attribuisce Miró, almeno per gran parte del vasto pubblico di non lettori di questo libro. Gli altri, i pochi grandi eletti, avranno invece ormai il privilegio di sapere che anche un vignaiolo può collocare se stesso e quello che fa nel contesto linfatico di una vigna, intesa come un insieme di organismi che spuntano, crescono, si ammalano, muoiono, in relazione ad altri viventi che li parassitano, muffe funghi insetti, e ad altri non viventi che li nutrono, acqua luce sali suolo. E sapere così che anche un vinificatore del terzo millennio può pensare alle sue pratiche lontano dal dominio dei mezzi governati dai fini del lavoro agricolo e orientarsi per cominciare con quel conatus vegetale dall’irresistibile richiamo che è esperienza estatica di resistenza, come già ha dimostrato Gramsci in carcere nel coltivare le sue rose.

Il libro di Simonetta Lorigliola, infatti, comincia prima di quella pastorale che ridisegna a ritroso la strada dell’alimento dal packaging al sito integrale a guardia del quale starebbe un giusto della protezione organica incarnato nel contadino, nell’artigiano o in Oscar Farinetti. Prima del ritorno all’origine, fronte sul quale collocare salda la natura. Comincia in quel punto nel quale «ognuno deve fare quello che desidera, con la stessa naturalezza con cui respira». Lì dove un vivente umano con i suoi limiti e le sue facoltà, qui chiamato Lorenzo Mocchiutti e Federica Magrini, cresciuto nella generazione inurbata degli anni Novanta, maneggiante l’unico strumento richiesto per lavorare oggi, il linguaggio e la relativa relazione con le cose, muove i suoi primi passi su due terreni, l’uno fin troppo erboso e l’altro affatto, dai quali è semplicemente attratto: «un punto di partenza, non fosse altro che un granello di polvere o un lampo di luce». «E poiché da una cosa ne esce sempre un’altra», quel desiderio di respirare, che un filo d’erba per gli Arbe Garbe e la pianta di una vite per i Vignai da Duline devono aver ispirato più di qualcos’altro, diventa un piano sul quale collocare alla stessa altezza il sapere del funzionamento caotico del cervello, la descrizione di una radice, il peso di una selce neolitica che rimbalza sul palmo della mano, una partita iva, la scarpa che si arresta su un sasso, per farci «un mondo partendo da una cosa che si presume morta». Quel mondo sarà sì un’azienda vitivinicola, delle bottiglie di vino, persino un libro, e assumerà una forma che sembrerà finita, precedente, voluta, ma ciò che importa è che resterà «un modo di dar vita a una cosa».

È questa la lezione sulla materia, lo strumento, la tecnica, che ricaviamo dalla lettura di un libro che dispone il racconto paritario tra un sapere più humboldtiano che enciclopedico, pratiche delle mani che esigono orecchio, un presente e un futuro visti dai fondali di una laguna cretacea. Lezione altrettanto artificiosa della natura naturata che i Vignai da Duline annualmente imbottigliano. Perché se leggendo di un ronco finiamo in un croquembouche e di una vigna dentro un bosco di liane, non si occhieggia alla pasticceria per inclinazione gourmande né all’agraria per cautela scientifica, siamo sempre in quel punto di partenza dalla voglia di respirare, nell’«incontro dello strumento e della materia [che] produce un urto che è qualcosa di vivo e […] che avrà una ripercussione». Sarà allora Simonetta Lorigliola con un libro, una cosa che si presume morta, a creare un piano nel quale il suo naso che sa gioire di un’impercettibile vibrazione del sauvignonasse, al pari di chissà quale senso di Lorenzo Mocchiutti per quella delle cicaline in vigna, urterà un neologismo che via via produrrà smottamenti che nel mondo emerso di calcareniti nel quale ci troviamo sarà la forma, in questo caso linguistica, che «crea una serie di cose».

Tra le cose che crea questo libro, dunque oltre alle cose che questa cosa sarebbe destinata a creare – dibattiti, lodi, liti –, c’è quello stesso caos ordinato che nella continuità tra la vigna e il giardino, il campo di terra e la terra, la cosa morta e la cosa viva, è la forma tecnica con la quale poggiamo i piedi sul flysch 

Dunque, tra le cose che crea questo libro, dunque oltre alle cose che questa cosa sarebbe destinata a creare – presentazioni, dibattiti, lodi, liti –, c’è quello stesso caos ordinato che nella continuità tra la vigna e il giardino, il campo di terra e la terra, la cosa morta e la cosa viva, è la forma tecnica e creativa con la quale poggiamo i piedi sul flysch. L’abilità dei Vignai da Duline è quella di un gesto individuale che nel cogliere «l’immobilità […] in cui si producono movimenti che non si arrestano, movimenti che non hanno fine» ne faranno vini. Joan Miró i Ferrà ne faceva quadri. Simonetta Loriglila per anni articoli, ora un libro.

Tra gli attrezzi con cui ciò accade, tra i colori e i trattori russi, le microvinificazioni e la trasemina, attività tra le altre ma per alcuni imprescindibile quanto una vanga c’è quella di nominare, di dare un titolo, a partire dal quale «tutto diviene ancora più vivo». Trovare parole, impronte circoscritte del suono ambientale, clos fonetici che sono ritagli sul respiro ma anche un modo singolare per respirare è per alcuni parte di quel lavoro che collega una cosa a un’altra. «Quando ho trovato il titolo, vivo nella sua atmosfera. […] Il titolo è per me una realtà esatta». È quella stessa passione che fa finire sullo stesso piano l’autrice, l’oggetto e l’editore del libro.

Vino paesaggio. «Più una cosa è locale più è universale». Da un lato: la microparcella di una vigna nella quale nel tempo si è acclimatata una pianta, che lì a date condizioni meglio respira, relazione anche di per sé esistente ma che qualcuno, un vignaiolo, ha sentito, assecondato, talvolta creato, e che con il suo intermezzo di tecnica e sapere finirà in una bottiglia diversa per anno, insieme alla luce, al calore, all’acqua, agli altri viventi della vigna e a quella serie di cose morte dalle quali nascono cose vive. Dall’altro: «quella vita immaginaria che amplifica tutto», quell’architettura di rimandi materiali e immateriali che disegnano sempre di nuovo le relazioni, gli urti, le forme e le parole che li accompagnano.

Vino paesaggio. Potremmo dire: ci siamo. Finalmente abbiamo tradotto: terroir. L’intraducibile francese fatto di geomorfologia, habitus colturali e culturali stratificati, a sua volta micronizzato nel cru, cresciuto, participio passato di croître, crescere, quella sottozona destinata dalla geografia, dalle pratiche storicamente umane e poi dalla legge a far vivere alcuni meglio di altri. Clos. La vocazione talvolta va insieme a un recinto.

Vino paesaggio. Fare quello che si desidera con la naturalezza di un respiro. Non è il fare a essere naturale. E nemmeno il vino, o la vigna. È lo stile con cui lo si fa, quando l’arte è grande. L’estetica, quell’insieme delle facoltà di percezione e la percezione stessa, con la quale si crea la natura.

A firmarne il respiro in questo libro sono, in ordine di apparizione: Simonetta Lorigliola per la lingua, Lorenzo Mocchiutti e Federica Magrini per la prassi, Ilaria Bussoni per il titolo, Joan Mirò per le citazioni di questo testo.

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